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Carlo Romano: dalla passione per l’oboe all’incontro con Morricone

In questo estratto dell’intervista a Carlo Romano, il celebre oboista racconta il suo percorso tra musica classica e cinema, dagli inizi a Roma fino agli incontri con grandi nomi come Ennio Morricone. Condividendo aneddoti e riflessioni, ci offre uno spunto sul suo amore per l’oboe e la sua carriera straordinaria.

foto di Joy Santandrea

Come si è avvicinato alla musica e perché la scelta dell’oboe?

Mi sono avvicinato alla musica all’età di 6-7 anni a Roma nel coro di San Pietro, la Cappella Giulia, fino al cambio della voce, studiando anche pianoforte. Quando andai con mio padre a fare l’iscrizione al Conservatorio, il direttore gli disse che c’erano troppi pianisti e mi propose l’oboe. Avendo 13 anni non lo conoscevo, ma mio padre, che suonava nella banda dell’aeronautica, lo conosceva benissimo e mi disse che l’oboe mi avrebbe dato molto filo da torcere, ma che era uno strumento molto bello, mi consigliò quindi di studiarlo contemporaneamente al pianoforte per poi decidere quale a me più adatto. Entrai nella classe del Maestro Tomassini, nel Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, e già dalle prime lezioni mi affezionai a questo strumento e dopo poco tempo decisi che da grande avrei fatto l’oboista. Continuai studiando anche Composizione e Armonia. 

Tra i grandi compositori della Storia della Musica ha un suo preferito?

Tra i classici amo molto Mozart, Beethoven, Schubert. Ognuno ha delle caratteristiche fantastiche, ma Mozart è quello che ha scritto di più per lo strumento che suono: il concerto per oboe K. 314 per oboe e orchestra, tanti divertimenti e serenate. L’oboe è uno strumento che evidentemente amava molto e che effettivamente dà risalto ai suoi brani. Per il sinfonismo Beethoven è il massimo, Schubert e Mahler sono compositori a me congeniali, che amo suonare. 

Durante gli studi al DAMS abbiamo in più occasioni incontrato brani, in particolare di Morricone, di cui lei è stato esecutore. Ci può confidare a quale brano, o colonna sonora, è più legato o quale le ha dato più soddisfazioni?

Ho iniziato a fare i turni in sala di registrazione con Ennio Morricone nel 1974 per il film Il Mosè. Mi chiamò l’associazione Musicisti di Roma, perché si era ammalato l’oboista di Morricone, primo oboe del Teatro dell’Opera di Roma. Ero ancora studente del Conservatorio, andai al mio leggio di primo oboe molto timoroso. Facemmo la registrazione alla Forum di Roma in piazzale Euclide. Morricone chiese: “Chi è quel ragazzino là? Come suona? Perché qui ci sono parti molto importanti e complesse”. Il Presidente dell’associazione disse: “Ascoltalo, se non va bene ne chiamiamo un altro”. Registrammo per 3 o 4 giorni e Morricone mi guardò per tutto il tempo in cagnesco, come a dire: ‘Voglio capire bene come suoni’, ma piano piano si addolciva nei miei confronti. Alla fine delle registrazioni mi chiese: “Tu da dove vieni?”, risposi “Sono allievo del Maestro Tomassini”. “Ah! Ecco perché suoni bene, ci vedremo ancora, ti farò chiamare”. Nel tempo ho avuto modo di lavorare anche con altri illustri compositori per cinema, come Trovajoli e Piovani. Tutti bravissimi, ma Morricone è quello che più ho nel cuore. Quando scriveva qualche tema importante mi chiamava a casa chiedendomi cosa ne pensassi  naturalmente andava tutto benissimo, ma per me la sua stima era importante. Quando nel 1990 cominciò a fare anche concerti con orchestra, lo seguii. Sono stato il primo a suonare Gabriel’s oboe in concerto.

foto di Joy Santandrea

C’è stata qualche esecuzione che ha messo alla prova la sua tecnica?

L’oboe è uno strumento sempre importante al quale i compositori danno molto risalto, è come il primo violino degli archi, il soprano di un’opera. In orchestra l’oboe è il principe. Tra i compositori c’è chi scrive più dolcemente e quello che richiede delle peripezie. Quando qualcosa era particolarmente difficile la studiavo minuziosamente anche a casa e arrivavo in orchestra molto preparato con l’apprezzamento di direttori e compositori.

C’è qualche aneddoto che avrebbe il piacere di condividere con noi sul rapporto tra compositore, esecutore e regista? 

Ricordo, nel 1990, il film Amlet, regia di Franco Zeffirelli, sempre registrato alla Forum di Roma. Eravamo in sala con Zeffirelli sempre presente, spesso seduto accanto a me perché apprezzava il mio timbro, il modo di porgere la musica, di fare la frase. In quel film, Ennio Morricone non aveva dato molta importanza all’oboe nella colonna sonora. Dopo una settimana, finito i turni di registrazione, Zeffirelli ne chiese il motivo a Morricone. Rispose che per quel film aveva deciso che il tema conduttore doveva essere portato dalla viola con accompagnamento dell’orchestra. Finito le registrazioni, alle nove di sera, salii in macchina e il tempo di mettere in moto sentii Ennio Morricone che mi chiamava: “Carlo, esci, vieni, vieni in sala!”. Preoccupato chiesi cosa non andasse. Mi disse che tutto era a posto, ma Zeffirelli stava facendo i capricci. In sala sentii che discutevano animatamente tra loro. Zeffirelli diceva a Morricone: “Tu di musica non capisci niente!”, ripeto Zeffirelli a Morricone! Cosa fece Morricone? Lasciò il tema alla viola, ma lo fece fare anche all’oboe e così Zeffirelli si tranquillizzò. Grazie a questa alzata che Zeffirelli ebbe con Morricone, il mio nome girò il mondo. Devo quindi ringraziare anche Zeffirelli.

