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Mobb Deep, la storia dell’hip-hop in concerto all’Hiroshima Mon Amour

Il cinquantesimo anniversario della nascita dell’hip-hop, nel 2023, è stata una tra le grandi celebrazioni musicali degli ultimi anni. L’intervallo del Superbowl e il tributo ai Grammy sono alcuni degli eventi che ne hanno sancito la rilevanza. Proprio i Grammy introdussero la categoria miglior album rap nel 1996, riconoscendo un nuovo genere ormai consolidato. Erano gli anni della rinascita della scena di New York, dei grandi esordi di Nas (Illmatic) e Biggie (Ready to die).

Proprio sull’onda lunga di questi successi era uscito The Infamous il secondo album del duo Mobb Deep, che quest’anno celebra i trent’anni della pubblicazione. Per l’occasione è stato allestito un Infinite Tour mondiale, che ha toccato anche l’Italia con varie tappe nelle città principali.

Siamo andati a sentirli venerdì 14 febbraio all’Hiroshima Mon Amour, in una lunga serata all’insegna della cultura hip-hop.

In apertura dj Double S ha movimentato il pubblico con un grande affondo nel rap statunitense degli anni 90, creando un mix perfetto tra hit parade, scratch e strumentali sincopate. Salgono poi sul palco Junk, rapper canadese che si esibisce accompagnato dal dj Mastafive e subito dopo Kriisie, insieme a DJ L.E.S.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

Quest’ultimo si occupa poi di richiamare l’attenzione del pubblico sull’origine del duo che sta per esibirsi, sul quartiere di newyorchese di Queensbridge, dove lui è cresciuto insieme a Nas e ha realizzato la hit “Life’s a Bitch”.

È giunto il momento delle leggende. Havoc e Big Noyd, sostituto del compianto Prodigy, fanno il loro ingresso nell’estasi generale del pubblico e danno il via alla performance. Nella prima parte l’ordine dei brani è rigorosamente quello dello storico album, incluse le skit. Sugli schermi vediamo i videoclip originali, mentre sul palco buio i due ricreano la vita periferica, oscura e allo sbando di quei tempi. Havoc, concentrato nelle sue strofe, si muove giusto a incitare il pubblico, mentre Big Noyd, col volto nascosto dal cappuccio mima efficacemente ogni frase.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

La carrellata di brani sembra non finire mai, tra cui gli immancabili successi dei primi anni duemila “Get Away” e “Win Or Lose”. Viene più volte evocata l’assenza di Prodigy, le cui strofe vengono rappate a fasi alterne dai due, con grande rispetto. Nei momenti più importanti rimangono in silenzio, ma è il pubblico a rappare in coro alla voce di Prodigy che esce dalle casse.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

Tra tanti cappelli a visiera e capelli bianchi, genitori con figli, cd e vinili sbandierati di continuo dal pubblico, l’attenzione è totale, non servono discorsi, conta solo la musica. La serata si chiude con il più grande successo dei Mobb Deep, “Shook Ones Pt. II”. La folla sembra quella dello scontro finale di 8 Mile, mani alzate e tutti che rappano la strofa di apertura.

Foto a cura di Davide La Licata/piuomenopop.it

I Mobb Deep hanno presentato un ampio catalogo di successi che ci ha fatto viaggiare tra diversi anni ed epoche nostalgiche dell’hip-hop. Il loro reality-rap, fatalista, pieno di suoni sinistri e minacciosi, rimarrà per sempre una pietra miliare.

Take these words home and think it through

(estratto da “Shook Ones Pt. II”)

                                                                        A cura di Alessandro Camiolo

Post Nebbia, psych-rock alla portata di tutti

I Post Nebbia, che stanno acquisendo sempre più importanza nella scena contemporanea italiana, ci hanno regalato una serata emozionante all’Hiroshima Mon Amour di Torino il 30 gennaio 2025.

Ad aprire il concerto Gaia Morelli, che sale sul palco in duo. Unica pecca, forse, è stata quella di non presentare sé stessa al pubblico, lasciandolo un po’ confuso, non comprendendo chi si stesse esibendo.

Nonostante le sonorità indie, adatte alla Gen-Z, forse Gaia non è stata in grado di scaldare il pubblico al meglio, lasciandolo in un’atmosfera vagamente spenta. 

