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GNUT in concerto: un viaggio intimo tra chitarra, archi e amore

È iniziato, giovedì 20 marzo presso lo sPAZIO211, il nuovo tour di Claudio Domestico, alias GNUT. Il cantautore napoletano sceglie Torino come luogo di debutto del suo ultimo progetto live, caratterizzato da un trio composto dalla chitarra del cantante e da una coppia d’archi, suonati da Marco Sica (violino) e Mattia Boschi (violoncello). 

L’artista, con il piccolo ensemble, ripercorre la sua carriera mantenendo il focus sul suo stile legato al folk anglofono attraverso arrangiamenti che ampliano l’ambiente sonoro con i temi lenti e i numerosi pizzicati sviluppati dai due archi.

Questi si mantengono distanti dall’impronta classica e creano un “non-luogo”, dove il pubblico può seguire i passi da ballad tracciati dal trio strumentale, che accompagna GNUT nel suo tragitto autoriale.

Il percorso definito rimane fedele a se stesso, in una coerenza che non è solo sonora ma che è anche garantita dal tema universale dell’amore: amore che viene messo sotto la lente d’ingrandimento, e che GNUT indaga nella sua molteplicità.

È quello  spensierato in “Se cucini tu” e in “Semplice”, malinconico in “Dimmi cosa resta”, quello da dimenticare e da abbandonare centrale in “Luntano ‘a te”, ultimo inedito pubblicato a febbraio, nel quale GNUT si mette a nudo e racconta della sua personale esperienza con un «amore tossico che – dice il cantante – mi ha sconvolto».  

La libertà espressiva di GNUT, oltre alla scelta del trio sul palco, si vede anche nel modo in cui alterna canzoni in italiano e in napoletano. Ogni lingua porta con sé un’emozione diversa, e GNUT sa come usarla per raccontare le sue storie in modo autentico. Non è solo una questione di parole, ma di sensazioni che si mescolano e prendono vita, in modo unico ma al contempo universale. 

Foto da cartella stampa

Durante un momento strumentale apparentemente transitorio GNUT cattura l’attenzione degli ascoltatori emettendo con la sua voce un suono soffiato simile a un flauto, sollevando gli occhi dagli schermi di chi dopo un’ora di live iniziava a sentirsi, evidentemente, affaticato. Il suono, lontano e misterioso, ha creato un’atmosfera rituale, richiamando tutti i presenti in uno spazio fuori dal tempo.

E poi, c’è stato il momento finale con “Nu poco ‘e bene”, la canzone che tutti conoscono e che il pubblico ha cantato in coro, in un momento comunitario e intimo che ha fatto da perfetta chiusura alla serata. 

Un live che ha dimostrato, ancora una volta, come la musica di GNUT sappia toccare le corde più profonde dell’animo umano, mescolando folk, emozioni e parole in un viaggio che promette di continuare a incantare nelle prossime tappe del tour.

Marco Usmigli

Intervista a Gnut

Claudio Domestico, in arte Gnut, classe ‘81, è un cantautore, chitarrista e produttore napoletano.

Con uno stile intimista e influenze che spaziano dal folk alla tradizione napoletana, Gnut riesce a trasmettere emozioni profonde attraverso testi sinceri e arrangiamenti raffinati. La sua musica è un viaggio tra sentimenti universali e radici culturali, capace di creare un’autentica connessione con il pubblico. Amato per la sua autenticità e sensibilità è un artista che parla al cuore di chi lo ascolta. 

In occasione della prima data del nuovo tour, svoltasi giovedì 20 marzo allo Spazio211, abbiamo avuto modo di incontrarlo e fargli alcune domande.

Per iniziare ti chiedo come stai e come ti senti per questa sera? Hai aspettative riguardo al pubblico torinese, che ha avuto più occasioni di vederti suonare negli ultimi anni?

Sto bene, è un periodo molto bello artisticamente perché sto lavorando ai provini del nuovo disco.

Questo tour, con il pretesto del nuovo inedito, “Luntano ‘a te”, pubblicato il 28 febbraio, è un giro di boa in cui, con dei vecchi amici musicisti, Mattia Boschi e Marco Sica, vado a rivisitare un paio di canzoni che toglierò dalla scaletta con l’uscita del nuovo progetto. È un modo per salutare questo repertorio che mi ha accompagnato negli ultimi anni, rivedere vecchi amici e dare un suono diverso a quello che ho proposto negli ultimi anni.

È sempre bello tornare a Torino, ho lavorato anni fa con un’etichetta torinese, mi sentivo parte della scena torinese per una parte della mia vita (ride ndr), è sempre una grande emozione.

Questa volta hai deciso di presentarti sul palco con altri due musicisti, curioso peraltro che abbia scelto violino e violoncello, solitamente associati al mondo della musica classica.

L’idea iniziale era quella di realizzare un mio vecchio sogno: realizzare un tour con un quartetto di archi solo che, dopo una serie di esperimenti e prove, il risultato era troppo classicheggiante quindi ho lavorato di sottrazione coinvolgendo questi due vecchi amici che hanno un approccio poco classico allo strumento e hanno un suono molto moderno.

È interessante che usiamo degli strumenti classici, come violino e violoncello, ma lo faremo in una chiave molto distante dalla musica classica.

“Luntano ‘a te” è il tuo ultimo inedito, prodotto da Piers Faccini con cui da molti anni collabori, pezzo che annuncia l’uscita di un nuovo album. In diverse occasioni hai affermato che per te i dischi sono come dei diari, nei quali riassumi la tua vita. Sorge spontaneo chiederti di che cosa racconterà il disco? Musicalmente quali influenze avrà?