La scaramuccia che ci ha raccontato restituisce umanità a questi grandi nomi. Tra cameristica, orchestrale e sala di registrazione, quale ambito ritiene più impegnativo?

Tutti e tre gli ambiti. Anche fare una scala di Do maggiore è impegnativo. Amo molto la cameristica. Un mese prima di andare in pensione, sei anni fa, ho formato l’Ensemble dei Cameristi Cromatici… sono andato in pensione dalla Rai ma non dalla musica! Abbiamo costituito questo gruppo di Cameristi partendo con pianoforte, oboe, violino e violoncello. Adesso siamo in 15 strumentisti con un vasto repertorio.

Io sono nato per l’orchestra, il mio primo maestro, Tomassini, mancato nell’87, fino al ‘72 è stato Primo oboe dell’accademia Santa Cecilia e mi ha preparato per divenire, a mia volta, un primo oboe d’orchestra. Ho avuto una grande scuola, per questo amo molto suonare in orchestra: una bella sinfonia di Brahms, Čajkovskij, Beethoven, i poemi sinfonici, Strauss danno molte soddisfazioni. Continuo attualmente a preparare tanti allievi per i concorsi con repertorio orchestrale, sinfonico, lirico-sinfonico.

Anche in sala di registrazione ho avuto grandi soddisfazioni. Ho suonato per i compositori di circa 300 film.

Abbiamo visto, nel corso di Musica per il Cinema, una sessione di registrazione per Christopher Young. C’erano molti momenti di alta tensione per le continue re-incisioni. Lei ha mai provato una sensazione di pressione o ansia prima di arrivare al risultato?

Quando si registra c’è sempre una base d’ansia. Si rifanno i brani tante volte perché capita spesso che ci sia una notina fuori posto, un corno che ‘scrocca’, un violino a cui fischia una corda, o l’oboe e qualsiasi altro strumento che tentenni. È capitato che per registrare 15 battute abbiamo dovuto suonare due turni per l’intonazione, per qualche rumore, persino per i rumori che si sentono al microfono anche quando nessuno si muove. Abbiamo sbottato nervosi, ma ciò fa parte del mestiere: la registrazione deve essere pulita e perfetta, non ammette scrocchi o rumori di qualsiasi genere, né note sbagliate o stonate o battimenti con altri strumenti.

foto di Joy Santandrea

Nella sua biografia professionale un capitolo molto importante è con l’orchestra RAI: com’è stata la sua esperienza di primo oboe e come è iniziato questo lungo percorso?

Ho iniziato l’esperienza orchestrale vincendo concorsi, al Carlo Felice di Genova o per altre orchestre. Nel 1978 ci fu il concorso per primo oboe alla Rai di Roma. Per me era una meta inarrivabile, da ragazzino avevo sempre ascoltato e ammirato i grandi solisti dell’orchestra Rai: Severino Gazzelloni, Marco Costantini, Giuliani, Stefanato e tanti altri mostri sacri. Da studente di Conservatorio mi chiedevo se un giorno fossi riuscito a far parte di quel mondo. Quando ricevetti l’esito del concorso Rai per primo oboe, fu come essere arrivato in cima al K2 dopo una scalata senza quasi rendersene conto. È stata un’esperienza fenomenale: avevo seduto alla mia destra Severino Gazzelloni e gli altri grandi, toccavo il cielo. Nel frattempo ho avuto anche altre bellissime esperienze con l’Accademia di Santa Cecilia o la Scala di Milano […] suonando per vari direttori: Bernstein, Bern, Sawallisch, Maazel, Muti, Abbado. Cosa si vuole di più?

Curiosità: il rapporto lavorativo con Muti?

Lavorare con un direttore tra i più grandi al mondo è stato bellissimo, giustamente lui è molto puntiglioso e pretende il massimo del massimo da ogni strumentista  tutto deve essere perfetto per avere delle esecuzioni impeccabili. Al di sotto del podio, i grandi direttori sono persone alla mano, simpatiche la cui compagnia è veramente piacevole.

Relativamente al concerto dell’8 dicembre: che sensazione le trasmette sapere che la sua professionalità e passione contribuiscono al progetto della Cardioteam Foundation e alle vite salvate grazie ad esso?

Ho avuto recentemente modo di conoscere Cardioteam e il suo presidente Dr Marco Diena, luminare della cardiochirurgia tra i primi al mondo. Sono stato operato nel mese di luglio, ho incontrato persone speciali da tutti i punti di vista, un’equipe preparatissima. Questo è il motivo per cui ho deciso di omaggiare questo concerto al quale hanno carinamente aderito gli altri 15 orchestrali Rai, per raccogliere fondi per il progetto di prevenzione cardiologica che Cardioteam gratuitamente da tempo porta avanti. 

Per chiudere quest’intervista: ha un messaggio, o magari un consiglio, per noi studenti e artisti in formazione DAMS amanti della musica e del cinema?