Dopo una breve pausa, entrano in scena, con visual evocative e distopiche, i tanto attesi Post Nebbia, accolti calorosamente. Cominciano con i brani del loro nuovo album, Pista Nera, nell’ordine in cui si presentano nel disco. I loro suoni, che li rendono eredi italiani di Tame Impala (one man band rock-psichedelica australiana), sono in grado di immergere i propri fan in un bagno psichedelico, surreale e visionario, facendo rivivere un sogno di un’infanzia anni 2000.

Un breve problema tecnico alla batteria fa interrompere per poco la loro esibizione, la quale riprende con un animato coro dei fan, che motivano il batterista, con complimenti e fischi. Simpatico l’intervento del cantante, che richiede un pacco di fazzoletti al pubblico per soffiarsi il naso. Inaspettati i poghi che partono su molteplici canzoni, ma apprezzatissimi, poiché manifestazione di un senso di appartenenza a questo genere musicale.

Una volta conclusi i pezzi della loro ultima uscita, abbracciano simbolicamente il pubblico, riportandoci in un safe-place, con “Cuore Semplice”: brano che trascina in un viaggio etereo. 

Ogni elemento di questo live sembra alterare l’ordine spazio-tempo, permettendo di buttarsi a capofitto nell’esperienza e nella vibe della band, che spero Torino potrà ri-accogliere presto.

A cura di Benedetta Vergnano

Whitemary in concerto all’Hiroshima Mon Amour

Nuovo progetto, nuovo disco, nuovo tour: tre elementi di un percorso che rinnova le stagioni musicali e il rapporto tra pubblico e artisti. Ma le strade si possono percorrere in modi diversi, come nel caso di Biancamaria Scoccia in arte Whitemary, che ha scelto l’elettronica quasi per vocazione, lasciando da parte il canto jazz. Dopo aver presentato il suo ultimo album New bianchini in varie esibizioni in solitaria sotto il titolo di New bianchini sound system, si presenta ora con una band, con un live che partendo dall’ultimo album sintetizza il suo intero percorso.

Foto di Alessia Sabetta

Siamo andati ad ascoltarla venerdì 24 gennaio all’Hiroshima Mon Amour, nella sua prima esibizione a Torino, davanti a un pubblico curioso e partecipe sin dal primo minuto. Sul palco troviamo tre sintetizzatori analogici al centro e due batterie ai lati, sullo sfondo un grande schermo che riporta il nome dell’artista in rosso. 

Foto di Alessia Sabetta

Entrano prima i musicisti Sergio Tentella (del duo Ephantides) e Davide Savarese, entrambi con un kilt marrone. Poi arriva Bianca, con in testa un cappellino e corna rosse, si avvicina al microfono e dà il via al concerto con “OH! MA DAI”. Così, pian piano, ci tira e ci trascina in un flusso denso, senza interruzioni, in un continuo cambio di luci da vero club techno, in cui si salta e si balla senza mai fermarsi.
La scaletta alterna brani dell’ultimo disco e del precedente Radio Whitemary. Vediamo la cantante spesso chinata sui synth, agitarsi nel buio, una silhouette in contrasto con lo schermo su cui scorrono video in loop, con i testi delle canzoni o artefatti generati e manipolati a partire dall’impulso vocale.
Non mancano momenti di pausa e dialogo col pubblico, in cui Bianca parla del valore di alcuni brani come “DITEDIME” e “MI DISP”, che prelude al rush finale. Proprio la seconda pausa incide molto sull’intero senso della performance. Il trio esce dal palco, mentre rimangono solo le ‘macchine’ a suonare. Sullo schermo nero vediamo una farfallina blu che gira intorno a un cerchio, iniziano a salire i battiti dei bassi, il pubblico tiene il ritmo, è l’orecchio umano che percepisce la transizione, l’ingresso in nuovo vortice, in uno spazio diverso, alternativo e vertiginoso.
Il finale è emozionante ed esplosivo, con “Ti dirò” che chiude in maniera esemplare un concerto folle… ma senza troppa folla. Un peccato: chi non c’era non sa cosa si è perso. Whitemary abbraccia il pubblico, adesso siamo tutti un po’ amici, tutti un po’ “bianchini”. Lei che crea tutto da sola insieme ai suoi synth adesso si inchina di spalle e ribadisce il carattere ludico dello stare insieme agli altri, in modo libero e spontaneo.