Il prossimo album sarà diverso rispetto a quelli pubblicati fino ad adesso sia nei testi che nelle sonorità. Rispecchia una fase particolare della mia vita, tutto è nato da una canzone che poi ha creato il percorso da seguire per tutte le altre.

I testi sono di matrice spirituale…dal punto di vista musicale le ispirazioni arrivano dai mantra, dalla musica africana, da quella popolare del Settecento, la taranta… Sarà un disco molto percussivo.

Sarà vicino a quell’approccio di quando non esisteva l’industria musicale e la musica era una cura per la mente e per il corpo. Credo che sia la forma d’arte migliore per metterci in contatto con tutte le entità che esistono, ma che non possiamo percepire con i nostri sensi. Questo disco parlerà di questo.

Ieri, 19 marzo, sarebbe stato il compleanno di Pino Daniele, il quale diceva «Napoli è un modo di essere».  Quanto è importante Napoli nelle tue canzoni? Che rapporto hai con la città e come la tradizione napoletana influisce sulla tua musica?

In realtà io sono quello che sono, sia come persona sia come musicista, perché sono nato e ho vissuto a Napoli. Quando ho iniziato a suonare ero adolescente ed ero affascinato dalla musica che arrivava da lontano, erano gli anni ’90, c’era il grunge; quindi, non mi interessava molto la tradizione.

Poi, crescendo, mi sono reso conto dell’importanza delle radici, credo che valga per ogni forma d’arte.

Confrontarsi con le proprie radici, con il percorso storico del posto in cui sei nato diventa una chiave molto interessante nel momento in cui lo vai a fondere con quello che ti piace e con quello che arriva da molto lontano.

Da qualche anno ho fatto pace con il repertorio della tradizione napoletana, è una cosa che ho iniziato a studiare negli ultimi anni e, diciamo, ha chiuso un cerchio facendomi trovare una direzione più consapevole artisticamente.

Continuando a citarlo, Pino Daniele, cantava: «E si chest nunn è ammore ma nuje che campamme a fa’». Penso che l’amore abbia la capacità di influenzare non solo la musica ma anche il modo in cui percepisci il mondo. Nel corso della tua carriera hai sempre cercato di raccontare l’amore nelle sue diverse sfumature. Non si può dare una definizione ma, se dovessi chiederti cos’è oggi l’amore per Gnut cosa risponderesti? 

È difficile non rispondere in modo banale… Posso citare John Lennon: quando gli chiesero perché scrivesse solo canzoni d’amore, lui disse «perché cosa c’è più importante di cui parlare?»

L’amore un argomento così ampio che effettivamente quando poi ci si allontana dal racconto del classico amore da coppia ma si va ad indagare in tutte le forme dell’amore diventa un campo universalmente enorme. È il motore che fa girare il mondo nonché il sentimento più importante tra quelli che esistono, quindi per un autore è fonte di ispirazione totale.

La tua musica ha un tono molto intimo e personale, ho sempre pensato che tu riuscissi a trovare poche e semplici parole per descrivere qualcosa di grande, riesci a creare immagini nelle quali le persone si rispecchiano. Come vivi il rapporto con il pubblico durante i concerti? Lo vedi come osservatore della tua arte o, in qualche modo, influenza il tuo modo di scrivere e fare musica?

Non credo ci sia molta influenza. Il mio approccio alla musica è un percorso personale di ricerca.

Il rapporto con il pubblico è di condivisione che si crea soprattutto durante i concerti. Io la chiamo selezione naturale. Quando fai un determinato tipo di musica, in un determinato modo, è come se selezionassi un pubblico con una sensibilità simile alla tua. Si crea una condivisione reale dove nelle canzoni, nate in maniera sincera e spontanea, qualcuno si può riconoscere. 

È un incontro tra spiriti affini.

Qual è stato il momento che ti fatto capire che valeva la pena inseguire i tuoi sogni?

Ci sono stati diversi momenti quando ho dovuto approcciarmi al mondo del lavoro facendone alcuni che non mi interessavano.  Avendo coltivato sempre la passione della musica ho sempre confidato nel fatto che insistere su quello che ti piace, sulle tue passioni, su quello che ami fare fosse importante. Quando poi riesci a trasformarlo in un lavoro è la vittoria più grande.

C’è stato un momento, intorno al 2009-2010, dove ho lasciato tutti i lavori che stavo facendo e mi sono impegnato solo nella musica, da là la mia vita è migliorata.

Viviamo in un paese e in una società in cui è quasi impossibile lavorare con quello che ti appassiona. Che consiglio daresti ai ragazzi, come noi, che si assumono il rischio di seguire il proprio sogno e la propria passione?

È complicato perché ogni vita ha un universo di esperienze diverse… il consiglio che posso dare è di non farsi ossessionare dall’idea del successo, ma cercare di trovare una strada che porti alla serenità.

Si può fare musica senza stare in classifica o nelle radio, anche se non ne parlano. Non serve per forza mirare al successo commerciale: si può sempre fare la musica che ti interessa, usarla come una tua forma di espressione, l’importante è che ti faccia stare bene. 

È complicato però si può fare. (ride ndr)

Sofia De March

Marta Del Grandi in concerto a sPAZIO211

È una cantautrice, è in tour da un anno e mezzo, canta in inglese e suona la chitarra… potrebbe essere Taylor Swift, ma si tratta di Marta Del Grandi, che ha infine concluso la sua ​​tournée sabato 15 marzo allo sPAZIO211. L’esibizione, inizialmente in programma a fine febbraio e poi rimandata per motivi di salute, è diventata l’ultima tappa di un lungo giro tra nazioni e continenti diversi con al centro lo stesso viaggio interno, quello dentro il suo album Selva, pubblicato nel 2023 e già candidato alla targa Tenco opera prima.