Abbinare la musica al cinema è davvero molto interessante, avvicinatevi ai grandi compositori che possono aiutarvi a capire tanti meccanismi all’apparenza facili. Per tutti i compositori, anche i più grandi, è diverso scrivere un brano per le immagini di un film o una musica assoluta. Morricone scrisse il tema Gabriel’s oboe, a mio parere uno dei più belli del ‘900, osservando l’attore Jeremy Irons nella scena in cui è nella foresta con quella specie di pifferetto, fotocopia di un oboe, e per caso fece delle posizioni con le dita ‘la-si-la-sol’: il genio di Morricone capì che poteva dare il via a qualcosa di bellissimo. Il giorno dopo, sull’aereo di ritorno a Roma, scrisse l’intero tema. Ecco i casi della vita!

È importante conoscere la musica, studiare composizione e cogliere ogni occasione per imparare. L’insegnante di Conservatorio ti forgia, ma per trovare questi spunti è utile avvicinarsi ai compositori cinematografici.

a cura di Joy Santandrea

Cameristi Cromatici e Cardioteam: Concerto benefico dell’immacolata a Torino

L’occasione festosa a scopo benefico, proposta da Carlo Romano con l’Ensemble Cameristi Cromatici e dalla Cardioteam Foundation Onlus, ha regalato un viaggio musicale nel tempo: dall’eleganza del Barocco alle intense colonne sonore contemporanee.

L’Ensemble Cameristi Cromatici nasce nel 2017 dall’amicizia tra Carlo Romano, storico Primo oboe dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI e per quarant’anni oboe solista preferito da Ennio Morricone, e Roberto Bacchini, organista e compositore. L’Ensemble, formato da strumentisti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale RAI, ha generosamente prestato, senza risparmio di energie, la propria professionalità al progetto benefico nato dalla volontà del Maestro Romano di omaggiare la Cardioteam Foundation Onlus del Dr. Diena che dal 2008 è impegnata in screening gratuiti di prevenzione cardiovascolare effettuati con l’ausilio di ambulatori medici itineranti, camper e barca a vela, per piazze e porti italiani.

foto di Joy Santandrea

Un breve saluto di ringraziamento dai cardiochirurghi Marco Diena e Maria Teresa Spinnler dà il La al programma musicale, appositamente arrangiato da Roberto Bacchini e diretto da Carlo Romano, in un crescendo di emozioni arricchito con tre fuori programma.

La prima parte inizia con l’energia di Vivaldi con degli estratti dai movimenti delle Quattro Stagioni, prosegue con la poetica di Mozart, passando per la famosissima «Nessun dorma» di Puccini e l’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni. Conclude il fuori programma il Waltzer n.2 di Šostakovič, eseguito dall’emozionata Spinnler, in versione violinista, accompagnata da Costantin Beschieru.

foto di Joy Santandrea

La seconda parte, aperta a sorpresa dal giovanissimo e applauditissimo talento del violoncello Daniel Beschieru, prosegue con la suite da Il Padrino di Nino Rota, la struggente colonna sonora di Schindler’s List di Williams, le note danzanti del valzer del film Il Gattopardo di Verdi arrangiato da Nino Rota, per arrivare al clou con una suite di brani tratti dai film con colonna sonora di Ennio Morricone. Toccando l’animo dell’ascoltatore con le splendide note di C’era una volta in America, passando dolcemente attraverso la bellezza di brani indimenticabili soprattutto per gli amanti della settima arte, si raggiunge l’acme con Gabriel’s Oboe: ascoltare Carlo Romano dal vivo nella famosissima esecuzione di questa iconica melodia è un attimo di puro raccoglimento.

foto di Joy Santandrea

Rispondendo alla standing ovation, Romano regala un ultimo fuori programma. In segno di personale gratitudine accenna un gesto sul cuore e, donando un liberatorio sorriso rivolto alla platea in gran parte formata da medici e loro collaboratori, propone col suo Ensemble il medley tratto dalle musiche di Nicola Piovani per il film La Vita è Bella. È impossibile non lasciarsi toccare l’animo da un messaggio di speranza e rinascita così potente, in cui gratitudine e passione si fondono per creare qualcosa di meraviglioso.

Carlo Romano, l’Ensemble Cameristi Cromatici, Medici e Collaboratori della Cardioteam Foundation onlus ci ricordano che il cuore non batte solo per vivere, ma anche per emozionarci.

a cura di Joy Santandrea

Presentata la 18ª edizione di MiTo Settembre Musica

«È difficile scrivere musica in un momento in cui ci sono tante incertezze e paure; la musica non può cambiare il mondo ma la funzione di un operatore culturale, come un festival, è di far riflettere, mettere in comunicazione e suggerire connessioni»

Con queste parole Giorgio Battistelli – nuovo direttore artistico del biennio 2024-2025 – apre la conferenza stampa del festival MiTo Settembre Musica, tenutasi il 27 marzo presso il museo Rai della radio e della televisione. Un festival che dal 6 al 22 settembre connette le città di Milano e Torino: storie urbane diverse che cercano dialogo e mescolano le loro identità. Uno dei temi è proprio quello dei “MOTI”: gioco di parole per trasformare MiTo in elemento provocatorio che muove le menti, le scuote e le porta alla riflessione. MiTo crea relazioni tra città e connette musica e vita quotidiana.