It’s interesting and I think it’s also what

the human ear picks up

Quite a lot of electronic music which

is just made with presets like

a machine and it have like ninety-nine pieces

You’re not really doing anything

(estratto da “Presets / Doing anything”)

A cura di Alessandro Camiolo

I Selton all’Hiroshima Mon Amour: la giusta dose di divertimento, serietà e intimità

Grazie ai Selton l’Hiroshima Mon Amour la sera di giovedì 23 gennaio ha visto il suo palco animarsi, a partire dagli schermi colorati di verde neon fino al grande entusiasmo del pubblico, che dalla prima nota non ha mai smesso di ballare.

Mentre il gruppo italo-brasiliano sale sul palco e si prepara a suonare, una voce registrata parla di Barcellona, luogo magico in cui i membri si sono conosciuti nel lontano 2005. Ramiro Levy, Daniel Plentz ed Eduardo Stein Dechtiar, dopo aver passato un anno a suonare cover dei Beatles, sono stati scoperti da un produttore italiano di MTV, e la loro carriera è iniziata ufficialmente a Milano con il disco Banana à Milanesa.

Foto di Alessia Sabetta.

La prima cosa a colpire è la disposizione del palco: creando una simmetria, Ramiro e Eduardo sono ai due lati; in centro una batteria doppia, suonata da una parte da Daniel, e dall’altra dalla talentuosa Giulia Formica, che sta accompagnando il gruppo durante questo tour, insieme alla tastierista Daniela Mornati. L’introduzione strumentale ci trasporta subito nel mondo dei Selton: ritmi energetici, melodie pop e una grande sintonia.

Tra italiano, portoghese, inglese e spagnolo, vengono suonate molte canzoni dell’ultimo album GRINGO Vol.1, ma anche vecchi successi, tra cui alcune delle diverse collaborazioni con artisti italiani e non, come “Karma Sutra” (con Margherita Vicario) e “Estate” (con Priestess). Il pubblico, tra chi conosce tutti i pezzi a memoria, e chi può cantare solo i ritornelli più celebri, rimane ugualmente contagiato dai ritmi brasiliani e le sonorità dal pop, passando per l’indie fino al rock: a ballare sono proprio tutti.

Foto di Alessia Sabetta.

Un momento degno di nota è quello di “Calamaro Gigante”, che spezza la leggerezza della serata per aprire una parentesi più seria. Si tratta di un breve monologo scritto dal punto di vista di un mostro marino, che maestosamente tocca l’argomento delicato e tragico dell’immigrazione, ma più in generale parla di natura umana, riuscendo a essere politico il giusto senza cadere in banalità poco originali.

Il momento serio non lascia però l’amaro in bocca, almeno non fino alla fine del concerto, perché i Selton hanno una grande capacità di muoversi fra i sentimenti più disparati in modo fluido e funzionale. Torna un momento danzante, seguito da “Smoking Too Much”, la ballad che conclude l’ultimo album, registrata ad Abbey Road, come a chiudere il cerchio aperto agli inizi della storia del gruppo. Una vera perla.

Foto di Alessia Sabetta.

E quando ci sembra di aver già visto tutto, il palco si svuota e il pubblico viene diviso, formando uno spazio vuoto in centro alla sala. Velocemente compaiono degli sgabelli posizionati in cerchio. I musicisti ci salgono sopra con i loro strumenti, ed eseguono ancora due pezzi. L’atmosfera si fa ancora più intima di prima, ora le persone si guardano in faccia.

I Selton sono una chicca della musica italiana, che ha già fatto tanto ma lascia comunque l’impressione di avere molto altro da offrire, qualche nuova influenza, un diverso sound, un’inaspettata collaborazione…

A cura di Enea Timossi 

Un tuffo nel passato: Cisco all’Hiroshima

La serata del 5 dicembre all’Hiroshima Mon Amour sarà una di quelle che difficilmente potrà essere dimenticata. Una serata all’insegna del folk-rock, dell’energia, del divertimento, della ribellione, della pace, dei pugni alzati, dei racconti di vita e di un ritorno al passato che è tutt’altro che nostalgico: è un passato che risuona attuale e, a distanza di trent’anni, ancora vivo e vibrante. Il mondo è cambiato ma 1994 e 2024 sembrano essere più vicini di quanto si possa immaginare.

