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Amour Toujours: presentata la stagione 2024 del Teatro Regio

La nuova Stagione del Teatro Regio ha compiuto il passo prefissato nella precedente: “Amour Toujours” è il titolo della produzione 2023/2024, dedicata in particolar modo a Giacomo Puccini, per festeggiarne il centenario. A spiegare il perché di questa scelta e a presentare le quattordici opere della Stagione, ci hanno pensato nella mattinata del 7 giugno il sindaco Stefano Lo Russo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il nuovo direttore artistico Cristiano Sandri, protagonisti della conferenza tenutasi nel Foyer del Toro. 

Dal 21 settembre 2023 al 4 luglio 2024 il Teatro Regio ospiterà allestimenti importanti – otto sono i nuovi – ma vedrà anche il ritorno di interpreti che abbiamo già conosciuto durante la Stagione 2022/2023, (come Mariangela Sicilia, Donna Elvira e Riccardo Zanellato, Il Commendatore, dal Don Giovanni). Altro grande ritorno sul palcoscenico del Regio, questa volta con Un ballo in maschera, sarà anche quello del direttore Riccardo Muti. A fianco di titoli già conosciuti, come La bohème (con il contributo di Reale Mutua), ci saranno quelli più ‘di nicchia’, come La rondine (con il sostegno di Italgas; direttore d’orchestra Francesco Lanzillotta, già presente alla Norma nella scorsa stagione), e persino prime esecuzioni a Torino – con Un mari à la porte, di  Jacques Offenbach (operetta in un atto) – e in Italia – con The tender Land, di Aaron Copland (opera in tre atti). Entrambi gli allestimenti saranno presentati in lingua originale, così come lo sarà anche Der fliegende Holländer (L’Olandese volante), di Richard Wagner

dalla Cartella Stampa del Teatro Regio, il nuovo logo

Il Regio non perde occasione di mantenere gli impegni presi nell’anno di piena pandemia da Covid-19, tanto che Mathieu Jouvin precisa che nella nuova Stagione sarà presente anche un titolo che doveva essere allestito in precedenza: Don Pasquale, di Gaetano Donizetti. Non manca lo sguardo rivolto al balletto: tra le produzioni anche La bella addormentata, di Marcia Haydeé – balletto in tre atti basato sulla fiaba di Perrault, con musica di Čajkovskij – che vedrà sul palco solisti e corpo di ballo del Balletto Nazionale di Praga; Don Chisciotte, su libretto di Marius Petipa – balletto in tre atti, tratto dall’omonimo libro di Cervantes –, con il corpo di ballo del Balletto dell’Opera di Kiev; e Le villi, su libretto di Ferdinando Fontana, a richiamare un’altra opera, Giselle. Ad aprire la stagione del balletto nel nuovo anno, però, sarà Roberto Bolle and Friends, a gennaio 2024. 

La prima e l’ultima produzione sono, tuttavia, le più particolari: ad aprire la Stagione 2024 sarà La Juive (l’ebrea), di Halévy Scribe, con regia di Stefano Poda, già scritturato per Turandot nell’allestimento 2021/2022 – partner di quest’anno sarà Intesa San Paolo –, mentre a chiuderla sarà il trittico Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini, a suggellare questo cartellone all’insegna dell’amore. Stagione che, come detto poc’anzi, si aprirà con un’opera francese, così come lo è il titolo della stessa: “Amour Toujours”, a riprendere – parole di Jouvin – la canzone di Gigi d’Agostino, il dj torinese che (paradossalmente) ha dato l’idea di un’unione tra due paesi, l’Italia e la Francia.

Il nuovo inizio del Teatro Regio è dimostrato anche dal logo che, in occasione del cinquantenario, coglie lo spunto per rinnovarsi. Infatti, il toro – che la faceva da padrone – ora condivide il posto con una musa, che a sua volta tiene una lira tra le mani come simbolo del legame tra la città di Torino e la musica. I tre elementi sembrano protrarsi in avanti, in una corsa verso il futuro, che richiama sempre e comunque al passato: il disegno è stato realizzato da Undesign Agency a partire da un bozzetto originale e inedito di Carlo Mollino, originariamente pensato per il pavimento del Teatro. 

A completare la Stagione i concerti 2023/2024: dodici appuntamenti, otto con l’Orchestra, il Coro e il Coro di voci bianche del Teatro Regio e quattro con la Filarmonica TRT, che nel 2024 compirà vent’anni. Ad aprire la Stagione sarà il direttore russo Timur Zangiev; a seguire, salirà sul podio dell’orchestra Nathalie Stutzmann, per il concerto del 25 novembre. Il periodo pasquale vedrà protagonisti il Salve Regina e lo Stabat Mater, diretti da Claudio Fenoglio, e Vetrate di chiesa e Requiem (di Cherubini), diretti da Diego Ceretta. Agli appuntamenti con la Filarmonica TRT saranno presenti il direttore Felix Mildenberg, con la Sinfonia n. 4 di Gustav Mahler, Yutaka Sado, a dirigere la Sinfonia n. 4 di Anton Bruckner e la direttrice sudcoreana Kim Eun-sun, che si cimenterà con Johannes Brahms. Non mancherà nemmeno il consueto appuntamento con il cinema e le colonne sonore, affidate a Timothy Brock: in programma la proiezione con colonna sonora eseguita dal vivo di The Great Dictator, con regia di Charlie Chaplin

A cura di Chiara Vecchiato

Regio 50 1973-2023: un compleanno lungo un anno

Presentato il 7 aprile 2023 il programma di eventi ideato per celebrare i 50 anni del nuovo Teatro Regio di Torino (progettato da Carlo Mollino dopo il terribile incendio del 1936 e inaugurato il 10 aprile 1973 dopo quasi 40 anni di lavori). Ad illustrare le proposte Stefano Lo Russo sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Cristiano Sandri.