Il 6 settembre si inaugura a Torino la diciottesima edizione in Piazza San Carlo con la Nona Sinfonia di Beethoven eseguita da orchestra e coro del Teatro Regio. La rassegna continua poi con altri trentaquattro appuntamenti che mescolano musica contemporanea e musica classica in un programma ricco e differenziato tra le due città – come nelle prime edizioni – per creare un palcoscenico condiviso e permettere uno scambio di idee e creare relazioni. Cinque sono i filoni tematici su cui si sviluppa il cartellone. Quest’anno grande punto fermo della programmazione sono le orchestre, non poteva dunque mancare il format “Mitologie Orchestrali” che porta sui palchi alcune grandi formazioni come la Filarmonica della Scala, l’orchestra dell’Opéra de Lyon e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
Nella sezione “Artistiche Imprese” Stefano Massini racconterà con due monologhi la storia di due aziende storiche di Milano e Torino.
Il rapporto con la contemporaneità, dice Battistelli, è spesso problematico ma con “Ascoltare con gli occhi” si vuole dimostrare che è possibile far convivere queste apparenti dissonanze attraverso una proposta di ascolto che transita verso l’aspetto visuale e immaginifico.
Entrambe le città hanno una grande storia calcistica; pertanto sembrava doveroso, a 75 anni dalla tragedia di Superga, omaggiare questo tipo di cultura con “Musica su due piedi”.  Un altro anniversario caratterizza il 2024, il centenario dalla morte di Puccini, e “Puccini, la musica, il mondo” vuole proprio rendere omaggio a questo grande operista con tredici incontri: anche Toni Servillo interverrà con una narrazione degli aspetti più intimi di Giacomo Puccini.

Sarà un festival intenso e vario, che guarda al presente, al passato e al futuro creando legami ma anche scuotendo gli animi.

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A cura di Ottavia Salvadori

Grigory Sokolov: un inno alla musica sull’altare del Lingotto

Quando la musica trasforma la sala da concerto in un vero e proprio tempio, quasi sacro, gli elementi esibizionisti e l’esteriorità dei gesti diventano superflui. La musica diventa un flusso continuo, l’attenzione si concentra sui suoni precisamente eseguiti e calibrati in ogni singolo parametro portando così lo spettatore ad assumere un atteggiamento di completa devozione nei confronti di quello che succede sul palco.

Questo è proprio quanto accaduto all’auditorium Lingotto «Giovanni Agnelli»,l’8 novembre 2023 in una serata realizzata in collaborazione tra Lingotto Musica e Unione Musicale.
Ancora una volta la sala torna a vedere tutti i suoi posti a sedere occupati: i biglietti per il concerto del grande pianista Grigory Sokolov sono sold out.

Nel 1966, a soli sedici anni, Sokolov vince il Primo Premio al Concorso Internazionale Čajkovskij di Mosca guadagnandosi grande fama internazionale. Lo studio del pianoforte inizia, però, già all’età di cinque anni per poi procedere, due anni dopo, con l’ammissione al conservatorio di Leningrado. Consueto collaboratore di prestigiose orchestre come la Philharmonia Orchestra, decide di dedicarsi alla carriera solistica. Considerato uno dei più grandi pianisti di oggi, Sokolov è conosciuto per la sua totale devozione nei confronti della musica, per la sua grande attenzione – quasi maniacale – dei dettagli e per il suo repertorio che vede spaziare dalla polifonia medievale al repertorio classico-romantico fino ad arrivare al Novecento. Negli ultimi anni lascia però spazio a concerti cameristici incentrati su brani più intimi prediligendo compositori come Bach, Chopin, Beethoven, Mozart, Schubert.

Dalla pagina web di Lingotto Musica

Non una parola e non un gesto fuori posto, Sokolov sale sul palco e, dopo un inchino, senza alcun tentennamento appoggia le mani sulla tastiera del pianoforte e immediatamente dà avvio ad un programma bachiano senza soluzione di continuità che coinvolge il pubblico in un vero e proprio rito. Nessuna pausa e nessuna parola, solo la musica che diventa protagonista facendo quasi dimenticare che sul palco c’è un soggetto in carne ed ossa.

Le note fluiscono con scale veloci, trilli, cromatismi delicati che Sokolov riesce a rendere con una freddezza tecnica ed espressiva che dimostra perfettamente il suo approccio alla musica: rigore e un intenso studio dei brani. La sua tecnica e rigidità paradossalmente però riescono a trasmettere qualcosa al pubblico, che resta tutto il tempo con gli occhi fissi su di lui.
Gli accordi e le singole note acquistano vita propria grazie all’abilità di Sokolov di creare polifonie che sembrano modificare il timbro del pianoforte, trasformando anche i suoni più leggeri, delicati e impalpabili in sostanza consistente. La sua abilità nel modulare perfettamente l’intensità di ogni singola nota , di avere una precisissima sensibilità nella pressione dei tasti, dà vita ad un pianissimo di grandissimo effetto che sospende il fiato del pubblico.

Con il prosieguo della serata, Sokolov porta sul palco la Sonata n.13 e l’Adagio K540 di Mozart dimostrando la sua maestria nell’interpretazione della complessa struttura mozartiana. L’esecuzione ricca di dettagli e sfumature trasporta gli spettatori all’interno di un’intensa gamma di emozioni: come ipnotizzati o in uno stato di catarsi, si lasciano trasportare dalle note perfette eseguite dal pianista e diventano partecipi di un viaggio che si è trasformato in un’esperienza sempre più spirituale e profonda.

Dalla pagina web di Lingotto Musica

Per concludere Sokolov non ha deluso le aspettative del pubblico che attendeva con ansia di sapere quanti bis avrebbe riservato alla platea torinese. Sei piccole miniature poetiche, hanno visto come protagonisti tre compositori di epoche differenti: Rameau, Chopin e Rachmaninov. Il programma si è tinto di un’espressività e di sonorità inesplorate fino a quel momento. Forse più stanco e più libero dalla pressione di dover eseguire perfettamente ogni brano, ha messo da parte la perfezione tecnica per creare emozioni sempre più intense.