Ad aprire il concerto, un opening act del cantautore torinese Carlo Pestelli: sale sul palco con la sua chitarra e incanta il pubblico alternando brani da lui composti, a brani storici del Cantacronache – come “Dove vola l’avvoltoio”, scritto da Calvino. La sua interpretazione è un gioco tra parole e musica: divertita, recitata, con una melodia controintuitiva che rivela le influenze di Amodei e Brassens. Una voce, quella di Pestelli, che rientra perfettamente nello stile del Cantacronache.
Per concludere e creare un “ponte” con l’attesissimo concerto di StefanoCisco” Bellotti, Pestelli suona «una canzone tutt’altro che datata»: “Oltre il ponte” scritta da Calvino e musicata da Liberovici e che tanti artisti, tra cui proprio Cisco, hanno portato sul palco.

Foto di Ottavia Salvadori

Con un doppio appuntamento – 5 e 6 dicembre 2024 – Cisco e alcuni ex membri dei MCR fanno tappa a Torino con il tour invernale Riportando tutto a casa (live!) 30 anni dopo.
Un filo rosso unisce Cisco ai Modena City Ramblers e difficilmente questo legame si può spezzare. Nel 30° anniversario dall’uscita del primo album d’esordio, Cisco riunisce alcuni ex MCR per riproporre quel disco che ha aperto la strada al combat folk-rock. Un tuffo nel passato fatto di sorrisi, complicità e musica che non conosce età. Insieme a Cisco, sul palco alcuni storici amici-musicisti: Alberto Cottica (fisarmonica), Marco Michelini (violino), Giovanni Rubbiani (chitarra), Massimo Giuntini (bouzouki,  uilleann pipes, low whistle), Roberto Zeno (percussioni), Arcangelo “Kaba” Cavazzuti (batteria e chitarra) a cui si aggiungono «i pischelli che non ci potevano essere»: Enrico Pasini (tromba, tastiere) e Bruno Bonarrigo (basso).

Foto di Ottavia Salvadori

Salgono sul palco, accolti da una tempesta di applausi, sulle note di “Mo Ghile Mear”, intro perfetta alla canzone “In un giorno di pioggia”. Una dolce ed energica dichiarazione d’amore per l’Irlanda che ha saputo subito risvegliare la voce e i movimenti del pubblico. Non c’è tempo da perdere: tutti a cantare a squarciagola, tutti a ballare con un entusiasmo e un sentimento che non conosce freni.
Ma è solo l’inizio di una serata che ha trasformato il concerto in un’esperienza condivisa, un “fare musica” che non conosce più confini. Palco e pubblico non sono più entità separate ma si fondono in un’unica grande energia che trasforma la sala dell’Hiroshima in un grande abbraccio caldo e familiare. Cisco si sporge verso il pubblico, lo coinvolge nel canto, lo fa ballare, battere le mani creando – come riesce sempre a fare – una connessione autentica. Ed è in serate come queste che l’imbarazzo sparisce, che la timidezza di qualcuno si dissolve: nessuno resta con i piedi ancorati a terra, tutti sollevati in salti e in movimenti liberi da ogni costrizione. Nessuna bocca serrata ma solo cuori che battono all’unisono su canzoni che raccontano, che hanno fatto la storia e che continueranno a farla. L’energia, il divertimento, la forza dei testi e della musica attraversano l’intera sala dell’Hiroshima travolgendo ogni angolo.

Foto di Ottavia Salvadori

Si balla, sì, ma la malinconia e la drammaticità di alcune storie si fa sentire: “Ebano”, “Cento Passi”, “I funerali di Berlinguer” sono solo alcuni esempi di racconti di una realtà che sembra distante ma che è ancora tangibile. Niente effetti speciali – eccetto gli occhiali da vista di Cisco – e niente artifici, ma il palco si colora di rosso: una bandiera Arci con il volto di Berlinguer viene dapprima fatta sventolare da Cisco per poi essere utilizzata a mo’ di mantello diventando un elemento scenico di grande significato simbolico. Sul palco un gruppo di amici e artisti che fa ciò che ama con passione, entusiasmo e divertimento ma anche grande professionalità.

Foto di Ottavia Salvadori

Fortunatamente tra il pubblico «molte facce giovani» e questo è la dimostrazione che c’è un pubblico affezionato ma anche in evoluzione; e chissà… che la presenza di giovani ragazzi – purtroppo però mancano i giovanissimi – a concerti come questo non sia un primo passo verso il vero cambiamento…?