Si inizia il 10 aprile con l’accensione della Mole Antonelliana e la proiezione del logo creato appositamente da Undesign per Regio 50 a partire dai disegni originali di Carlo Mollino, dando il via ad un programma ambizioso ricco di appuntamenti. 

Il piano di attività, dice Stefano Lo Russo in apertura, si somma alla programmazione ordinaria della stagione e ambisce ad avvicinare a questa realtà coloro che ancora non la conoscono, mandando un forte segnale di integrazione. Duplice è la funzione della manifestazione: esaltare la splendida architettura frutto del genio di Mollino, celebrare l’eccellenza artistica e la rilevanza che ricopre il Teatro Regio nelle politiche culturali della città. 

Un compleanno pensato in tre tempi – primavera, estate e autunno – sottolinea il sovrintendente Mathieu Jouvin che a luglio festeggerà il suo primo anno operativo presso il Teatro Regio. Quattro i pilastri su cui si poggia il progetto della manifestazione: il profondo legame tra la città di Torino e il suo teatro, l’esaltazione delle eccellenze artistiche di cui si è fatto portatore, il recupero del passato e la straordinaria figura dell’architetto Carlo Mollino.

Foto di Alessandra Mariani

Il primo appuntamentola primavera – è previsto per il weekend del 15-16 aprile con due giornate a porte aperte dove sarà possibile visitare gratuitamente il teatro e godere nel frattempo di diverse esibizioni da parte dell’Orchestra, del Coro, del Coro di voci bianche e del neonato Regio Ensemble. Il pubblico “itinerante” avrà la possibilità di assistere a diverse rappresentazioni e sperimentare diversi repertori, per avvicinare nuovi pubblici e favorire l’apertura ad altre generazioni. Il secondo appuntamento – l’estate – celebrerà uno degli avvenimenti più rilevanti nella storia del nuovo Teatro Regio portando in scena il 6 luglio I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi in formato concerto, omaggiando la storica inaugurazione del 1973. Infine l’ultimo tempol’autunno – chiuderà i festeggiamenti con una mostra dedicata alle varie personalità della figura dell’architetto Carlo Mollino.

Molte inoltre le sorprese previste durante questo anniversario, che consta di omaggi studiati per l’occasione da parte di diversi sponsor. In primis lo speciale tv Regio 50. Ci vuole molto tempo per diventare giovani realizzato da Rai cultura; l’iniziativa Art in taxi dove per circa un mese i taxi della città di Torino verranno decorati con delle grafiche celebrative, dando vita ad un teatro in movimento; infine lo storico Caffè torinese Baratti & Milano per l’occasione ha ideato due nuove creazioni che entreranno a far parte del menù: la Torta Regio e un uovo di cioccolato fondente con copertura vellutata color rosso volta a richiamare gli iconici interni del Teatro Regio. Per la gioia degli appassionati, all’interno di un uovo soltanto è stata inserita una sorpresa speciale: due biglietti per l’inaugurazione della stagione 2023-2024.

Non resta perciò che annunciare ufficialmente la caccia all’uovo!

A cura di Alessandra Mariani

Tra scandali, frivolezze e cipria: Powder Her Face per la prima volta a Torino

L’opera permette di raccontare storie che ancora oggi possono essere attuali. A dimostrarcelo è uno spettacolo inconsueto che con soli cinque interpreti e più di diciassette personaggi, per la prima volta a Torino, va in scena al Piccolo Regio Puccini il 10 marzo 2023: Powder Her Face. Prima opera lirica di Thomas Adès, compositore classe 1971, direttore e pianista della nuova generazione che spazia dalla musica da camera al teatro musicale cantato, dall’atonalità alla musica barocca, dal blues alla musica per cinema. Un artista poliedrico la cui musica viene eseguita in tutto il mondo.

Attraverso il gioco erotico, il gioco di ruoli e un climax di tensioni, Powder Her Face racconta la storia di una donna paladina della libertà ma vittima della sua stessa società: Margaret Campbell, la cui vita fece scalpore nell’Inghilterra degli anni Sessanta a causa dei suoi comportamenti sessuali disinibiti, vede il suo matrimonio e la sua vita andare lentamente in rovina.
Una storia raccontata attraverso flashback: artificio temporale particolarmente difficile da mettere in scena a teatro ma che la regia di Paolo Vettori è riuscita a rendere in modo molto efficace con cambi a vista di cartelli riportanti l’anno della vicenda.

Foto di Andrea Macchia

Musica e canto sembrano essere indipendenti l’una dall’altro ma, in realtà, si fondono in un unico grande spettacolo che trasporta il pubblico in una storia inusuale ma estremamente coinvolgente.