Anche le entrate e uscite di scena hanno contribuito a creare la sensazione di partecipare ad un rituale musicale. Il pianista attraverso pochi e semplici movimenti, sempre uguali, ha creato sul palco un ambiente teatrale ed ipnotico. Il suo corpo improvvisamente sembrava essere un automa che eseguiva alla perfezione ogni singolo ingresso e uscita di scena, persino la regolarità dei tempi era scandita con una precisione metronomica. 

Uno spettacolo dunque ricco di emozioni contrastanti, di silenzi devoti, ricco di dettagli curati che hanno contribuito alla realizzazione di un atto di preghiera nei confronti di compositori che ci hanno lasciato in eredità grandi opere.

A cura di Ottavia Salvadori

La sinfonia del silenzio racconta Beethoven

Il 2 maggio, nello Studium Lab di Palazzo Nuovo, si è tenuta la prima rappresentazione di Beethoven: La sinfonia del silenzio, spettacolo teatrale scritto e diretto da Milena Sanfilippo (sono cinque le repliche organizzate in Università). Al suo fianco, Matteo Chenna e Simone Manzotti nel ruolo di Ludwig van Beethoven. I tre attori decidono di collaborare per mettere in scena quello che è – a tutti gli effetti – uno scorcio di vita di uno dei più grandi compositori della storia musicale. 

Beethoven
Beethoven (Simone Mazzotti) e “l’amata immortale” (Milena Sanfilippo), foto di Ludovica Gaetini

La scenografia è composta da pochi e semplici elementi: una scrivania, un pianoforte, un letto e qualche elemento decorativo. La vera forza motrice di questa storia sono gli interpreti che, incalzati dalla musica e dalle luci – abilmente manovrati da Ludovica Gaetini – trasportano lo spettatore all’interno della mente di Ludwig van Beethoven. Quante persone si sono mai chieste chi fosse veramente il «Maestro», come lo chiama il suo copista Holz (Matteo Chenna)? Quanti suoi ascoltatori hanno pensato a quali potessero essere i suoi affetti? Beethoven: La sinfonia del silenzio ci prende per mano, accompagnandoci nella tanto agognata composizione della Decima (rimasta incompiuta), nel legame con il nipote Karl e in quello con la sua “amata immortale” (interpretata da Milena Sanfilippo); o meglio, del ricordo che il compositore ha di lei. Senza tralasciare il rapporto con il principe Lichnowsky, figura decisiva per il sostegno economico di Ludwig e quello con il padre, Johann van Beethoven (Matteo Chenna), uomo anaffettivo e poco presente. 

Il viaggio verso il lato umano di Beethoven non è solo visivo, ma passa anche e soprattutto per la musica. I brani scelti vengono legati attentamente con momenti particolari della sua vita (come durante la lettura della corrispondenza con Karl), invitando lo spettatore ad ascoltare, oltre che vedere. Che la musica sia parte fondamentale delle giornate e degli anni di Ludwig è chiaro sin da subito: le pareti della stanza sono ricoperte di spartiti, note, chiavi di violino. «Queste pareti sono il riflesso della follia nella mia testa» commenta amareggiato Beethoven poco prima della lettura del testamento quando abbatte la quarta parete e, guardandoci negli occhi, parla con noi. «Tra queste pareti, Voi, Maestro, avete toccato l’infinito»: così, invece, lo saluterà Holz. 

A cura di Chiara Vecchiato

Quando la musica si trasforma da gioco a talento. Porrovecchio e Consonni al Conservatorio di Torino

I grandi virtuosi dell’Ottocento riuscivano ad incantare le platee con il loro modo di stare sul palco. Oggi, 13 marzo 2023, a stregare il pubblico sul palco del Conservatorio «Verdi» di Torino non sono i grandi del passato ma due giovani musicisti che sin da piccoli hanno abbracciato la strada della musica come bambini-prodigio: Riccardo Porrovecchio e Martina Consonni, un violinista ed una pianista poco più che ventenni che si esibiscono per la De Sono con un repertorio intenso e di ardua esecuzione.

Porrovecchio ha tenuto in mano il suo primo strumento musicale a soli quattro anni, un violino giocattolo ma che presto si è trasformato in un violino Guadagnini del 1849. Il gioco trasformatosi in una vera passione, lo ha portato a studiare in molte città europee. Musicista acclamato in festival e in rassegne internazionali nonché vincitore di numerosi concorsi, si esibisce come solista e in formazioni cameristiche. 
Consonni, invece, si è avvicinata al pianoforte in maniera naturale all’età di sei anni diventando la più giovane vincitrice al concorso Premio Venezia, tappa e sogno di molti giovani pianisti. Ha suonato in tutto il mondo, ma continua a perfezionarsi a Berlino e a Kronberg.

Passando da un virtuosismo espressivo ed energico come quello di Paganini fino al virtuosismo più intimo di Chopin, il duo ha dimostrato la sua grande capacità di alternare momenti decisi ad altri più intimi e delicati, rimanendo sempre affiatati l’uno con l’altro. 
Con grande scioltezza e naturalezza Porrovecchio è riuscito a gestire i cambi di ritmo e di tecniche di produzione del suono passando da pizzicati con la mano destra a pizzicati con la mano sinistra, da un colpo d’arco legato ad uno saltellato, da un glissando ad uno staccato. Una grande abilità tecnica che il “diabolus in musica” Paganini richiede.

Foto di Francesca Cirilli

Paganini, Chopin e Liszt: tre musicisti capaci di trasformare i virtuosismi in emozioni, in sentimenti o in ritratti dettagliati di personaggi operistici. Esempio ne è la Parafrasi sul Rigoletto che ha dato conferma della grande abilità di Consonni di gestire fiumi di note, e di immedesimarsi nel personaggio divertendosi con esso.