Apre la serata Giulia Impache, compositrice e cantante torinese, che lo scorso gennaio ha pubblicato IN:titolo, il suo primo disco. L’artista, in compagnia del chitarrista Jacopo Acquafresca, ha presentato i brani principali dell’album in versione ridotta in un palco illuminato di viola psichedelico che ben si coniuga con la sua musica intima, sorprendente e accidentale.

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Rapido cambio di scena e vediamo subito salire Marta e i musicisti Vito Gatto al violino e Gabriele Segantini alle percussioni. Il pubblico tende ad avvicinarsi per trovare un punto di vista migliore, il chiacchiericcio di fondo svanisce, nel silenzio inizia la magia. La presenza sul palco di Marta è magnetica, il suo lungo abito verde si staglia tra i fumi leggeri del palco/selva, tra il pubblico c’è chi canta a memoria i versi delle canzoni e chi si abbandona al ritmo ammaliante dei primi brani.

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Ma a un certo punto Marta libera il microfono dall’asta e inizia a muoversi con gesti rigidi e spezzati, si volta continuamente da parti opposte e ci fissa sempre di più.

Con le esecuzioni di “Good Story” e “First Swim, A Water Chant” riesce a esprimere al massimo le sue doti vocali e l’ottima sinergia con i musicisti. Ripesca anche alcuni brani dal suo primo EP Untile We Fossilize, per poi dedicare “Stay” a una donna del pubblico, su una richiesta fatta via Instagram dalla fidanzata. Marta interagisce in modo spontaneo col pubblico, con battute che creano un clima amichevole: si scherza sul cantare in inglese in Italia, d’altronde Elisa lo fa da sempre. C’è anche tempo per reinterpretare da capo a coda un classico di De Andrè come “Hotel Supramonte” senza avere nostalgia dei tempi passati, ma in modo semplice e libero. 

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Gli applausi si fanno sempre più lunghi e calorosi, il pubblico, nonostante la lunga giornata di pioggia, è qui per farle sentire un affetto sincero. Marta conclude con un breve discorso di ringraziamento e un invito a sostare dopo la fine del concerto, un buon modo per confrontarsi e dialogare tutti insieme. La conclusione di un capitolo, speriamo che il prossimo inizi prima possibile.

Alessandro Camiolo

Coca Puma: tra viaggio onirico e balli ancestrali 

Si è tenuto a Torino, venerdì 21 febbraio, all’interno dello sPAZIO211, l’undicesima data del Tour Panorama Olivia, che riprende il nome dall’album di debutto di Coca Puma, uscito ad aprile 2024 e che in meno di un anno ha suscitato grande curiosità e interesse, soprattutto nel panorama pop e jazz, ambienti che la musicista romana – vero nome Costanza Puma –  naviga senza avere una rotta troppo definita.

La serata è stata aperta da Edera, cantante del gruppo torinese irossa, la cui voce chiara e sospesa abbraccia e viene abbracciata dalle morbide sonorità dei synth eterei, dalle arie d’atmosfera sognanti diteggiate dalla Gretsch color rubino del chitarrista e dalla ritmicità originale e sfalsata della batteria. Sebbene l’emozione fosse palpabile, Edera ha dimostrato di essere a suo agio sul palco, riuscendo a condividere il proprio stile con l’intimo pubblico all’interno dello spazio.

Pochi minuti dopo è stato il turno di Coca Puma e la sua band, composta da Davide Fabrizio alla batteria, Antonio Falanga alla chitarra elettrica e Stefano Rossi al basso e al sintetizzatore Moog.

Foto di Silvia Marino, «Due Libri»

Fin dall’intro strumentale è stato chiaro come il non-silenzio dell’ambiente intimo e intimista dello sPAZIO211 fosse la cornice perfetta per il gruppo. Si mescolavano così il leggero brusio del pubblico, qualche tintinnio di bicchieri provenienti dal bar in fondo alla sala e le calde ma soffuse sonorità create dagli artisti sul palco, sviluppando una massa sonora composta dai rumori dell’ambiente e dalla musica.

Coca Puma riesce in poco più un’ora di concerto a sviluppare atmosfere alterne attorno a sé, passando da momenti di pura emotività vissuta ad occhi chiusi, come durante l’esecuzione di “Sparks” dei Coldplay o della sua “Tardi”, a brani intrisi di puro istinto primitivo quali “Quasi a casa” (ripetuto anche in chiusura su esplicita richiesta del pubblico) e due nuovi pezzi inediti, in grado di creare vibrazioni che partono dal ventre e che si diramano verso tutti gli arti del corpo, sviluppando movimenti liberi e irrazionali, come se fossero connessi direttamente al suono proveniente dalle casse e dall’anima di Costanza.

Foto di Silvia Marino, «Due Libri»

Attraverso sonorità che si fondono insieme nella creazione di un universo opaco, costellato di nu-jazz, elettronica, post-rock, funk e percussioni afro-latine, Coca Puma conferma la sua acclamata duttilità, mantenendo uno stile vario ma ben pensato e soprattutto autentico, visibile anche attraverso la sicurezza che porta sul palco, che si contrappone alla timidezza nascosta dietro al suo immancabile cappello da pescatore, e disegnata sul viso da un sincero e perenne sorriso ricco di gratitudine verso chi ha ascoltato, cantato e ballato con lei.