L’ensemble del Regio, costituito da quindici esecutori, è riuscito con grande abilità a sfruttare tutte le capacità degli strumenti. Tra i timbri più inconsueti lo swanee whistle (flauto a pistone), il mulinello di una canna da pesca, rottami di ferro o l’uso di microfoni che sfregano la membrana del rullante o l’archetto che viene fatto rimbalzare sulle corde. Questi colori insoliti hanno suscitato grande curiosità nel pubblico che faticava a cogliere l’origine dei suoni. Un’orchestra impeccabile che è riuscita a modulare in maniera raffinata anche le dinamiche: suoni leggerissimi e quasi impercettibili si sono contrapposti a sonorità sempre più energiche.
Impossibile non lodare il giovanissimo direttore d’orchestra, il ventiduenne Riccardo Bisatti, le cui abilità sono state confermate da questo spettacolo che propone enormi sfide tecniche. Una partitura che sembra essere un luogo in cui nulla è proibito: tango, swing, jazz, sonorità contemporanee e le deformazioni di temi romantici creano una massa strumentale attraverso intrecci di timbri e colori mutevoli.

Non solo la ricerca di una sonorità pregnante ma anche un lavoro sulla timbrica vocale dei quattro interpreti attraverso un continuo alternarsi di momenti di lirismo a momenti di canto parlato, in stile Sprechgesang, e una sostanziale attenzione per i cambi di registro. Particolarmente esteso è il registro di Lorenzo Mazzucchelli, nelle vesti del Direttore dell’hotel, la cui voce risuonava potente in tutta la sala.
Irina Bodganova, soprano che già ottenne un grande successo al Regio nei panni di Berta nel Barbiere di Siviglia, questa volta ha ricoperto il ruolo principale della Duchessa. Unico personaggio sempre al centro dell’azione e che resta sé stessa fino all’ultimo; al contrario, gli altri interpreti, mutano e si spogliano dei loro abiti per entrare in vesti altrui.

Foto di Andrea Macchia

Mescolando lo stile camp – che rimanda a un carattere grottesco – al tema tragico della Duchessa di Argyll, l’opera risulta molto contemporanea: oltre a raccontarci di una società borghese della quale ci si può fare beffe, ci fa assistere ad una rappresentazione attuale della nostra società dimostrandoci la falla che c’è in essa: l’incapacità di resistere alla tentazione di «spiare dal buco della serratura» – come afferma il regista Vettori – e di giudicare l’altro.

L’erotismo, realizzato dalla regia con grande maestria, non è mai risultato volgare. Anche le scene più scabrose sono apparse eleganti e spiritose, e hanno generato spesso una risata negli spettatori. Con un omaggio alle polaroid di Mollino, perfino le fotografie della moglie del Duca in pose seducenti, esibite nel finale del primo atto sulle pareti grigie, si sono integrate perfettamente nella scenografia.
Lo spazio scenico ricordava un manicomio ma in stile déco, con oggetti di una vita ricca e prosperosa. Un allestimento dunque equilibrato, semplice e d’effetto. Il letto in posizione centrale è diventato l’elemento privilegiato: luogo in cui si consumano le scene erotiche della Duchessa, ma anche luogo del giudizio (un tribunale). L’oggetto della passione è finito dunque per rivelarsi anche l’inizio della sua rovina sociale e finanziaria.

Foto di Andrea Macchia

Al contrario del Don Giovanni che può sfoggiare il suo “catalogo”, la Duchessa viene punita dalla società per i suoi comportamenti. Al centro della storia, dunque, c’è una donna emancipata e ribelle la cui vita viene osservata e giudicata senza pietà.

A cura di Ottavia Salvadori

Il regista de L’Esorcista questa volta parla di un celebre amore: Aida torna al Regio

Continua la stagione del Teatro Regio con le anteprime delle opere rivolte ai giovani under 30. Il programma che vuole avvicinare i ragazzi al mondo dell’opera funziona molto bene: biglietti sold out in quattro giorni. Ancora una volta i giovani si vedono avvicinati ad una realtà che sembra a loro distante e inaccessibile ma che viene sfruttata come occasione di crescita.

Torino il 24 febbraio 2023 ospita nuovamente l’Aida di Giuseppe Verdi, questa volta diretta da Michele Gamba, un giovane direttore d’orchestra attivo in ambito sinfonico e con un interesse per la musica contemporanea. Creando brevi interventi tra un cambio di scena e l’altro e rivolgendosi al pubblico con un linguaggio diretto, semplice e comprensibile, Gamba ha aderito pienamente alla proposta del Regio.

Riccardo Fracchia decide di riprendere la regia di William Friedkin, regista Premio Oscar di cui si ricorda il celebre film L’Esorcista, che curò l’allestimento dell’Aida nella stagione 2005-2006: una scelta particolare per un regista dedito alla cinematografia horror e thriller.

Foto dal link https://www.teatroregio.torino.it/area-stampa/comunicato-stampa/aida-anteprima-giovani

Un’introduzione all’opera è stata offerta nel foyer del toro dall’attrice Chiara Buratti sostenuta al pianoforte da Giulio Laguzzi, direttore musicale del palcoscenico del Regio. Con grande dimestichezza e a mo’ di “jukebox”, Laguzzi ha suonato al pianoforte alcuni dei temi principali dell’opera e, con voce soave, ha riprodotto il canto del soprano Aida trasportando gli spettatori nel clima e nella disperazione della protagonista. Il pubblico, tra cui pochi neofiti, attraverso il racconto della vicenda e piccole curiosità su Verdi, ha avuto la possibilità di entrare nella trama di Aida, di conoscerla e ammirare dal suo interno elementi fondamentali per la sua lettura. L’idea che il melodramma sia uno spettacolo polveroso sta forse pian piano sparendo dalle menti dei giovani? Come dice il direttore d’orchestra Gamba «L’opera non è un cumulo di cenere, è qualcosa di rilevante per noi…parla di noi e dell’oggi».

