Stefano Zenni: direttore artistico del Torino Jazz Festival

In occasione della conferenza stampa per la presentazione della nuova edizione del Torino Jazz Festival 2025 dal motto “libera la musica”, abbiamo avuto l’occasione di intervistare Stefano Zenni, direttore artistico del festival.

Foto da cartella stampa

Arrivato a questa edizione al TJF come direttore artistico, è cambiato qualcosa nel suo approccio sia in ambito curatoriale che nei confronti delle istituzioni della città di Torino?

È una domanda interessante. Col passare del tempo, le persone tendono a maturare e la loro conoscenza della musica si approfondisce. Si inizia a scoprire aspetti che prima non si conoscevano, e man mano che il Festival si consolida, cresce anche la fiducia reciproca.  

Questo processo facilita il dialogo con i musicisti, il che è fondamentale. La maturazione generale aiuta molto, permettendo di lavorare su un raggio d’azione molto più ampio, su orizzonti più vasti. 

Dal punto di vista delle istituzioni, ho la fortuna di collaborare con la Fondazione per la Cultura di Torino, che è l’ente responsabile dell’organizzazione del Festival. All’interno di essa ci sono tutte le persone che si occupano della realizzazione dell’evento. Pertanto, lavoro direttamente con la Fondazione e con i suoi membri, che sono persone straordinarie. Non potrei dire altro. 

L’interazione è sempre fluida, senza attriti. Certamente, ci sono delle problematiche che emergono, ma vengono affrontate e discusse.  

Tuttavia, ciò che caratterizza davvero il nostro lavoro insieme è il piacere di creare e realizzare qualcosa di importante in modo condiviso. 

Quali sono i dettagli che un fruitore di jazz fermo al solo ascolto delle registrazioni, potrebbe perdersi in un live? e ci sono aspetti che secondo lei dal vivo emergono più in un concerto jazz che in qualsiasi altro concerto di musica pop o classica?

La musica va ascoltata dal vivo, sempre. Viviamo nell’epoca della riproduzione da circa centocinquant’anni, ma per 100.000 o addirittura 200.000 anni, da quando siamo una specie culturale, la musica è sempre stata un’esperienza condivisa, fatta con le persone in presenza, un termine che in realtà non dovremmo nemmeno usare, perché “in presenza” è un concetto superfluo, perché d’altronde siamo sempre presenti

Un Festival rappresenta l’occasione di vivere insieme questa esperienza, di vivere la musica non in solitudine con una cuffia, ma di condividerla fisicamente, percependo la vibrazione diretta. Perché la musica è composta da onde, onde sonore che partono da uno strumento o da un corpo e arrivano fino al nostro. 

È un’esperienza straordinaria, una comunicazione che avviene fra corpi, trasmessa attraverso la vibrazione dell’aria. 

La scelta di convergere maggiormente su nuove produzioni inedite da cosa nasce?

Un Festival ha una vocazione ben precisa: da un lato, è chiamato a presentare la musica che circola, dall’altro, ha anche la missione di offrire ai musicisti l’opportunità di esprimersi. Il Festival fornisce i mezzi economici e logistici necessari per permettere loro di dare vita a idee nuove; allo stesso tempo, è fondamentale che offra al pubblico l’opportunità di scoprire cose che prima non esistevano.

Oggi ci sono anche bandi di supporto, come nel caso del gruppo di Zoe Pia che presenteremo, il quale ha vinto un bando SIAE. Quindi, il progetto nasce grazie a un sostegno economico pubblico, ma, sostanzialmente, questo è ciò che un Festival dovrebbe fare: dare opportunità sia ai musicisti che al pubblico, muovendosi attraverso una logica culturale precisa.  

Non si tratta di “cose a caso”, ma di un programma pensato con una visione culturale chiara e significativa. 

Le collaborazioni con Jazz Is Dead e i club della città sono un chiaro segnale di promozione del territorio urbano e verso i giovani. Perché ritiene utile espandere il jazz su questi due livelli specifici?

In linea di massima, non ha alcun senso che un’istituzione si isoli, come se fosse l’unica a fare le cose nel mondo. Una posizione del genere è sterile, non porta da nessuna parte. 