A cura di Marco Usmigli

Il rock next generation infiamma il Rockish Festival

Lo scorso giovedì 12 luglio ha avuto luogo il Rockish Festival. Sette band, rappresentanti la nuovissima scena rock torinese, si sono esibite alternandosi tra main e side stage per quattro ore ininterrotte di musica rock declinata in tutte le sue forme. Una scelta che riesce a portare sul palco dello Spazio211 diversi progetti artistici, tra cui anche gruppi di giovanissimi under 25, che ormai rappresentano un punto di riferimento per il rock torinese

Nonostante la presenza della band di fama internazionale, i Melody Fall, la protagonista della serata era proprio la next generation. Dal pop punk al rock di protesta e all’art pop, la line up di quest’anno propone i progetti di I boschi bruciano, Narratore Urbano, Irossa, Xylema, Tramontana, Breathe me in.

Foto di William Fazzari

I Narratore Urbano nascono nel 2019 definendo, da subito, la volontà di coniugare il rock ad una finalità diversa dell’esibizione fine a sé stessa. Hanno una voce e affermano di volerla usare -e lo fanno bene‐ anche per pronunciarsi su tematiche sociali e politiche.

Gli Xylema ripartono e convincono dopo un cambio di formazione e, dal Reset Festival 2023, sono una certezza del panorama torinese con un sound punk rock e melodie d’impatto. Da poco i loro testi sono in italiano e trattano delle loro esperienza personali.

Foto di William Fazzari

Irossa sono l’ultima novità dell’underground sabaudo. Di impatto è sicuramente l’immagine definita e contemporaneamente caotica, pienamente colta nelle grafiche del loro merchandising, nell’outfit e nei loro movimenti durante la performance.

Camaleontici. Se in un primo momento si è trasportati dal sax in una dimensione onirica e malinconica, un attimo dopo l’attenzione viene rubata dalle chitarre, decise e mai aggressive, che accompagnano, chi ascolta, alla comprensione delle immagini suscitate dai loro testi.

Foto di William Fazzari

L’inconveniente della pioggia non ha fermato il pubblico che, seppur ridotto, ha saputo compensare in energia e partecipazione. Cantando e ballando il repertorio di tutti gli artisti, hanno sicuramente contribuito alla realizzazione di una serata piacevole all’insegna della scoperta musicale.

Foto in copertina di William Fazzari

TOdays Festival: DAY THREE

La fine di un’avventura mette sempre un po’ di malinconia: lo sa bene il pubblico della terza ed ultima serata del TOdays Festival, che domenica 27 agosto ha sfidato la pioggia per godersi i quattro live in programma a sPAZIO211. Porridge Radio, Ibibio Sound Machine, L’Impératrice e Christine and The Queens: una line-up che ha regalato spettacolo.

Muniti di k-way e tanta forza di volontà, i primi spettatori si avvicinano timidamente al palco per ascoltare la prima band in scaletta: i Porridge Radio. La band di Brighton, per due quarti al femminile, propone un mix di art-rock, indie-pop e post-punk. Al centro della scena c’è la frontwoman Dana Margolin, che imbraccia la sua Fender e inizia a intonare i brani dell’ultimo album Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky(2022), in cui è stato lasciato più spazio alle tastiere rispetto al precedente Every Bad (2021) dove invece emergono maggiormente le chitarre. Immancabile “7 seconds”, il brano che piace proprio a tutti. Una band in evoluzione, ma senza dubbio piacevole da ascoltare.

Porridge Radio (foto di Martina Caratozzolo)

La serata si accende con il groove degli Ibibio Sound Machine. Sul palco sono sette e suonano una massiccia dose di strumenti: tromba, trombone, sassofono, synth, mandolino, basso e chitarra elettrica. Il loro afro-funk elettronico fa muovere il pubblico, che si scatena a ritmo in un clima di festa collettiva di fine estate. La personalità frizzante della cantante Eno Williams non passa di certo inosservata: dal primo momento incita al divertimento e lasciarsi trasportare dal sound funky, mentre, con voce intensa, intona i brani della band.

Ibibio Sound Machine (foto di Martina Caratozzolo)

Come annunciato, la pioggia comincia a scendere pesantemente proprio mentre il buio fa capolino su Torino. L’entusiasmo, però, non si spegne e finalmente arriva L’Impératrice per l’ultima tappa del tour dopo due anni in giro per il mondo. La band francese sale sul palco e gli occhi sono tutti per loro: i sei musicisti si schierano davanti al pubblico con delle sagome di cuori attaccate al petto che si illuminano a ritmo. Un impatto visivo considerevole, che sarà una costante della loro performance, così come le sonorità funky e i giri di basso ostinato. Il loro sound disco trasforma l’open air di sPAZIO211 in una discoteca a cielo aperto, in cui il pubblico, su invito in un italiano quasi impeccabile della frontwoman parigina Flore Benguigui, è invitato a lasciarsi andare e ad essere se stesso. Uno show totale che coinvolge e fa dimenticare dei vestiti inzuppati di pioggia. L’applauso finale conferma quanto di buono mostrato e li piazza direttamente nella top tre delle performance migliori di questa edizione. Chapeau, come si direbbe dalle loro parti.