«L’opera lirica è l’unione di quasi tutte le forme d’arte di cui l’uomo è capace, è l’unione della musica, del canto, del recitativo, della poesia, della scenografia, dei trucchi, dei balli…» ha detto Buratti, e Verdi, uomo di teatro, ci dimostra la sua capacità di utilizzare tutti questi elementi per creare uno spettacolo che colpisce per la sua grandezza. Un’opera, dunque, maestosa ma allo stesso tempo intima, in cui le fragilità vengono affrontate con forza. Grandi masse vocali che hanno travolto il pubblico con potenza, si contrapponevano a frasi sottili, in pianissimo e ancora più piano trasportando la mente in un sogno onirico, quello della pace tra i popoli. La dinamica è una caratteristica fondamentale delle composizioni verdiane, ma talvolta è stata trascurata in funzione di altri aspetti della scrittura musicale. Durante i suoi interventi il direttore d’orchestra ha affermato che «…la musica ci evoca qualcosa… l’evocazione di un’atmosfera è più di una semplice pittura di paesaggi…» gli spettatori, infatti, hanno condiviso insieme ai personaggi le vicende e le emozioni. La musica ha rievocato ambienti a noi estranei, mai vissuti. Eppure, tutto sembrava essere così familiare.

Anna Nechaeva (Aida), Gaston Rivero (Radamès) e Silvia Beltrami (Amneris)
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Musiche che risuonavano lontane alla vista ricreavano una spazializzazione e un’ambientazione che riprendeva le maestose architetture visibili sul palco. Statici e imponenti edifici si stagliavano sulla scena, rendendo i personaggi piccoli e quasi impotenti. Nonostante questo, con grande abilità i cantanti sono riusciti ad emergere dalla possente scenografia. In particolare il soprano Anna Nechaeva che con grande capacità e poco preavviso ha sostituito Angela Meade nel ruolo di Aida: con la sua performance, è riuscita a trasmettere abilmente al pubblico le emozioni e il dolore della protagonista.

La scenografia e la regia ci sono parse troppo statiche nonostante i cambi di scena abbiano continuamente variato le dimensioni del palco. Hanno trovato comunque modo di alleggerirsi con momenti coreografici eleganti che, con la raffinatezza e leggerezza del corpo di ballo, hanno donato movimento e dinamicità all’opera. Pochi colori hanno contraddistinto il palcoscenico. Luci calde gialle e rosse si alternavano a luci fredde sulle tonalità del blu per donare una particolare atmosfera ai diversi quadri. In particolare la scena del trionfo ha visto contrapposti il bianco delle tuniche dei sacerdoti e il grigio della pietra ad uno sfondo blu acceso, poco funzionale alla vicenda, e alle luci calde che hanno creato un’ambientazione fedele all’Antico Egitto, ma un clima poco maestoso. Una marcia trionfale, più efficace nella scenografia che nella musica, ha accompagnato l’ingresso vincitore di Radamès nella città di Tebe. Con stendardi e trombe ai lati del quadro, la scena è risultata infatti di grande impatto visivo, con una geometria e simmetria che probabilmente vuole ricordare anche il grande interesse di Verdi per l’architettura non solo musicale ma anche legata allo spazio.

Baobab! e gli Atlante
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Come da programma, la serata si è conclusa con Contrasti, format che vede unire drammi del passato a protagonisti della scena Torinese. Ospiti in questa serata gli Atlante e Baobab! che, con pochi brani, hanno commosso molti dei presenti con canzoni che hanno visto unire voce, chitarra acustica ed elettrica, basso, pianoforte e sintetizzatori.

Ancora una volta il Regio ottiene un grande successo permettendo ai giovani di vivere il teatro e di farlo vivere.

A cura di Ottavia Salvadori e Roberta Durazzi

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Uno sguardo attuale del passato: l’anteprima del Don Giovanni al Teatro Regio

Per la nuova stagione teatrale, il Teatro Regio ha davvero deciso di avvicinare i giovani al pubblico: agli under 30 sono dedicate le anteprime delle opere; un’esperienza che dà la possibilità, anche ai ragazzi che non hanno mai avuto occasione di avvicinarsi a questo mondo, di godersi lo spettacolo a un prezzo ridotto. Novità inizialmente pensata per gennaio 2023, ma già avviata con la fine della stagione teatrale 2022, in accordo con Riccardo e Chiara Muti, per la nuova produzione del Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart. Per desiderio del direttore e del Sovrintendente Mathieu Jouvin, il Teatro Regio ha devoluto l’incasso della prova generale del 16 novembre alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.

Riccardo Muti torna dunque al Teatro Regio per dirigere il dramma giocoso, salutando il pubblico e specialmente «i 650 giovani che sono con noi questa sera». Li invita a rimanere vicini al teatro, perché dà loro la possibilità di crescere; si chiede come mai, durante la sua gioventù, la musica non fosse importante quanto l’arte: «Perché nelle scuole non si studiava, ad esempio, Monteverdi?». Il discorso si conclude con l’applauso di un pubblico che è d’accordo con le sue parole e che si trova a teatro proprio perché crede nelle potenzialità del melodramma italiano.
La regia è firmata dalla figlia del direttore, Chiara Muti, che decide di scavare in profondità nei personaggi dell’opera, trattandoli come vere e proprie marionette: l’ingresso in scena di ciascuno di loro è anticipato dalla discesa, sul palco, dell’abito che andranno ad indossare. Questo vale per tutti, tranne che per Don Giovanni, perché: «L’archetipo che rappresenta l’ha liberato dai fili a cui sono ancorati tutti gli altri» tiene a precisare la stessa Chiara Muti.