Nel Gran duo concertant sur “Le marin” di Liszt, la corsa concertante tra violino e pianoforte ha creato continui giochi musicali lasciando a bocca aperta tutti gli spettatori che non riuscivano a togliere lo sguardo dai fluidi movimenti del duo. Attraverso un dialogo equilibrato tra i due strumenti, il tema principale si è trasformato in variazioni che hanno messo in evidenza l’energia lisztiana.

Consonni è riuscita ad entrare nei brani e ad immedesimarsi nei vari sentimenti espressi dalle melodie. Energica ma allo stesso tempo leggera, ha suonato muovendosi velocemente nell’ampio registro sonoro.
Entrambi, con semplicità, hanno suonato gli strumenti “ai limiti dell’umanamente possibile” proprio come l’estetica del virtuosismo romantico richiedeva.

Foto di Francesca Cirilli

Allontanandoci dalle città dei grandi musicisti, con un brano di Pablo De Sarasate il concerto ha assunto un tocco di esotismo. Il pubblico, trasportato in un mondo spagnoleggiante, ha ascoltato temi popolari fusi ad un virtuosismo spettacolare che il Duo ha dimostrato poter essere ricco di sentimento.

Come ha affermato la pianista Consonni durante la lezione concerto tenuta all’Università di Torino la mattina del concerto «Le accademie di perfezionamento italiane sono tutte private. Anche all’estero ci sono numerosi costi da sostenere». La De Sono, in questo senso, sta dando un grande supporto a molti giovani musicisti che vogliono studiare e vivere per e di musica. Per ringraziare l’impegno dell’Associazione, i due giovani talenti hanno concluso il concerto dedicando a Francesca Camerana, fondatrice della De Sono, un brano intimo e dolcissimo ma di grande potenza evocativa: l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana.

A cura di Ottavia Salvadori

Dillon e Torquati: un duo pieno di energia alla ricerca di melodie dimenticate

Passione ed espressività sono le due parole con le quali si può descrivere l’interpretazione del Duo Dillon-Torquati.
Con un programma originale che vuole far riscoprire brani dimenticati il Duo, invitato dall’Unione Musicale, ottiene un grande successo al teatro Vittoria il 19 febbraio 2023.

I due musicisti, insieme dal 2007, girano il mondo portando in scena non solo i grandi lavori cameristici ma anche brani poco celebrati. A teatro accanto ad ensemble prestigiose e sulle frequenze radiofoniche, incantano ormai da più di quindici anni il pubblico internazionale.

Con questo spettacolo il Duo ci ha dimostrato come sia possibile accostare brani di repertorio a brani di raro ascolto. Brasile, Francia, Repubblica Ceca e Russia si uniscono in un concerto che ipnotizza gli ascoltatori.
Pensando a questi quattro paesi ci si aspetterebbe repertori molto differenti tra loro, eppure il programma ha dato prova di come procedimenti compositivi che sembrano distanti tra loro, risultino in realtà molto simili.
I quattro compositori ci rivelano come sia possibile unire elementi giocosi e popolari ad elementi più classici, inquieti e rigidi. Esempio lampante Pohádka di Janáček e la Sonata di Prokof’ev: il primo presenta una dimensione fiabesca e una ritmica pungente, il secondo melodie infantili e un tema marziale. A ben guardare, dunque, entrambi i compositori seppur appartenenti a canoni differenti, condividono temi analoghi.

Come richiesto dalle partiture, Dillon è riuscito con grande abilità a sfruttare a pieno le capacità sonore del violoncello utilizzandolo ora come chitarra, ora come strumento percussivo.
La sua energia si è abbattuta sull’archetto che durante l’esibizione ha visto rompersi molti crini, ma questo non lo ha fermato anzi, gli ha dato ancora più energia per continuare a suonare con espressività.

La musica è diventata per il Duo fonte di energia e di divertimento. Nonostante il grande impegno e capacità tecnica richiesta dai brani in programma, i due musicisti hanno trovato il modo di farli propri al punto di riuscire a giocare e a divertirsi su e con essi. Il concerto è
risultato essere un continuo dialogo tra Dillon, Torquati e i loro strumenti, che attraverso gesti e sguardi sono riusciti a comunicare tra loro in maniera affascinante.

I due musicisti con la loro simpatia e gesti teatrali hanno incantato gli spettatori che a gran voce hanno richiesto un bis. Il Duo ha quindi deciso di esibirsi con la Romanza di Skrjabin, donando così al concerto un tocco di lirismo.

A cura di Ottavia Salvadori e Roberta Durazzi

Teatro Regio: presentata la stagione 2023

Poche produzioni, ma molto meditate, per la nuova stagione del Teatro Regio di Torino. Con artisti del panorama internazionale e nazionale che danno una nuova luce alle grandi opere del repertorio. Alla conferenza stampa del 28 ottobre, presso il Foyer del Toro, a riempire la moltitudine di sedie troviamo non solo giornalisti con le loro telecamere e microfoni, ma anche abbonati pronti a conoscere tutte le novità della prossima stagione intitolata “Passaggi”.