L’Impératrice (foto di Martina Caratozzolo)

Un palco trasformato in un museo neoclassico con statue di leoni, angeli e il David di Michelangelo di schiena. Più che ad un semplice live musical si è assistito ad una performance artistica e teatrale, quando sul palco è salito Christine and the Queens. L’artista francese, attesissimo nella sua prima apparizione italiana, ha partecipato ai maggiori festival del mondo, tra cui il Coachella, il Primavera Sound e il Glastonbury e, come ci si immaginava, ha regalato una performance ipnotica e di grande impatto emotivo. Il fil rouge del concerto sono i brani dell’ultimo album Paranoia, Angels, True Love (2023) – al quale ha collaborato anche Madonna – che vengono interpretati sul palco in maniera eccelsa, in una catarsi di trasformazione, accettazione e bellezza. Abbraccia le statue, lancia fiori, si sveste e riveste da un abito rosso e infine indossa delle ali nere: la trasformazione in angelo è completa dopo un burrascoso percorso, musicale e di vita. La sensazione, una volta finito, è quella di aver assistito ad uno spettacolo di rara bellezza.

Christine and The Queens (foto di Martina Caratozzolo)

Il TOdays è un festival che di anno in anno alza l’asticella nel prendersi il rischio di puntare su artisti validi, ma che in Italia spesso non sono ancora conosciuti. La nona edizione si conclude e sulla strada verso la normalità e la fine dell’estate la sensazione comune è che è stato bello ampliare il proprio bagaglio musicale in un clima di amore e libertà in nome della musica. 

A cura di Martina Caratozzolo

TOdays Festival: DAY TWO

Con le note della prima serata nell’aria, il pubblico torinese si appresta ad assaporare la seconda giornata della nona edizione del TOdays Festival. L’attesa per le band e gli artisti si percepisce fin dal pomeriggio di sabato 26 agosto: una gremita folla si riunisce con anticipo ai cancelli per accedere all’area concerto. Niente più biglietti in cassa, l’evento è sold out per i Gilla Band, Anna Calvi, gli Sleaford Mods e i Verdena.

Sono le 18:30 precise quando la prima band sale sul palco. Gli irlandesi Gilla Band, fino a qualche tempo fa chiamati “Girl Band”, portano tutta la loro energia post-punk. Rumorosi, dissonanti, acidi: si potrebbe riassumere così la loro musica. Dal 2011 i Gilla Band portano avanti un progetto influenzato dall’analisi introspettiva del proprio leader Dara Kiely, che ha a lungo affrontato problemi di salute mentale. La setlist della band, per lo più composta dai brani dell’ultimo album Most Normal (2022), viene percepita come un breve delirio sonico per orecchie abituate a suoni distorti, tant’è che le versioni registrate dei loro brani appaiono a tratti disturbanti, ma che live funzionano benone. Assieme ai Fontaines D.C. sono uno dei gruppi post-punk irlandesi da tenere sott’occhio. Una personalità ben definita e dirompente che convince gli spettatori.

I Gilla Band (credits foto: Martina Caratozzolo)

Congedato il delirio selvaggio dei Gilla Band, è già tempo di ascoltare la prossima artista. Il mood prende una piega totalmente differente con Anna Calvi. La cantautrice britannica si presenta sul palco imbracciando la sua inseparabile Telecaster, con la quale sfoggia tutta la sua tecnica chitarristica. La classe e l’eleganza dell’artista sono una costante per tutto il live, che fila lascio a ritmo dei brani più amati della sua discografia: “Desire”, “Don’t Beat The Girl Out of My Boy”, “Hunter” per citarne alcuni. Il pubblico ascolta rapito e applaude approvando pienamente quanto ascoltato.

Anna Calvi (credits foto: Martina Caratozzolo)

Cala il buio su Torino ed è il momento del progetto più sperimentale dell’intera line-up del festival: gli Sleaford Mods. Già passati dal TOdays nel 2019 – in quell’occasione quasi in sordina, tra le proposte secondarie e non tra gli artisti del main stage –. Sta di fatto che, ogni volta che si esibiscono, sanno bene come catturare l’attenzione. Un duo insolito e grottesco quello composto dalla voce di Jason Williamson e dal musicista ed interprete Simon Parfrement. Quest’ultimo non suona nessuno strumento, ma si limita a seguire la voce rap e sboccata del suo compagno musicale con movenze impetuose e maldestri accenni di danza, il tutto accompagnato da una battente base elettronica e una punk attitude. Williamson ricorda lo stile di Liam Gallagher: non musicalmente, ma nell’atteggiamento sfacciato e nel modo in cui si approccia al microfono, con le mani incrociate dietro la schiena. Tramite la loro musica gli Sleaford Mods vogliono dare voce alle ingiustizie sociali e agli emarginati della società: è questo il messaggio del loro ultimo lavoro UK Grim, uscito lo scorso marzo, che gli spettatori approvano scatenandosi assieme a loro.

Gli Sleaford Mods (credits foto: Martina Caratozzolo)

L’allerta pioggia, poi scongiurata, fa anticipare di mezz’ora l’ultimo live della band probabilmente più attesa: i Verdena. I fratelli Ferrari e Roberta Sammarelli sono accompagnati in tour dal chitarrista Carlo Maria Toller dei Jennifer Gentle, che prende spazio sul palco assieme a loro. Tre, due, uno, via! Si parte con “Paul e Linda” direttamente dall’ultimo album Volevo Magia (2022). Tra successi immortali come “Luna”, “Angie” e “Muori Deelay” e brani più recenti i Verdena si dimostrano in serata e confermano di essere la band alternative rock italiana per eccellenza, capace di mettere d’accordo un pubblico di tutte le età, che poga ma allo stesso tempo si emoziona. Stupiscono con “Il Gulliver”, brano di quasi dodici minuti tratto da Requiem (2007). La ciliegina sulla torta si poteva mettere con un finale migliore, che invece è frettoloso e insapore: la band bergamasca non suona “Valvonauta”, uno dei brani più amati, ma termina con “Miglioramento”, non esattamente il brano che ci si aspetterebbe come ultimo in scaletta. Il pubblico li incita a tornare sul palco per un bis, ma loro sono probabilmente già in camerino. I Verdena sono anche questo e i fan lo sanno. Croce e delizia.