La scenografia è d’impatto: uno scorcio di strada indefinito sullo sfondo, un palazzo come collassato su se stesso al centro del palco, che di fatto è composto da una pedana rotante che verrà utilizzata al suo massimo solo nel II atto. Nessun riferimento temporale, se non i vestiti che indossano i personaggi. L’ambiguo, il velato, non esiste qui: Don Giovanni (Luca Micheletti, oltre che attore anche regista stabile e responsabile artistico della Compagnia Teatrale I Guitti) è attuale, così come lo sono Zerlina (Francesca Di Sauro) e Masetto (Leon Košavić), che vengono presentati direttamente in una situazione allusiva; Donna Anna (Jacquelyn Wagner) e il suo futuro sposo, Don Ottavio (Giovanni Sala), assomigliano ad una coppia artificiosa dei giorni nostri, dove il non detto pesa e divide. Donna Elvira (Mariangela Sicilia) e il Commendatore (Riccardo Zanellato), passato e futuro di Don Giovanni, tentativo di salvezza da un lato e condanna dall’altro, sono il fil rouge dell’esistenza del “cavaliere”.

Il Don Giovanni è pur sempre un dramma, sì, ma giocoso: l’aspetto comico c’è e non si ferma solo alle parole del libretto, la gestualità collabora con la musica per esprimerne il carattere ludico. Leporello (Alessandro Luongo) in questo è certamente il maestro e le risate del pubblico durante l’aria «Madamina, il catalogo è questo» lo confermano. Si ritorna così al discorso delle marionette, capaci di divertire grazie a qualcuno che dà loro una personificazione: i protagonisti del Don Giovanni, alla fine del II atto, si spoglieranno dei loro vestiti, per tornare ad essere semplici pezzi di legno senza identità e senza caratterizzazione. E forse questo è il riferimento più grande alla società odierna: vuota e con la necessità che qualcuno tiri i fili per lei.

A cura di Chiara Vecchiato

Teatro Regio: presentata la stagione 2023

Poche produzioni, ma molto meditate, per la nuova stagione del Teatro Regio di Torino. Con artisti del panorama internazionale e nazionale che danno una nuova luce alle grandi opere del repertorio. Alla conferenza stampa del 28 ottobre, presso il Foyer del Toro, a riempire la moltitudine di sedie troviamo non solo giornalisti con le loro telecamere e microfoni, ma anche abbonati pronti a conoscere tutte le novità della prossima stagione intitolata “Passaggi”.

Al tavolo dei relatori il sindaco della città Stefano Lo Russo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Sebastian F. Schwarz che a breve cederà la sua carica a Cristiano Sandri, attualmente responsabile della programmazione artistica del Festival Verdi e del Teatro Regio di Parma. “Passaggi”, il titolo appunto della nuova stagione, deriva dal francese antico passage, un insieme di tanti significati che è simbolo di cambiamento, apertura e espansione. Dopo le chiusure per la pandemia e la ristrutturazione, si avverte una forte voglia di ripresa. Sul libretto della stagione appare la giovane fotografa Deka Mohamed Osman che ha potuto ritrarre, secondo una sua personale visione, l’architettura di Carlo Mollino.

Nel suo intervento il direttore artistico si concentra sulle particolarità delle produzioni che uniscono nazioni estere, come Francia e Germania, non dimenticando personalità russe e ucraine per poi ritornare alla centralità del panorama italiano. Il programma spazia dal 1768 al 1995, con una scelta di cantanti studiata minuziosamente secondo le capacità di repertorio.

In foto Ex Sovrintendente Mathieu Jouvin, Sindaco Stefano Lo Russo, Direttore artistico Sebastian F. Schwarz durante la conferenza. Foto di Chiara Vecchiato

La stagione si apre il 24 gennaio con Il barbiere di Siviglia nella versione colorata di Pierre Emmauel Rousseau; a dirigere è Diego Fasolis, grande esperto del Settecento e primo Ottocento, con un cast ricco di giovani cantanti. L’allestimento è in coproduzione con l’Opéra de Rouen.
Dal 25 febbraio all’8 marzo andrà in scena Aida, nella versione delpremio oscar William Friedkin, con la direzione del giovane Michele Gamba alla testa di un cast di rinomati interpreti verdiani: Angela Meade e Erika Grimaldi  che si alterneranno nel ruolo di Aida, Silvia Beltrami e Stefano La Colla  nei ruoli di Amneris e Radamès.
Dal 31 marzo al 14 aprile il Flauto magico di W. A. Mozart nella versione del regista operistico del teatro di Berlino Barrie Kosky e Suzanne Andrade: il libretto resta in lingua tedesca, ma i dialoghi saranno sostituiti da proiezioni ispirate al cinema muto, con le quali gli interpreti interagiranno. Il direttore d’orchestra sarà Sesto Quatrini con un cast giovane e internazionale.
Dal 13 al 23 maggio, in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia, andrà in scena La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti, opera ricca di marce sfavillanti e virtuosismi vocali che sin dalla sua scrittura, nel 1840, conquista i cuori del popolo francese. Sul podio Evelino Pidò con un cast specialista del repertorio: Giuliana Gianfaldoni, John Osborn, Manuela Custer e Roberto de Candia.
L’ultimo titolo (dal 13 al 27 giugno) a prendere posto in forma scenica nella sala grande del Regio è Madama Butterfly di Puccini, nell’allestimento di Damiano Michieletto, un’opera non certo sconosciuta, ma che in quanto grande classico potrà di certo essere una grande occasione per i giovani che ancora non hanno avuto modo di goderne la fruizione.