Un viaggio nel tempo – come lo definisce Cisco – ma con qualche salto nel presente con una canzone scritta recentemente e intitolata proprio come l’album d’esordio Riportando tutto a casa: una canzone malinconica che ripercorre il tempo passato. E a completare questo viaggio c’è “Siamo moltitudine” un inedito che «parla di noi, della nostra generazione, di quello che siamo e quello che siamo diventati (e come)».

Un po’ di emozione e nostalgia forse nell’aria c’è… ma queste sonorità e parole non moriranno mai, continueranno a sopravvivere con intensità nei cuori, nei corpi e nelle menti di ognuno.

A cura di Ottavia Salvadori

Alberto Bianco riparte live da Torino

Venerdì 24 novembre Alberto Bianco ha presentato all’Hiroshima Mon Amour il suo nuovo album Certo che sto bene. L’album – registrato in presa diretta a Formentera in una settimana, tra le onde del mare e con la collaborazione di Margherita Vicario e Federico Dragogna dei Ministri – rispetta in pieno lo stile cantautorale dell’artista torinese, che scava in profondità con i testi pur mantenendo un ritmo ballabile ed orecchiabile.

Il pubblico torinese che ha assistito alla prima data del tour non è di certo rimasto deluso. Un live denso e suonato. Sì, suonato è la parola che meglio riassume al meglio il tutto. Bianco sale sul palco assieme alla sua band, imbracciando una chitarra semiacustica, che sarà la sua fedele compagna durante l’ora e mezza di set. Si parte con “Certo che sto bene”, la title track che strizza l’occhio allo stile del duo Colapesce Dimartino. Un paio di brani e arriva quello più famoso del cantautore, “Filo d’erba”, che il pubblico intona all’unisono.

Bianco
credits foto: Martina Caratozzolo

Il clima all’interno del locale è disteso e familiare, la band si diverte e il bassista scherza con Bianco: “Non ti prendono a Sanremo, perché fai ancora gli assoli”, tra le risate generali. Oltre che i brani del nuovo album, il cantautore suona anche alcuni dei brani simbolo della sua carriera, come “Mela” – il suo featuring con Levante –, “Corri Corri” e “Raccontami”. L’ultimo brano in scaletta è “Stelle di giorno”, ma non è ancora tempo di congedare il pubblico. A fine concerto, infatti, il cantautore scambia qualche chiacchiera con i fan che si avvicinano al banchetto del merchandising per portare a casa un ricordo fisico della serata, tra vinili, cd e magliette.

Certo che sto bene dal vivo prende vita e la voce del cantautore appare identica alla versione registrata. In Bianco si percepisce quella dose di autenticità che spesso nella musica odierna manca, tra classifiche e numeri di dischi venduti. La scena musicale torinese è viva e ha tanto da raccontare: Alberto Bianco ne è la prova.

A cura di Martina Caratozzolo

Il club tour di Motta fa tappa all’Hiroshima

Un nuovo album porta con sé una buona dose di pressione e dei fan da convincere. Lo sa bene Motta, che ha iniziato il tour nei club italiani per presentare l’ultimo lavoro La musica è finita, uscito lo scorso ottobre. Il cantautore toscano ha voluto esprimersi, ancora una volta, nella sua dimensione preferita: il live. Venerdì 10 novembre un Hiroshima Mon Amour sold out lo ha accolto con grande affetto e curiosità.

Il palco si presenta ricco di strumenti, tra synth, basso, chitarre elettriche e acustiche. Lo sfondo è un pannello nero con una grande “M” stilizzata e graffiata. Motta sale sul palco accompagnato dalla sua band: Giorgio Maria Condemi alle chitarre, Francesco Chimenti al basso e al violoncello, Davide Savarese alla batteria e la grande novità di questo tour, ovvero Whitemary ai synth, che riassume al meglio alla sperimentazione elettronica ricercata in La musica è finita.

La scaletta si apre con due brani del nuovo album: un’intima versione al piano di “Anime perse” e successivamente l’energetica “La musica è finita”. Una dinamica di suoni e di emozioni fa da fil rouge al concerto, che risulta un continuo alternarsi di momenti emotivi ed energetici. Motta sul palco si sente a suo agio e si esprime liberamente: salta, si inginocchia, scuote la chioma riccia, incita il pubblico a cantare più forte. In scaletta non mancano alcuni dei brani più apprezzati dei fan, come “Del tempo che passa la felicità” e “Sei bella davvero”, dedicata ad una ragazza transgender. L’ospite della serata è Ginevra che, assieme al cantautore, intona “Maledetta voglia di felicità”, uno dei featuring all’interno del disco.