I Verdena (credits foto: Martina Caratozzolo)

La serata giunge al termine in anticipo rispetto al day one, ma anche in questo caso ci si può ritenere ampiamente soddisfatti di quanto vissuto.

A cura di Martina Caratozzolo

TOdays Festival: DAY ONE

Da nove anni, a fine agosto, Torino ha un’energia diversa. L’energia di chi, affidandosi con fiducia alle scelte della direzione artistica, decide di vivere tre giornate all’insegna della musica al TOdays Festival. Un pubblico di fedelissimi che si ritrova di edizione in edizione nella periferia nord della città per godere di una line-up composta per lo più da nomi internazionali e lontani dai circuiti maistream.

Nel torrido pomeriggio di venerdì 25 agosto migliaia di persone hanno gremito l’open space di sPAZIO211 per la prima delle tre giornate di festival. Il caldo non ha frenato l’entusiasmo di un pubblico eterogeneo accorso da svariate parti d’Italia e dall’estero per una line-up per tutti i gusti. I King Hannah, Les Savy Fav, i Warhaus e i Wilco hanno dato il via alla prima delle tre serate di musica. Con una puntualità quasi svizzera i King Hannah sono i primi artisti a salire sul palco. Il duo di Liverpool composto da Hannah Merrick e Craig Whittle ha scaldato l’atmosfera portando live l’album d’esordio I’m Not Sorry, I Was Just Being Me uscito nel 2022. La loro prima volta a Torino e in Italia ha lasciato il segno: il loro sound dream pop ha trasportato gli spettatori in un’atmosfera onirica e fluttuante. I loro punti di forza sono i bassi profondi e la voce magnetica e sensuale di Hannah Merrick, capace di tenere incollato il pubblico. C’è spazio anche per una cover di “State Trooper” di Bruce Springsteen, ovviamente riarrangiata nel loro stile.

I King Hannah (credits foto: Martina Caratozzolo)

Breve pausa per poi riprendere con una band dalla personalità alquanto frizzante. Les Savy Fav salgono sul palco e lo show del frontman Tim Harrington ha inizio. Statunitense di nascita, vichingo d’aspetto, Harrington si presenta con la barba tinta d’arancione per l’occasione. L’impatto visivo era già di per sé considerevole, ma ciò che segue lo sarà ancora di più. Il frontman, munito di microfono con cavo lungo una ventina di metri, lascia il palco per confondersi tra il pubblico, creando dei simpatici siparietti con chiunque gli si presenti davanti – fotografi compresi – ma continuando ad intonare i brani con un cantato sporco di ascendenze hardcore. Un vero e proprio show, al limite tra il comico e il grottesco dato che il frontman resta in boxer, ma che diverte e anima gli spettatori. La musica della band di Brooklin, però, passa in secondo piano dato che il tutto risulta tutto un po’ caotico. Di primo acchito le sonorità dei Les Savy Fauv si potrebbero ricondurre a quelle dei Pixies e dei Fugazi. Non ci sono vie di mezze, musicalmente o li ami o li odi (con molto affetto anche in quest’ultimo caso dato i personaggi).

Tim Harrington di Les Savy Fauv (credits foto: Martina Caratozzolo)

Il momento strappacuore si ha con i Warhaus, band belga capitanata da Maarten Devoldere, che con la sua altra band, i Balthazar, era già passato dal TOdays nel 2019. In quest’edizione, però, è tornato con tanti cambiamenti alle spalle: un nuovo album e, soprattutto, il cuore spezzato. Ebbene, sì, l’ultimo disco Ha Ha Hearbreaker nasce da una cocente delusione amorosa del frontman, che per esorcizzare il dolore ha deciso di scrivere l’intero album in una stanza d’hotel a Palermo, lontano dai riflettori. Il risultato sono dieci brani convincenti, dove si passa dalla sofferenza all’accettazione, che live hanno il potere di emozionare, complice anche l’interpretazione sentita e sensuale di Devoldere. “Love’s stranger”, probabilmente il brano più conosciuto della band, fa muovere il bacino al pubblico, che successivamente si lancia nell’intonare all’unisono la melodia di “Open Window”, dopo che la band l’ha a lungo suonata nella parte strumentale finale.

I Warhaus (credits foto: Martina Caratozzolo)

A chiudere la prima serata ci hanno pensato gli headliner: i Wilco. La band statunitense in attivo dal 1994 ha suonato a Torino nel giorno del cinquantaseiesimo compleanno del suo leader Jeff Tweedy. C’è chi usa una scenografia vistosa per ampliare l’impatto della performance, e c’è chi, punta tutto sulle canzoni, sul suono, senza troppe parole o fronzoli. I Wilco fanno esattamente questo: suonano. E lo fanno molto bene. Dopo essersi allontanati dalla pesante etichetta country che limitava agli esordi la complessità del loro sound, i Wilco sono tornati nel 2022 con un album dal titolo quasi ironico: Cruel Country, ad indicare ironicamente la loro vena country ritrovata, vedasi il brano “Falling Apart (Right Now)”. A sPAZIO211 fila tutto liscio, ma forse addirittura un po’ troppo. La scaletta risulta a tratti piatta e senza momenti di picco emotivo. Una sensazione condivisa da chi, però, non ha macinato ascolti su ascolti della loro discografia. Al contrario, chi è in confidenza con la loro musica non può che aver apprezzato l’abbondante ora di concerto, perché i Wilco sono esattamente questo: un sound piacevole, perfetto per i momenti chill o per i viaggi in macchina. “California Stars” ha trascinato il pubblico negli US, nonostante fossimo a Torino e “Evicted”, il nuovo singolo che anticipa l’uscita a settembre del nuovo album Cousin, ha convinto il pubblico.