Negli spazi del Piccolo Regio Puccini, che prende vita a seguito di una grande opera di ristrutturazione, avremo due prime esecuzioni per la città di Torino; Powder Her Face (di Thomas Adès) che si presenta come un’opera da camera (dal 10 al 18 marzo) e La Sposa dello Zar (26 e 28 aprile), in versione da concerto, titolo del grande repertorio russo diretto da Valentin Uryupin (ex direttore del teatro di Mosca che a seguito della sua opposizione al regime venne esonerato dall’incarico).

La stagione dei concerti (dall’8 gennaio al 21 giugno) dell’Orchestra e coro del Teatro Regio e della Filarmonica Teatro Regio Torino, sarà aperta dalla Messa da Requiem di Verdi diretta da Andrea Battistoni.

Tra le novità rivolte ai giovani, che diventano di primo interesse per l’amministrazione, si segnala la possibilità di assistere a una delle due prove generali delle opere, che saranno riservate al pubblico under 30 per un costo di 10€. Per i nati tra il 1988 e il 2005 ci sarà la possibilità di fare la Regio Card Giovani 18-35 che darà accesso a promozioni e anteprime; per la community ci saranno sconti dedicati, tariffe speciali per i concerti e per i giovani under 30, biglietti last minute al costo di 10€. Per tutti gli spettatori, inoltre, sarà possibile richiedere la Regio Card che dà diritto a sconti del 10% sui biglietti.

Sono molte le iniziative che il Regio offre al suo pubblico, vuole concentrarsi sui giovani per uno sguardo al futuro, consigliando produzioni che non spiccano per l’innovazione nei titoli, ma di certo nella messa in scena.

L’invito è quindi a teatro con la scoperta delle grandi opere storiche e dei grandi artisti contemporanei.

A cura di Milena Sanfilippo

REGIO OPERA FESTIVAL 2022: il teatro dà appuntamento su Tinder

Mercoledì 1° giugno preso l’Aula Magna di Palazzo dell’Arsenale si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione del Regio Opera Festival 2022. In questa seconda edizione, che prevede opere, concerti e balletti dal 7 giugno al 17 settembre, si riconferma come location l’imponente cortile di Palazzo dell’Arsenale, sede del Comando per la formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino.

I partecipanti alla conferenza [credit: pagina Facebook Teatro Regio Torino]

«Un modo diverso di andare a spettacolo e fare di questo festival un evento popolare», questo il leitmotiv di coloro che sono intervenuti durante la conferenza stampa per dare voce a questa edizione del Regio
Opera Festival. Un’edizione ricca di novità e particolarmente orientata verso i giovani.

La grande innovazione di questa stagione consiste nella campagna digitale in collaborazione con IED – Istituto Europeo di Design, al fine di riuscire a coinvolgere anche i Millennialse la Generazione Z. Il Regio Opera Festival sarà presente, oltre che sui social media tradizionali come Facebook e Instagram, anche su Tinder. Ebbene sì, sono stati aperti dei veri e propri profili per i principali protagonisti delle opere sulla nota app di dating – Carmen, Turiddu, Tosca etc. – con cui gli utenti della piattaforma potranno interagire e chattare avvicinandosi al mondo dell’opera lirica e del balletto in un modo nuovo. L’intento è quello di uscire dagli schemi per incontrare il linguaggio contemporaneo dei giovani, invogliandoli a scoprire una realtà che spesso percepiscono come inaccessibile (link al video presentazione campagna digitale https://youtu.be/sRjM-06jSV0).

Profilo Tinder di Turiddu [credits: pagina Facebook Teatro Regio Torino]

L’intuizione di portare la musica nel cortile di Palazzo dell’Arsenale nasce, come sottolinea il Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, dalla volontà di rendere la musica un veicolo per la promozione del territorio. Dopo i ringraziamenti al Generale di Divisione Marco D’Ubaldi per la collaborazione, il primo cittadino afferma che la vocazione del Regio Opera Festival è portare i torinesi a vivere al meglio gli spazi della città, sull’onda di esperienze pregresse come Regio metropolitano ed Eurovision Village.

Il cortile di Palazzo dell’Arsenale [credit: foto ufficiali Regio Opera Festival]

Una grande platea all’aperto pronta a ritrovare una relazione con il pubblico, spiega il Sovrintendente del Teatro Regio Mathieu Jouvin, insistendo sull’idea di un festival popolare che avvicini giovani e tutti
coloro che non hanno mai vissuto l’esperienza del Regio. Popolare nei prezzi – dalla vendita delle card a prezzi ridotti, agli ingressi per under 30 particolarmente convenienti – e popolare anche nelle scelte del repertorio.

A tal proposito a prendere la parola è il Direttore Artistico Sebastian F. Schwarz, il quale ha presentato il programma composto da ventuno appuntamenti di vario tipo ed un repertorio di opera lirica che si muove
nell’arco di cinquant’anni: in ordine di esecuzione Cavalleria Rusticana di Mascagni (7-9-11 giugno), Carmen di Bizet (21-23-26 giugno), Tosca di Puccini (5-7-10 luglio) e Don Checco di De Gioiosa (26-28- 30 luglio).