Motta, la sua band e l’ospite Ginevra (credits foto: Martina Caratozzolo)

Motta mostra le sue abilità ritmiche ai tamburi nell’esecuzione di tre brani: “Se continuiamo a correre” – suonata in crescendo –, “Roma Stasera” – in una rabbiosa versione rock – e “Ed è quasi come essere felice”. Dopo aver dato il tutto per tutto, il cantautore si prende l’applauso del pubblico e ringrazia la sua band, annunciando l’ultimo brano in scaletta: “Quello che ancora non c’è”.

Motta (credits foto: Martina Caratozzolo)

Ancora una volta, il cantautore toscano dimostra che la dimensione live è quella che gli si addice meglio. Al contrario di quanto suggerisce il titolo del suo ultimo album, la musica per Motta non finirà finché ad ogni concerto ci metterà così tanta anima e passione. Chi era all’Hiroshima in quella piovosa serata può confermare.

A cura di Martina Caratozzolo

TJF 2023: Hamid Drake omaggia Alice Coltrane

Per la seconda volta sul palco dell’Hiroshima Mon Amour per il Torino Jazz Festival, Hamid Drake si presenta con un omaggio ad Alice Coltrane, grande musicista americana del jazz spesso nascosta nell’ombra del compagno John Coltrane.
Per eliminare il senso di vuoto lasciato dalla morte del marito, Alice trova conforto nella musica e nella spiritualità. Convertitasi all’induismo, cambia il suo nome in Turiyasangitanda. “Turiya” deriva proprio dalla filosofia indù e denota lo stato supremo di coscienza pura. Esso è anche il nome del progetto portato in scena all’Hiroshima in una data, quella del 25 aprile, in cui un messaggio di pace, libertà e consapevolezza hanno un significato ancora più profondo.

«We are doing music of spirit and inspiration. Turiya represents the freedom of expression and freedom of consciousness. We are all Turiya, which is the highest state of consciousness». –

A dirlo è proprio Hamid Drake, uno dei più importanti batteristi del jazz contemporaneo. Con una carriera costellata da grandi collaborazioni, tra cui quella con Don Cherry, Drake è diventato un maestro nel fondere tra loro influenze musicali afro-cubane, indiane e africane. Oggi si esibisce con gruppi jazz europei suonando non solo la batteria ma anche il tamburo a cornice, le tabla e altre percussioni a mano.

Hamid Drake
Hamid Drake, foto dal profilo del Torino Jazz Festival

In “Turiya” spoken words, poesia, musica, gestualità, culture differenti e avanguardie si uniscono per creare uno spettacolo che va al di là di ogni limite, diventando un veicolo per comunicare una profonda spiritualità.
Sul palco c’è anche la danzatrice Ngoho Ange che, con la sua danza libera e la sua gestualità pronunciata cattura gli spettatori. Come impossessata da uno spirito (forse della stessa Alice Coltrane?), sembra quasi catapultarsi in uno stato di trance. Con i suoi movimenti ora fluidi, ora rigidi e scattanti, lo sguardo fisso e le espressioni facciali, Ange interiorizza i sentimenti espressi dalla musica e li proietta al di fuori del proprio corpo facendoli arrivare dritti al pubblico. Ad ogni gesto il corpo della danzatrice sembra prendere sempre di più consapevolezza della sua esistenza: sembrano esplicitare visivamente i contenuti musicali e mistici che hanno caratterizzato la vita di Alice Coltrane.
Ngoho Ange ha anche portato in scena la poesia attraverso un uso particolare della voce, sperimentando vari modi di emissione del suono a seconda della portata delle emozioni e del significato delle parole. È proprio qui che viene messo in risalto in grande ruolo che hanno avuto le avanguardie in questo progetto: il canto, che si riduce a pura declamazione enfatica, viene unito a versi emessi dall’apparato fonatorio, ricordando le sperimentazioni novecentesche di Luciano Berio. Elemento sostanziale di tutta questa performance è proprio il tema della ripetizione di parole, che restano incapsulate e immutate dal punto di vista letterale; anche la musica risulta costellata di cellule ritmiche ripetitive che permettono come di ricreare lo stato di estasi.