È sterile per il Festival, che non cresce senza un dialogo continuo. È sterile per il pubblico, che si trova davanti a un muro. È sterile per i musicisti, che non possono esprimersi in un contesto vivo e dinamico. E, in ultima analisi, è sterile per la città stessa. 

Credo che qualsiasi istituzione, soprattutto un Festival, debba, per vocazione e per sua natura, dialogare con altre realtà, senza pregiudizi. Perché sono dal confronto e dalla condivisione che nascono le idee.  

Questo vale per tutte le età: per i giovani, ma anche per le persone più mature, che magari devono essere incoraggiate a uscire di casa, a entrare in contatto con qualcosa di nuovo. Al contrario, i giovani hanno già la tendenza ad uscire, a cercare esperienze diverse. 

Il Festival, dunque, dovrebbe essere qualcosa di fluido, che si espande negli spazi della città, che in qualche modo invade ogni angolo e diventa parte della vita quotidiana. Mi piace immaginarlo come una piscina: ti trovi a nuotare in essa e poi decidi tu dove andare, dove goderti l’esperienza. L’importante è che ci sia un dialogo continuo, perché è nel confronto con gli altri che nascono le idee migliori. 

Che cosa cerca maggiormente negli artisti che contatta per il festival? 

La qualità è fondamentale. La qualità e la capacità di suscitare emozioni negli ascoltatori.  

Per me, l’idea centrale è che l’artista ti porti in luoghi inaspettati, che ti faccia vivere esperienze nuove, cambiandoti emotivamente e culturalmente. L’artista esprime le sue idee, e queste idee entrano in dialogo con le mie. Così, sia l’artista che l’ascoltatore, attraverso questo scambio, cambiano. Ogni volta che scelgo un artista, per ogni singolo artista che invito, mi chiedo sempre quale effetto avrà sul pubblico, incluso me stesso, che sono anch’io parte del pubblico. 

Se l’effetto dell’esperienza è quello di toccare qualcosa di profondo, di scoprire un nervo scoperto, o anche semplicemente qualcosa che è in superficie ma che ti costringe a guardare le cose sotto una luce diversa, allora quell’artista è giusto per il Festival. In sostanza, deve essere capace di suscitare una reazione, di spingere a vedere o sentire il mondo in un modo nuovo.

C’è qualche artista che avrebbe voluto venisse quest’anno ma che non ha potuto portare?

Ci sono per esempio dei cantanti importanti come Kurt Ellings, Cécile McLorin Salvant, che non sono riuscito ancora a portare a Torino per problemi logistici legati al Tour. Inoltre, mi piacerebbe portare al festival anche il chitarrista Bill Frisell. Altri artisti invece, sono molto sfuggenti, ma con un po’ di pazienza si riesce a convincerli. Jason Moran ne è un esempio. L’ho raggiunto a un suo concerto e gli ho parlato del Festival, e alla fine sono riuscito a portarlo quest’anno a Torino.

Se dovesse consigliare degli artisti a un pubblico giovane e inesperto per farli avvicinare al jazz quali sarebbero?

Innanzitutto, credo che la prima cosa sia coltivare la curiosità verso ciò che non si conosce. Personalmente, sono un fermo oppositore degli algoritmi di Spotify o YouTube, perché ti spingono a conoscere solo ciò che già conosci. Quindi il mio consiglio è: parla con qualcuno che ascolta jazz o musica che tu non conosci, e lasciati guidare dalla sua esperienza. 

Poi, inizia a esplorare e scopri cosa ti piace. 

Certo, se ti avventuri nei capolavori, non solo quelli classici del passato, ma anche quelli del presente, di musicisti contemporanei che producono musica di altissimo livello, non sbagli.  

In ogni caso, finirai per trovarti di fronte a qualcosa di validissimo, riconosciuto come tale. Naturalmente, alcune cose ti piaceranno di più, altre di meno, ma invece di seguire l’algoritmo, meglio seguire i consigli di qualcuno che ti invita a scoprire mondi che non avresti mai immaginato. È un modo per uscire dalla tua zona di comfort e aprirsi a nuove esperienze musicali. 