Non ci resta che fare match e goderci la stagione estiva.

A cura di Alessandra Mariani

Al Regio in scena la Turandot fra tradizione e modernità

Al Teatro Regio di Torino, dal 22 aprile al 5 maggio, va in scena la Turandot, ripresa dal regista Stefano Poda, con Jordi Bernacer alla direzione dell’orchestra. Come già spiegato durante la conferenza di presentazione dell’opera dalla giornalista Susanna Franchi, si tratta del celebre ultimo lavoro di Giacomo Puccini, rimasto incompiuto per il sopraggiungere della sua morte – venne poi ultimato a posteriori da Franco Alfano -. Questo stesso snodo filologico è stato terreno fertile per il regista che, nel suo riallestimento – messo in scena per la prima volta nel 2018 – ha optato per il finale irrisolto originale.

All’aprirsi del sipario le scelte direttive della regia appaiono già evidenti: il colore bianco regna sulla scena, la scenografia è minimale e contemporanea; i costumi, moderni e dai tratti epici, portano a una
dimensione quasi al di fuori del tempo. Il carattere “esotico” della prima messa in scena – risalente al 1926 – assume qui uno stile futuristico e moderno.

In una Pechino al tempo delle favole vige il proclama imposto dalla gelida principessa Turandot (Ingela Brimberg): si concederà in sposa solo a colui che saprà risolvere i suoi tre enigmi, mentre condannerà a morte chi fallirà nell’impresa. La folla, partecipe della condanna del principe di Persia, padroneggia la scena; le coreografie conferiscono grande forza a questa coralità, coinvolgendo i personaggi principali in un contesto pieno di collettività. Non basteranno le suppliche del padre e re tartaro Timur (Michele Pertusi), né gli inviti a desistere da parte dei tre ministri imperiali Ping, Pong, Pang (Simone Del Savio, Alessandro Lanzi e Manuel Pierattelli): il principe Calaf (Mikheil Sheshaberidze), persegue caparbio il suo intento di ottenere la mano di Turandot.

Dalla pagina Facebook del Teatro Regio di Torino, foto di Andrea Macchia

Nel secondo atto, particolarmente statico e riflessivo, Turandot spiega il motivo del suo inesorabile cinismo: vendicare una sua antenata, violentata e uccisa da un re straniero. L’atmosfera e l’allestimento
della scena raccontano una collettività femminile che sembra rendersi conto di essere imprigionata nel sistema. Finalmente la vera svolta della vicenda si consuma: Calaf non trema al cospetto di Turandot e scioglie uno ad uno gli enigmi proposti. Turandot si confessa col padre, l’imperatore Altoum (Nicola Pamio), sconvolta dall’idea di concedersi allo sconosciuto; Calaf propone di rinunciare al matrimonio qualora la principessa riuscisse a scoprire il suo nome, fino ad allora tenuto nascosto.

Si arriva così a un terzo ed ultimo atto più dinamico, con momenti carichi di poesia e di tensione drammatica. È a questo punto che si assiste alla celebre “Nessun dorma” di Calaf, uno dei momenti più attesi e riconosciuti dell’intero melodramma e del repertorio operistico in generale. Turandot, tramite le sue guardie, cattura in ostaggio Timur e la dolce schiava Liù (Giuliana Gianfaldoni) che, pur di non tradire l’amato principe confessandone l’identità, si uccide. La forza dell’amore di Liù si manifesta intensamente fino a culminare con il gesto della morte e diventare così simbolo di sacrificio e integrità. Proprio qui, all’apice del dramma, cala il sipario e si interrompe la rappresentazione, lasciando il pubblico attonito e affascinato al tempo stesso.

Al momento dei ringraziamenti finali, non sono mancati applausi per tutto il cast, in particolar modo per l’interpretazione di Liù, la protagonista inattesa ma decisiva per la resa dello spettacolo. Il suo personaggio, infatti, incarna il senso profondo della storia e mostra a Turandot e Calaf il potere di un sentimento autentico. Apprezzamenti anche all’orchestra per l’esecuzione di una musica, quella scritta da Puccini, che risulta sempre coerente e mai eccessiva.

Foto dalla pagina Facebook del Teatro Regio di Torino

Stefano Poda è riuscito a creare un mondo visivo e sonoro che racconta con una nuova prospettiva una favola intrisa di valori patriarcali ormai desueti; riprendendo le sue stesse parole: «Vorrei che non fosse solo un’opera teatrale, ma piuttosto un’esperienza, in cui il pubblico possa trovare delle nuove domande da porsi». Quasi come se il regista volesse richiamare i tre enigmi posti da Turandot.

A cura di Stefania Morra e Ivan Galli

Nell’opera come nella vita: la presentazione della Turandot al Teatro Regio

Non finita, dunque infinita. Presentata nel Foyer del Teatro Regio di Torino durante la conferenza del 13 aprile, la Turandot di Puccini si riscopre nella giornata internazionale del bacio – il bacio che dovrebbe concluderla! – attraverso le parole della giornalista Susanna Franchi e l’intervento del regista designato Stefano Poda, il quale riprende l’allestimento del 2018.