Al tavolo dei relatori il sindaco della città Stefano Lo Russo, il sovrintendente Mathieu Jouvin e il direttore artistico Sebastian F. Schwarz che a breve cederà la sua carica a Cristiano Sandri, attualmente responsabile della programmazione artistica del Festival Verdi e del Teatro Regio di Parma. “Passaggi”, il titolo appunto della nuova stagione, deriva dal francese antico passage, un insieme di tanti significati che è simbolo di cambiamento, apertura e espansione. Dopo le chiusure per la pandemia e la ristrutturazione, si avverte una forte voglia di ripresa. Sul libretto della stagione appare la giovane fotografa Deka Mohamed Osman che ha potuto ritrarre, secondo una sua personale visione, l’architettura di Carlo Mollino.

Nel suo intervento il direttore artistico si concentra sulle particolarità delle produzioni che uniscono nazioni estere, come Francia e Germania, non dimenticando personalità russe e ucraine per poi ritornare alla centralità del panorama italiano. Il programma spazia dal 1768 al 1995, con una scelta di cantanti studiata minuziosamente secondo le capacità di repertorio.

In foto Ex Sovrintendente Mathieu Jouvin, Sindaco Stefano Lo Russo, Direttore artistico Sebastian F. Schwarz durante la conferenza. Foto di Chiara Vecchiato

La stagione si apre il 24 gennaio con Il barbiere di Siviglia nella versione colorata di Pierre Emmauel Rousseau; a dirigere è Diego Fasolis, grande esperto del Settecento e primo Ottocento, con un cast ricco di giovani cantanti. L’allestimento è in coproduzione con l’Opéra de Rouen.
Dal 25 febbraio all’8 marzo andrà in scena Aida, nella versione delpremio oscar William Friedkin, con la direzione del giovane Michele Gamba alla testa di un cast di rinomati interpreti verdiani: Angela Meade e Erika Grimaldi  che si alterneranno nel ruolo di Aida, Silvia Beltrami e Stefano La Colla  nei ruoli di Amneris e Radamès.
Dal 31 marzo al 14 aprile il Flauto magico di W. A. Mozart nella versione del regista operistico del teatro di Berlino Barrie Kosky e Suzanne Andrade: il libretto resta in lingua tedesca, ma i dialoghi saranno sostituiti da proiezioni ispirate al cinema muto, con le quali gli interpreti interagiranno. Il direttore d’orchestra sarà Sesto Quatrini con un cast giovane e internazionale.
Dal 13 al 23 maggio, in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia, andrà in scena La figlia del reggimento di Gaetano Donizetti, opera ricca di marce sfavillanti e virtuosismi vocali che sin dalla sua scrittura, nel 1840, conquista i cuori del popolo francese. Sul podio Evelino Pidò con un cast specialista del repertorio: Giuliana Gianfaldoni, John Osborn, Manuela Custer e Roberto de Candia.
L’ultimo titolo (dal 13 al 27 giugno) a prendere posto in forma scenica nella sala grande del Regio è Madama Butterfly di Puccini, nell’allestimento di Damiano Michieletto, un’opera non certo sconosciuta, ma che in quanto grande classico potrà di certo essere una grande occasione per i giovani che ancora non hanno avuto modo di goderne la fruizione.

Negli spazi del Piccolo Regio Puccini, che prende vita a seguito di una grande opera di ristrutturazione, avremo due prime esecuzioni per la città di Torino; Powder Her Face (di Thomas Adès) che si presenta come un’opera da camera (dal 10 al 18 marzo) e La Sposa dello Zar (26 e 28 aprile), in versione da concerto, titolo del grande repertorio russo diretto da Valentin Uryupin (ex direttore del teatro di Mosca che a seguito della sua opposizione al regime venne esonerato dall’incarico).

La stagione dei concerti (dall’8 gennaio al 21 giugno) dell’Orchestra e coro del Teatro Regio e della Filarmonica Teatro Regio Torino, sarà aperta dalla Messa da Requiem di Verdi diretta da Andrea Battistoni.

Tra le novità rivolte ai giovani, che diventano di primo interesse per l’amministrazione, si segnala la possibilità di assistere a una delle due prove generali delle opere, che saranno riservate al pubblico under 30 per un costo di 10€. Per i nati tra il 1988 e il 2005 ci sarà la possibilità di fare la Regio Card Giovani 18-35 che darà accesso a promozioni e anteprime; per la community ci saranno sconti dedicati, tariffe speciali per i concerti e per i giovani under 30, biglietti last minute al costo di 10€. Per tutti gli spettatori, inoltre, sarà possibile richiedere la Regio Card che dà diritto a sconti del 10% sui biglietti.

Sono molte le iniziative che il Regio offre al suo pubblico, vuole concentrarsi sui giovani per uno sguardo al futuro, consigliando produzioni che non spiccano per l’innovazione nei titoli, ma di certo nella messa in scena.

L’invito è quindi a teatro con la scoperta delle grandi opere storiche e dei grandi artisti contemporanei.

A cura di Milena Sanfilippo

L’Orchestre de Paris ospite all’Auditorium Lingotto

Serata di gala all’Auditorium Lingotto, dove, mercoledì 27 aprile, si è tenuto il concerto di chiusura della stagione musicale. Dopo i Dodici violoncellisti dei Berliner Philharmoniker, questa volta ospite è stata l’Orchestre de Paris, la principale formazione sinfonica del panorama francese attuale, qui diretta da Esa-Pekka Salonen. Il finlandese, già vincitore di svariati prestigiosi riconoscimenti (tra cui sette Grammy Awards), è l’attuale direttore musicale della San Francisco Symphony, nonché direttore onorario della Los Angeles Philarmonic e della londinese Philarmonia Orchestra.