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a cura di Marco Usmigli e Joy Santandrea

Torino Jazz Festival 2025: libera la musica

Il Torino Jazz Festival torna nel 2025 con la sua XIII edizione, portando con sé tutta l’energia del jazz live nelle sue forme più varie, promuovendo nuovamente l’idea originale, come ha ricordato in conferenza stampa il sindaco Lorusso, del compianto ex assessore alla Cultura Maurizio Braccialarghe. Sotto la direzione artistica di Stefano Zenni, il festival si svolgerà dal 23 al 30 aprile, anticipato da un’anteprima diffusa nei jazz club torinesi dal 15 al 22 aprile. Quest’anno, il tema scelto è un invito chiaro e potente: “Libera la musica” un’esortazione a superare i confini dei generi e a lasciar fluire le contaminazioni, oltre che a ricondurci alla mente l’80° anniversario della Liberazione.

Una città che risuona di jazz

Otto giorni di programmazione, 71 concerti, 289 artisti e 58 luoghi sparsi per Torino: il TJF 2025 non ha un centro, ma si espande ovunque, dalle sale prestigiose come l’Auditorium Giovanni Agnelli e il Teatro Colosseo ai club indipendenti come l’Hiroshima Mon Amour e il Magazzino sul Po. Ogni parte della città fa da palco per gli artisti, ponendo una forte attenzione ai giovani che per il direttore artistico devono avere il loro spazio nei main stage «per dar loro stessa dignità, stesso spazio e stessa importanza», sottolineando a proposito che «solitamente, purtroppo, i giovani hanno il loro palco separato, il loro ghetto».

Il festival si articola in diverse sezioni: i Main Events, con artisti di calibro internazionale, e il Jazz Cl(h)ub, che anima i 19 club coinvolti sul territorio di Torino attraverso 26 concerti. E poi ci sono le incursioni urbane dei Jazz Blitz, tanto desiderati e promossi da Zenni, che portano la musica là dove spesso la musica non riesce ad arrivare: scuole, ospedali, case circondariali, carceri. Altri incontri interessanti sono i  Jazz Talks, che offrono spazio a dialoghi e riflessioni in collaborazione con il Salone OFF.

Foto da cartella stampa

Voci, strumenti e incontri

Il TJF 2025 apre il sipario il 23 aprile al Teatro Juvarra con uno spettacolo che intreccia poesia e ritmo: Domenico Brancale e Roberto Dani daranno vita a un dialogo tra parola e percussione. La stessa sera, al Teatro Colosseo, Enrico Rava e il suo quintetto Fearless Five saranno protagonisti di un’esibizione che sarà accompagnata dalla consegna al trombettista torinese della targa Torri Palatine della Città di Torino, un riconoscimento alla sua carriera internazionale e al legame con la scena jazz locale.

Il cartellone prosegue con i Calibro 35 e il loro progetto Jazzploitation (24 aprile), un tuffo nelle colonne sonore italiane della golden age, e con Vijay Iyer, che il 25 aprile porterà sul palco del Conservatorio Giuseppe Verdi il suo Piano Solo. Il 28 aprile sarà la volta del Koro Almost Brass Quintet, che rileggerà Kurt Weill in Lonely House. Gran finale il 30 aprile con Il Big Bang del Jazz di Jason Moran e la TJF All Stars: un viaggio musicale che rievoca la storia di James Reese Europe e degli Harlem Hellfighters, rimescolando blues, ragtime e sonorità contemporanee.

25 Aprile a tutto ballo

Il TJF non dimentica le sue radici. Il 25 aprile, in occasione dell’80º anniversario della Liberazione, si terrà Il ballo della Liberazione al MAUTO: un duello musicale tra le big band di Gianpaolo Petrini e Valerio Signetto, richiamando le sfide swing dell’Harlem degli anni ’30.

Ma il festival guarda anche avanti, sostenendo la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura 2033 con eventi come il Jang Bang Sextet “Alighting” all’Hiroshima Mon Amour, una produzione originale TJF che unisce tradizione e sperimentazione.