Credits: Martina Caratozzolo

Turandot è una principessa cinese dal cuore gelido, la quale rifiuta la corte di ogni suo pretendente: indispensabile per avere la sua mano è la risoluzione di tre difficilissimi enigmi, pena la decapitazione. Solo il figlio del re dei tartari, Calaf, esce vincitore dalla sfida, tenendo però nascosta la sua identità: non volendola in sposa contro il suo volere, le concede di condannarlo qualora lei scoprisse il suo nome entro l’alba del giorno successivo. Le porte si aprono in seguito a un lieto fine, in cui Turandot, pur riuscendo nel suo intento, «disgela» il suo cuore al principe in un matrimonio inaspettato, traboccante di un nuovo e grandioso amore.

A partire dall’omonima commedia di Carlo Gozzi, rappresentata a metà Settecento (la quale fu un enorme successo anche a Weimar nella traduzione tedesca di Schiller), la storia affascina il compositore Carl Maria Von Weber, il quale nel 1809 la mette in musica, così come un secolo dopo farà Ferruccio Busoni. Nel 1920 Giacomo Puccini, vittima del suo horror vacui, trova ispirazione per una nuova opera proprio in questo libretto, suggeritogli da Giuseppe Adami e Renato Simoni: il duetto finale tra i due amanti, dove «il travaso d’amore deve giungere come un bolide luminoso», rimarrà incompiuto, dopo una melodia cercata invano per un anno dal compositore prima della sua dipartita.

È a questa incompiutezza che rimane fedele Stefano Poda, evocando una chiave di lettura personale e allo stesso tempo universale. Per dirla con Ping, Pong e Pang, i tre ministri cinesi del regno incaricati di assistere alle esecuzioni degli spasimanti della principessa, «Turandot non esiste»: è infatti una storia in cui ognuno di noi può rivedersi, un «meccanismo di crescita doloroso» che ci mette di fronte la parte di noi che potremmo aver rinnegato fino a quel momento. Fondamentale quindi il ruolo giocato dal coro nell’incarnare questa dimensione collettiva, portata al trionfo nell’opera, che il regista definisce, con echi quasi wagneriani, come l’unione di tutte le arti.

La presentazione si snoda brillantemente tra il racconto delle evoluzioni della Turandot e dei suoi innumerevoli risvolti culturali: cresce l’attesa per il debutto, fissato per il 22 aprile, dell’ultima opera italiana a fare il suo ingresso nel repertorio lirico tradizionale, che sarà in programma fino al prossimo 5 maggio.

A cura di Carlo Cerrato

Emozioni al teatro regio: Le 8 stagioni

Il Teatro Regio, in collaborazione con il socio fondatore Iren prosegue con il ciclo In famiglia, il cartellone dedicato a bambini e ragazzi. Sabato 9 aprile 2022 si è tenuto il concerto Le 8 stagioni, con l’Orchestra d’Archi del Teatro Regio e, in veste di maestro concertatore e violino solista, Sergey Galaktionov: primo violino dell’Orchestra del Teatro Regio, già vincitore di numerosi concorsi tra cui il Concorso Internazionale Viotti, ha collaborato con le principali orchestre internazionali ed affermati direttori della scena musicale contemporanea.

Il programma prevedeva l’esecuzione alternata de Le Stagioni di Antonio Vivaldi (1678-1741) e Las cuatro estaciones porteñas – conosciute anche come Le quattro stagioni di Buenos Aires – di Astor Piazzolla (1921-1992).

Due compositori divisi da due secoli e mezzo e undicimila chilometri, che hanno saputo catturare l’attenzione anche dei più piccoli, seduti sulle poltrone del Teatro Regio. Il concerto si apre con La Primavera di Vivaldi, seguita dal Verano porteño di Piazzolla: mentre nella prima l’Orchestra e Galaktionov sembrano sbocciare, proprio come fiori nella stagione (si intravede anche qualche sorriso, nascosto sotto la mascherina, tra i violini), con l’estate ci si sente quasi ingannati, tutto sembra fuorché la stagione del sole. Il ritmo sincopato strizza l’occhio al tango, e sin dalle prime note ci si immagina due ballerini sul palco, intenti a danzare accompagnati dall’Orchestra; eppure, sono presenti solo i musicisti. Galaktionov è totalmente nella parte, suonando riesce a trasmettere tutto ciò che prova in quel momento: la sua è un’emozione talmente forte che un crine del suo archetto si rompe, ma lui continua la sua performance e, in un attimo di pausa, stacca via il crine come se avesse appena concluso un passo di danza difficilissimo e stesse prendendo fiato prima del prossimo.

È impossibile confondere il virtuosismo di Vivaldi con la musica astratta di Piazzolla, e una bambina seduta in terza fila sembrava saperlo bene. Su quella sedia rossa, tra la mamma e la nonna, con la custodia del violino davanti alla gambe, dondolava la mano a tempo dell’Otoño porteño; proprio come Sergey accennava piccole oscillazioni con il corpo durante l’intervento solistico del violoncello. Quella bambina non era l’unica ad essere incantata dall’atmosfera creatasi: al termine del concerto, dopo molti applausi, mille emozioni, e gli inchini dell’Orchestra e di Galaktionov, il maestro concertatore ringrazia il pubblico per essere stato lì e chiede «Vivaldi o Piazzolla?». In un istante, l’inimmaginabile a teatro: un bambino, dal fondo della platea, grida «Piazzolla!» e, in quel momento, tutti hanno capito l’importanza della musica, capace di far riflettere ed emozionare i più grandi e, allo stesso tempo, sognare i più piccini.

In evidenza: Sergey Galaktionov e l’Orchestra d’archi (credits: comunicato stampa Teatro Regio)

a cura di Chiara Vecchiato