Il programma prevedeva alcuni classici del repertorio d’oltralpe, tra cui la Pavane di Maurice Ravel e soprattutto la sinfonia Fantastique di Hector Berlioz; completava il quadro la suite dal Mandarino meraviglioso di Béla Bartók, di cui il direttore è esperto conoscitore (diverse le registrazioni discografiche, con la stessa Philarmonia di Londra).

In sala predominava un pubblico di giovani (molti, per giunta, studenti di Conservatorio), fedeli rappresentanti di un vivo e crescente interesse per il mondo della classica. 

Foto: Ivan Galli

Ad aprire il concerto è stata la Pavane pour une infante defunte di Ravel. Il tema tradizionale delle “tombe precoci” viene espresso, qui, con una sensibilità e raffinatezza tipicamente francesi. Tutto il brano ruota attorno ad un’unica melodia, semplice e struggente.

Questo idillio introduttivo è stato presto spezzato dalle dissonanze armoniche e i ritmi forsennati della suite dal Mandarino meraviglioso di Bartók. L’atteggiamento di orchestra e direttore era radicalmente cambiato: la gestualità della bacchetta si era fatta più marcata e decisa, il suono ottenuto da archi, ottoni, legni e percussioni più secco e incisivo.

Una pausa di venti minuti ha permesso al pubblico di prendere fiato prima di ripartire con la Symphonie fantastique di Berlioz, un caposaldo della produzione sinfonica francese. Divisa in cinque sezioni, l’opera riporta in musica una storia letteraria ottocentesca: un giovane artista innamorato ma non corrisposto, elabora, sotto effetto di un narcotico, visioni oniriche allucinanti, tra cui quella mutevole della fanciulla desiderata. L’immaginario dipinto (fantasmi, scheletri, magia, scene macabre e feste sataniche) incarna in modo esemplare i canoni estetici del filone gotico-romantico di cui Berlioz stesso è portavoce

Foto: Ivan Galli

Dopo quasi un’ora di esecuzione, che ha raggiunto l’apice drammatica nell’ultimo tempo della sinfonia, ci si avviava verso il termine della serata. Il direttore, concedendosi una breve introduzione, ha omaggiato il pubblico con un bis di tutto rispetto: di nuovo le sonorità ovattate di Ravel, questa volta con il Jardin féerique da Ma mère l’oye.

L’orchestra parigina, protagonista della serata, si è distinta per una lodevole capacità di alternare registri e linguaggi così lontani tra loro, pur conservando sempre una fine chiarezza esecutiva. Passaggi tecnici affiancati ad altri più lirici, problemi ritmici complessi sbrogliati con eleganza, sapiente dosaggio delle dinamiche, grande pulizia e omogeneità sonora: queste sono state alcune delle virtù performative che il pubblico ha potuto apprezzare.

L’Auditorium ha chiuso, così, in bellezza una stagione sinfonica, pur in tempi di pandemia, comunque densa e memorabile. L’attesa per l’anno prossimo è già partita.

Foto: Ivan Galli

A cura di Ivan Galli

Le musiche di Beethoven e Dvorák incantano all’Auditorium RAI

Giovedì 21 aprile 2022 presso l’Auditorium Rai “A. Toscanini” di Torino, si è tenuto il decimo appuntamento della stagione concertistica in corso. Protagonista l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. A guidarla Fabio Luisi, oggi direttore della Dallas Symphony Orchestra, della DR Symfoni Orkestet danese e, a breve, della NHK Orchestra di Tokyo, nonché direttore emerito dell’OSN stessa. Al pianoforte, come solista, sedeva Federico Colli, giovane e talentuoso pianista del panorama nostrano ed internazionale.

Il celebre programma della serata ha alimentato ulteriormente il carico di aspettative: nella prima parte, il Concerto n. 4 per pianoforte ed orchestra di Beethoven, e, a seguire, la Sinfonia n.9 “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák.

Foto dalla pagina ufficiale Facebook dell’OSN

Il primo tempo del capolavoro beethoveniano si apre – contrariamente alle consuetudini dell’epoca che prevedevano l’introduzione orchestrale – con un intervento del solista. Colli si è distinto per un approccio assai originale e brillante che ha piacevolmente sorpreso gli spettatori.

Si è concesso, poi, un bis fuori dagli schemi: Alla turca di Mozart, rivisitato nella versione saloon di Fazil Say, ha coinvolto anche gli spettatori più tradizionalisti. Colli, prendendo parola, confessa al pubblico che una qualsiasi performance immediatamente successiva alla straordinaria bellezza del Quarto appena sentito non avrebbe potuto reggere il confronto; si rendeva necessario qualcosa di tanto originale quanto spavaldo da non lasciare indifferenti.

Conclude infine la sua performance con un classico di Scarlatti, vero e proprio cavallo di battaglia del suo repertorio.

Foto dalla pagina ufficiale Facebook dell’OSN (credits: PiùLuce/OSN)

Dopo una breve pausa, il concerto si riapre con Dvořák che subito rinvigorisce l’attenzione degli uditori. Trattasi di un vero must del repertorio tradizionale sinfonico, una hit diremmo oggi.
L’incedere dirompente e glorioso di corni e tromboni sembra catapultarci in un kolossal del premiato sodalizio Spielberg/Williams. Il pathos emotivo cresce nel corso dei quattro movimenti, per poi culminare in un finale energico che manda in visibilio l’intera sala.

Terminato il concerto, il pubblico si è dimostrato entusiasta, gli applausi hanno riempito i palchi e tutta la platea. Ancora una volta, la musica classica sopravvive allo scorrere delle generazioni e si dimostra più vivida che mai.

Foto dalla pagina ufficiale Facebook dell’OSN

A cura di Ivan Galli