Vivi il TJF 2025

Il segretario generale della Fondazione per la Cultura Torino, Alessandro Isaia, ci tiene a premere sul valore inclusivo del festival, che traspare dal costo contenuto dei biglietti e dai numerosi eventi gratuiti. Biglietti che saranno disponibili dall’11 marzo su torinojazzfestival.it. Inoltre per i nati dal 2011, ogni concerto costerà solo 1 euro. Sarà possibile acquistarli anche direttamente nei luoghi degli spettacoli, fino a esaurimento posti.

Stefano Zenni, in conclusione, invita a tuffarsi di testa nella ricchezza del programma, tenendo presente che il jazz non è solo uno, ma ce ne sono mille, e a Torino questi “mille” saranno tutti presenti.

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a cura di Marco Usmigli e Joy Santandrea

Stefano Bollani e Valentina Cenni: ospiti speciali per la serata finale del Premio Gianmaria Testa

Il 9 marzo 2025, al Teatro Fonderie Limone di Moncalieri, la musica d’autore ha trovato il suo palcoscenico ideale con la serata finale della Quinta edizione del Premio Testa – Parole e Musica. Un evento intenso e ricco di emozioni, che ha visto giovani talenti omaggiare l’indimenticabile cantautore Gianmaria Testa, attraverso esibizioni originali e reinterpretazioni vibranti, sotto lo sguardo attento di una giuria prestigiosa e accompagnati da ospiti d’eccezione: Stefano Bollani e Valentina Cenni.
La serata prevedeva la consegna di due premi: il premio Testa per la miglior canzone inedita e il premio per la miglior esecuzione di un brano di Testa selezionata da una giuria autorevole diretta da Eugenio Bennato.

A dare inizio alle esibizioni è stato Manuel Apice, cantautore ligure già vincitore di premi come il Fabrizio De André o il Bindi. Per inaugurare la serata ci presenta prima una cover del brano “Biancaluna” di Testa che dà il via alle esibizioni.
A seguire Alessandro Sipolo, artista lombardo spesso in viaggio per il mondo, fa riemergere uno stile musicale che ci trasporta nel continente americano da nord a sud: un vero e proprio viaggio musicale estremamente coinvolgente.
ll terzo cantautore presentato è Fabio Schember, classe ‘98, ci presenta delle interpretazioni tipicamente Mediterranee. Con l’uso di strumenti come l’oud turco o i tamburi muti propone una fusione tra la musica delle sponde nord del mediterraneo con quelle del sud-est, ricreando sonorità veramente interessanti.
Alessio Alì, cantautore calabrese, è il più giovane tra i candidati e predilige la semplicità rispetto alla ricerca musicale presente nei cantautori precedenti, caratteristica che lo accomuna con l’ultimo candidato: Mizio Vilardi, unico artista ad esibirsi senza band, accompagnato solo dalla sua chitarra. Omaggia le sue origini pugliesi cantando metà in italiano e metà in dialetto molfettese.

Foto dal profilo Instagram @premiogianmariatesta , foto di Elisabetta Canavero

Dopo le esibizioni dei finalisti, la giuria si è riunita per decretare i vincitori, mentre il pubblico attendeva con trepidazione. A intrattenere gli spettatori è arrivato Stefano Bollani (che ha collaborato con Gianmaria Testa nel celebre spettacolo Guarda che luna) accompagnato dalla sua compagna Valentina Cenni. La loro performance ha preso avvio riprendendo lo stile della trasmissione Via dei matti n. 0, presentando reinterpretazioni di canzoni di Testa e altri brani internazionali, tutti legati alla sua vita.
Le esibizioni di Bollani, intervallate da momenti di pura improvvisazione pianistica jazz, hanno messo in luce la sua straordinaria abilità al pianoforte, permettendo al musicista di esprimersi liberamente. Per concludere, Bollani e Cenni hanno omaggiato le origini piemontesi di Gianmaria Testa con “La mia mama a veul ch’i fila”, una canzone ironica che ha suscitato ilarità e applausi entusiasti dal pubblico.

La serata finale del Premio Testa si è conclusa in un’atmosfera di festa e celebrazione, con i vincitori che hanno portato a casa il riconoscimento per il loro talento e la loro creatività. Mizio Vilardi, con la sua originale interpretazione di “Nuovo” tradotta per metà in dialetto molfettese, ha conquistato il premio per la miglior cover, mentre Alessio Alì ha brillato con la sua canzone inedita, “Paura di cambiare”, aggiudicandosi il premio principale.