I Wilco (credits foto: Martina Caratozzolo)

Sulla via di casa i fan si scambiano pareri e sensazioni, fanno una personale classifica di gradimento degli artisti ascoltati o semplicemente si godono in silenzio le emozioni lasciate dalle cinque ore abbondanti di musica. I riflettori si spengono momentaneamente alla fine della prima serata, in attesa di ascoltare le band della seconda e farsi ancora una volta coinvolgere dalle loro sonorità.

A cura di Martina Caratozzolo

RockIsh Festival: allo sPAZIO211 il rock alternativo italiano

Sono ben sette le band della seconda edizione del RockIsh Festival 2023, tutte in una sola e scoppiettante serata: è il 9 luglio e allo sPAZIO211 l’appuntamento, realizzato in collaborazione con la casa di produzione discografica Pan Music, è finalmente alle porte. Tra il main stage affacciato sul prato – futuro teatro del TOdays a fine agosto – e il side stage collocato sulla sinistra, i presenti fanno la spola in fibrillazione, gasati a buon diritto da una line-up che abbraccia la musica alternativa con un rock, un punk e un metal tutti italiani (soprattutto torinesi, ma non solo). Troviamo in maggioranza un pubblico di giovani e giovanissimi; a disposizione delle band – almeno, delle prime sei – c’è una mezz’ora ciascuno. Si parte alle 20.

Domani Martina. Credits: Lunasoft Video

I Domani Martina aprono le danze sul main stage. Il quintetto si contraddistingue da subito per un suono rock deciso, in cui risaltano i riff di chitarra, protagonisti insieme a un cantautorato degno di merito; i ritmi cadenzati – spesso e volentieri si tratta di groove danzabili in levare – fanno il resto, e lo fanno bene. “Uno come me” racchiude tutte queste caratteristiche, accendendo una platea ancora sparuta ma in vena di saltare a tempo e cantare sotto il palco, stuzzicata inoltre dalla cover di “Charlie fa surf” dei Baustelle: il primo round si conclude spaccando il secondo, con premesse eccellenti per il prosieguo.

Breathe Me In. Credits: Lunasoft Video

Pochi secondi e ci si fionda tutti sotto il gazebo del side stage, dal quale i Breathe Me In chiamano a raccolta i presenti. La band, attiva da 15 anni, propone brani dai tratti aggressivi, nei quali hardcore, metal ed elettronica non scendono a mezzi termini in una commistione vincente (vedasi l’esordio con “Animali Feriti”); la voce è intensa, nel registro acuto, e lo scream ci sta come il cacio sui maccheroni. Quel flirt con il pogo, solo vagheggiato in precedenza, ora diventa un matrimonio che s’ha da fare: complice lo spazio ristretto, il pubblico entra in contatto a più riprese, fomentato dallo stesso cantante. Una gran bella carica.

Tonno. Credits: Lunasoft Video

In uno schiocco di dita si fanno le 21; nel chiarore serale la folla torna sul prato, dove il gruppo toscano dei Tonno si è preso la scena. I riff sono semplici ma mai banali, in un pop rock con manifeste influenze emo. La voce qui graffia, quasi dà forma ai testi; dietro un’apparenza scanzonata, questi suggeriscono un disagio, vago o profondo, che sembra trovare radici nel quotidiano. Stasera, però, nulla ferma la voglia di ballare: “Fettine panate” è una hit indiscussa, perfetta per accompagnare il tramonto, e di certo rimarrà in testa a qualcuno nei giorni a venire («Ci sparavamo quei video / ci guardavamo quei video / delle fettine panate / dopo aver fatto l’amore»).

BRX!T. Credits: Lunasoft Video

Pronti, via, altro giro. Il quarto turno è dei BRX!T (pronunciato “Brexit”), quartetto che manda in estasi gli spettatori più energici. Il loro rock sa essere incisivo, pur lasciando sfogo ad aperture melodiche più pulite: un esempio di questo incrocio è dato da “Notti a caso”, brano lento ma grintoso che tanto si addice a questa serata in periferia, fatta di musica, incontri, afa e zanzare. Anche la sezione ritmica è da applausi, con un basso che sa decisamente il fatto suo e una batteria scatenata tra piatti forati e jam-block. Il pubblico si fa man mano più voluminoso: l’atmosfera è satura e gli spazi vuoti diminuiscono a vista d’occhio.

Madbeat. Credits: Lunasoft Video

Di nuovo il main stage, dove scalpitano i Madbeat, band di stanza tra Torino e Cuneo con dieci anni di attività alle spalle. La loro è un’impronta ben marcata: pop punk, senza se e senza ma. Attraverso strofe serrate e ritornelli esplosivi, il gruppo nei suoi versi racconta di un desiderio di rivalsa, delle fatiche e delle ansie di ogni giorno che costellano gli orizzonti urbani; un riscatto profuso nella freschezza giovanile di altre notti, stavolta proprio le “Notti Punk”, quelle che vengono prima dei giorni «con cui fare a botte». Altri due artisti si accompagnano al gruppo in due featuring: sono il rapper torinese Mauràs e il cantante Fabio Valente degli Arsenico. Si continua.