Ngoho Ange, foto dal profilo del Torino Jazz Festival

Pochi strumenti, ma differenti tra loro come l’organo Hammond, i sintetizzatori, la tromba, il contrabbasso, le tastiere e la batteria, riescono a creare una grande massa sonora che riempie lo spazio della sala. Per la maggior parte dello spettacolo è evidente il contrappunto tra la danza e la musica strumentale, ma anche tra gli strumenti stessi. Un vero e proprio concerto, nel senso letterale del termine: nonostante i suoni prodotti risultino indipendenti tra loro, la sonorità ricreata è uniforme. I musicisti sul palco si divertono, si scambiano sguardi complici e ballano. Assieme a loro il pubblico ondeggia sulle proprie gambe lasciandosi trasportare dal groove e dal ritmo della musica.

Ospite della serata Gianluca Petrella, fra i più apprezzati trombonisti a livello internazionale che ha collaborato con artisti di fama internazionale incidendo musica di diverso tipo, dalla sperimentazione al mainstream, dal jazz alla musica elettronica e techno. Petrella entra sul palco timidamente e dopo scherzi con Drake perché «He feels he is not dressed properly», sin dalla prima nota lascia tutti a bocca aperta. Integrato perfettamente nel gruppo la musica si fa sempre più energica e potente.

Il pubblico a gran voce, tra fischi e applausi, richiede un bis. Una lunga introduzione pianistica con lunghe scale ascendenti e discendenti, un po’orientali, fa da ponte per l’ingresso in scena degli altri strumentisti che cominciano a suonare note che poco a poco si discostano dalla melodia del piano. Inizialmente il brano risulta cantabile, poi l’ingresso della batteria dà energia, introducendo una pulsazione che richiama le sonorità del blues e quelle afro-cubane. La linea del piano talvolta sembra ricordare attraverso una piccola cellula melodica la canzone Sound of Silence di Simon & Garfunkel.
Ancora una volta al centro del brano la ripetizione, udibile sia nella voce di Ange che nella linea strumentale.

Unendo avanguardie e musica afroamericana, Turiya si è rivelato un miscuglio molto ben riuscito di jazz e blues, classicità e avanguardia energia e calma.

A cura di Ottavia Salvadori

Con Belvedere Galeffi canta “Malinconia mon amour” all’Hiroshima Mon Amour

Galeffi potrebbe essere descritto come un inguaribile romantico, e l’uscita dell’album Belvedere conferma questa ipotesi. I live di cui è protagonista in questi giorni sembrano però aggiungere qualche tassello in più. Da dicembre il cantautore romano è infatti impegnato nel suo Belvedere Tour, che con ben tre date sold out sta incantando un pubblico curioso di vederlo esibirsi dal vivo dopo tre anni dal suo ultimo concerto. Tra le date in programma, quella del 19 gennaio all’Hiroshima Mon Amour sembra essere molto attesa da Galeffi stesso, che nel corso della serata ripete diverse volte di essere contento di trovarsi a contatto con la folla torinese.

Foto di Alessia Sabetta

Già prima del concerto è facile immaginare come si presenterà sul palco: il suo stile è un tratto caratterizzante del suo personaggio. Sicuramente avrà l’immancabile cappellino e quel look un po’ vintage e un po’ romantico, un po’ da bacheca di Pinterest. E infatti è proprio così.

Il cantautore prova a muoversi a ritmo di musica ma risulta un po’ impacciato; anche dopo aver rotto il ghiaccio con le prime canzoni Galeffi continua con movenze che potrebbero risultare buffe e quasi goffe, ma che rientrano perfettamente nella personalità di un ragazzo che diventa bordeaux appena gli vengono fatti dei complimenti. Tutto questo lo si ritrova anche nell’ultimo album, in cui si nota la ricerca della bellezza, l’introspezione e la profondità, ma soprattutto il salto di qualità rispetto alle produzioni precedenti.

Foto di Alessia Sabetta

Anche il live è caratterizzato da queste sfumature. A eccezione di qualche canzone riarrangiata appositamente in chiave rock grazie alla band che lo sta accompagnando in queste date (formata da Luigi Winkler alla chitarra, Matteo Cantagalli, fratello di Galeffi a tastiera e chitarra, Fabio Grande alla chitarra, basso e cori e Andrea Palmeri alla batteria), ascoltarlo in alcuni brani è come ricevere una carezza; in altri sembra essere avvolti in un’enorme coperta di pile mentre fuori fa freddo. Tutto è accompagnato da quella vena malinconica che rende l’intera esecuzione ancora più calorosa e accogliente, come quando entri in una stanza con il fuoco scoppiettante in un caminetto di pietra.