THE UNIKORNI. Credits: Lunasoft Video

Sesto round, un quarto d’ora dopo le 22. Nel side stage si presenta un duo, composto da una batterista e un cantante/chitarrista, se si esclude il peluche di un animale fantastico posizionato sulla cassa: THE UNIKORNI è il nome del progetto. La spinta è molto forte, con un grunge dai suoni ruvidi, dagli stacchi potenti e una vocalità spesso filtrata, che vola alta sulle ottave. Le tematiche sono più che attuali: la libertà di fare scelte sul proprio corpo, il successo degli influencer e le aspettative della società verso un individuo che non può permettersi di mostrarsi debole o avere paura. Di questo in particolare parla “CREPO/VIVO”, pezzo abrasivo e originale; lo sPAZIO è ora al completo.

Punkreas. Credits: Lunasoft Video

Gli headliner della serata sono i Punkreas, storica formazione proveniente dall’hinterland milanese e dal lontano – ormai lontanissimo – 1989. È soprattutto qui, com’era ovvio, che si palesano diversi fan di vecchia data, a variegare la composizione generazionale del pubblico. La musica della band (nomen omen), declinata in diverse fogge dall’hardcore allo ska punk, definisce uno stile mantenuto con coerenza in più di trent’anni; tanti i brani più iconici, tra cui “Il vicino”, “La canzone del bosco” e “Sotto esame”, mentre da Electric Déjà-Vu, ultimo album uscito lo scorso marzo, sono tratti pezzi come “Mani in alto” e “Tempi distorti”. Come prima e più di prima, si poga fortissimo, in un tripudio di polvere e corpi sudati sul prato, con qualcuno che fa addirittura crowd-surfing; tra ironie pungenti, stoccate al Dalai Lama e numerosi botta e risposta con la folla, un’ora abbondante passa veloce. Non prima di concludere con il selfie di rito post-concerto e una freddura dal sapore altopadano rivolta ai presenti: «Sembravate di Villarboit» (comune a nord di Vercelli da cui l’omonima area di servizio lungo l’A4, n.d.r.).

Il dj-set finale. Credits: Lunasoft Video

È quasi mezzanotte quando il RockIsh termina, lasciando spazio a un dj-set (ancora: pop punk) per chi non è stanco di muoversi, nemmeno in una torrida domenica sera di luglio; un evento divertente e ben organizzato, con ospiti di qualità e un’offerta eterogenea ma assortita nel migliore dei modi. Lo sPAZIO211 si conferma punto di riferimento assoluto per il panorama musicale, locale e non: una realtà che sa valorizzarsi e farsi apprezzare in ogni occasione.

A cura di Carlo Cerrato

Le paure e le verità degli Atlante a sPAZIO211

C’è una Torino fatta di stadi, palazzetti e teatri e una Torino di piccoli locali storici: sPAZIO211 è senza dubbio uno di questi. Una realtà senza transenne, senza lunghe code per entrare e senza stress da parcheggio. Una realtà intima dove puoi scambiare qualche chiacchiera con l’artista prima che salga sul palco o scorgere tra il pubblico il membro di una band che avevi visto live qualche settimana prima. Lo sanno bene i fan degli Atlante, che non sono di certo mancati al ritorno live della rock band il 28 aprile scorso, quasi un anno dopo dall’ultimo concerto torinese. Il trio composto da Claudio Lo Russo (voce e chitarra), Andrea Abbrancati (basso) e Stefano Prezzi (batteria) ha dato il benvenuto a Luca de Maria, chitarrista che aveva già collaborato e suonato con la band, ma che da ora in poi sarà una presenza fissa sul palco.

Andiamo con ordine: ad aprire le danze ci pensano gli Est-Egò, band torinese che aveva suonato all’Eurovillage al Parco del Valentino in occasione della scorsa edizione dell’Eurovision Song Contest. Dall’allora, però, tante cose sono cambiate per la band, che si presenta sul palco con una formazione nuova, ma con lo stesso sound onirico e psichedelico di sempre. Basta una manciata di brani, per lo più strumentali, per scaldare il pubblico, che timidamente si appresta sottopalco.

Gli Est-Egò (credits foto: Martina Caratozzolo)

È il momento degli Atlante: il frontman imbraccia la chitarra e suona le prime note distorte di “Materia”, che i fan riconoscono in pochi secondi e iniziano a cantare a colpi di headbanging. Il loro marchio di fabbrica sono le sonorità rock, fatte di riff energetici, combinate a sonorità elettroniche, che Lo Russo propone egregiamente al synth, in linea con il suo progetto solista Lorusso.

Claudio Lo Russo (credits foto: Martina Caratozzolo)

La scaletta è un susseguirsi dei brani di paure/verità, l’ultimo album pubblicato dagli Atlante a fine 2021 firmato Pan Music Production. Non mancano, però, altri brani come “Atlas” e “Bivio” dagli album precedenti e lo spazio per un brano inedito.

La serata avanza e l’atmosfera è calorosa: ci sono cartelloni con dediche, sguardi d’intesa e momenti di pogo. La band lascia il palco, ma il pubblico non è ancora soddisfatto. Difatti, non è ancora finita: mancano tre brani, tra i quali “Venere”, il più apprezzato dai fan, che chiude la scaletta tra gli applausi.

Gli Atlante (credits foto: Martina Caratozzolo)

A concerto finito, ritornando alla normalità, si ha la sensazione che il live sia durato il tempo sufficiente per farti venire voglia di ascoltare gli Atlante in nuove occasioni, in attesa di nuova musica. Gli Atlante sono una delle band emergenti torinesi più note e l’entusiasmo vissuto a sPAZIO211 è la prova dell’affetto che Torino nutre per loro.  

A cura di Martina Caratozzolo