Foto di Alessia Sabetta

Tra la notifica del BeReal da scattare, la sua richiesta di ballare un valzer sulle note di “Due Girasoli” e qualche coro in dialetto romano per omaggiare la sua provenienza, il concerto si è tinto dei colori bluastri e rossastri che – oltre a riprendere la copertina del disco – si armonizzano accuratamente nel contesto di comfort che pochi artisti riescono a ricreare. E Galeffi ci riesce in modo impeccabile.

A cura di Alessia Sabetta

PFM: chi li ferma mai

Si può chiedere al proprio pubblico imbambolato e immobile di applaudire senza cadere nel ridicolo? Se sei la PFM, sì. E se stai girando l’Italia – a 70 anni suonati – per festeggiare cinquant’anni di carriera suonando ininterrottamente per due ore, allora non solo ti è concesso, ma addirittura dovuto.

Il 16 novembre il Teatro Colosseo di Torino ha ospitato una tappa del tour “PFM 1972-2022” con cui la band progressive celebra i successi nazionali e transnazionali e i concerti, che superano ormai le 6000 date nell’arco della loro longeva carriera. A riflettere questa longevità ci pensa il pubblico in sala che, a parte per pochissimi giovani che abbassano drasticamente la media, se non ha l’età dei musicisti, manca poco. 

L’apertura del concerto è affidata ai Barock Project, band che vuole unire la musica classica a rock e jazz. I ragazzi si muovono bene sul palco, dimostrano una tecnica notevole e uno stile molto simile a quello della Premiata Forneria con assoli di tastiera e cambi di tempo ben studiati. Il cantante, prima di lasciare il palco, dichiara la band come progressive e il signore seduto davanti a me si lamenta del fatto che ormai si dichiarino tutti prog. Se fosse stato più giovane avrebbe però convenuto che in un presente in cui sta spopolando l’indie, la band rappresenta una validissima alternativa nel panorama musicale giovanile. 

Foto di Alessia Sabetta

Il teatro ritorna completamente al buio. In un silenzio pieno di fermento esplode la musica. Il concerto vuole fare un viaggio nel tempo partendo dai brani più recenti per andare indietro ai grandi classici della band. E infatti una delle canzoni più attese è “Impressioni di Settembre”, che si scaglia nel teatro come un coltello che squarcia il pubblico, ma anche come un medicamento che lenisce la ferita appena inflitta. Fanno jazz e improvvisano: a detta loro è grazie all’improvvisazione se sono ancora insieme. Suonano Prokof’ev e Rossini «con un piccolo aiuto, come l’avrebbero scritta gli autori se avessero avuto la PFM in orchestra». Lo fanno magistralmente. Dedicano uno special esplosivo a De André con cui hanno collaborato nei celebri due album dal vivo.

Franz Di Cioccio si presenta con l’immancabile bandana nera in testa e le coppie di bacchette incastrate avanti e dietro la cintura. Incarna la libertà. Randagio (il suo soprannome) sguizza sul palco: canta, balla, suona la batteria con una potenza impensabile per un settantaseienne. È lui a dominare la scena insieme a Patrick Dijvas, molto più statico. Il bassista  presenta i brani con il suo accento francese quando il collega si sposta alla batteria, ma lascia parlare per lo più il suo strumento. I due “giovincelli” fanno parte della formazione originale. Con loro un altro storico componente: Lucio “Violino” Fabbri, subentrato otto anni dopo la nascita della band, che suona eccentricamente il violino con l’aggiunta di vari effetti, tra cui il wah wah, pur mantenendo una compostezza inalterabile. Sono loro a mandare avanti la baracca e, nonostante la formazione sia composta da musicisti di altissimo livello, ognuno di loro potrebbe suonare da solo garantendo uno show degno di essere chiamato tale.

Dai social della band

Si sente la mancanza di alcuni brani celebri come “Maestro della voce” o “Chi ha paura della notte”, che il pubblico continua a richiedere. Ma al gruppo che ha scritto la storia del progressive facciamo passare anche questa. 

Una standing ovation, il tempo di una foto con il pubblico e il teatro cade nuovamente in un silenzio contemplativo con la platea che si svuota lentamente: è l’unica cosa che si può fare dopo un concerto simile.

a cura di Alessia Sabetta