Foto dal profilo Instagram @premiogianmariatesta , foto di Elisabetta Canavero


Il presidente di giuria, Eugenio Bennato, ha chiuso l’evento con due brani che hanno riempito il teatro di energia e ritmo con “Il mondo corre” e il celeberrimo “Ritmo di contrabbando”, salutando il pubblico a ritmo di taranta.
Questa edizione del Premio Gianmaria Testa non solo ha messo in luce nuovi talenti, ma ha anche reso omaggio a un grande artista che continua a ispirare generazioni. La serata si è rivelata un successo, promettendo un futuro luminoso per la musica d’autore italiana.

A cura di Marta Miron

Lezione-concerto di Unione Musicale sul folklore nella musica classica 

Sabato 8 marzo, si è tenuta al Teatro Vittoria l’ultima lezione-concerto Solo per le tue orecchie, un progetto interattivo pensato per guidare un pubblico di appassionati verso un ascolto più consapevole della musica classica. Matteo Borsarelli e Eugenio Catale (al pianoforte e al violoncello) sono stati gli interpreti della serata, insieme ad Antonio Valentino, docente al Conservatorio Verdi di Torino e direttore artistico di Unione Musicale. Valentino, con la sua competenza tecnica e storica, ha illustrato le particolarità di compositori che hanno assorbito le tradizioni musicali della loro terra trasformandole in musica colta. Il programma è stato suddiviso in tre sezioni: le Danze popolari rumene di Béla Bartók, la Suite Italienne di Igor’ Stravinskij e Le Grand Tango di Astor Piazzolla.

Foto da ufficio stampa Unione Musicale

Valentino ha dapprima introdotto Béla Bartók, compositore ungherese, pioniere dell’etnomusicologia che realizzò una quantità incredibile di raccolte di musiche popolari soprattutto della Transilvania. 
Le Danze popolari rumene sono suddivise in sei danze, caratterizzate da tratti peculiari che Valentino ha descritto dando chiare spiegazioni tecniche, affiancate dagli esempi musicali dei due interpreti. 

La prima, La Danza del Bastone, ha un ritmo fortemente irregolare. Il nome proviene da una danza tradizionale eseguita da uomini con un bastone in mano che si sfidavano in movimenti coreografici. Segue La Danza della Fascia, di origine serba, in cui la pulsazione regolare del pianoforte si mantiene mentre il tempo si fa più brillante. La terza danza è La Danza sul Posto: il movimento dei ballerini infatti è particolarmente limitato, perciò il suono del pianoforte diventa ipnotico e statico, mentre il violoncello si inserisce con piccole fioriture arabeggianti. La quarta danza è detta La Danza del Corno ed è di stampo tradizionale e pastorale, con un carattere lirico e contemplativo. 
La quinta danza è una polka, danza tradizionale polacca che qui assume un carattere allegro e spensierato. La danza conclusiva risulta inizialmente lenta per poi diventare più rapida e affine alla danza precedente. 
Dopo aver suonato degli estratti per integrare le spiegazioni del relatore, Borsarelli e Catale hanno eseguito per intero le Danze popolari rumene, con qualche applauso nel mezzo e una grande ovazione finale.

La seconda parte della serata è stata dedicata a Igor’ Stravinskij, compositore che per la prima parte della sua carriera si dedicò alla composizione di brani per balletti sotto ingaggio di Sergei Diaghilev, impresario che rese noti i Balletti Russi a Parigi. Ne nacquero capolavori come L’uccello di fuoco, Petrushka e La sagra della primavera (quest’ultima fece scalpore per la sua modernità ‘primitiva’). 

La Suite Italienne proviene dalla tradizione della musica antica italiana, in particolare dalle opere di Pergolesi, che portarono Stravinskij a un nuovo periodo stilistico, caratterizzato da una sperimentazione basata, fra altre cose, su un utilizzo apparentemente incongruo degli strumenti.

L’estratto è estrapolato dalla Serenata, seguito dall’Aria e dalla Tarantella. La rapidità del pianoforte nella Serenata rimanda al mandolino mentre il violoncello riprende le sonorità tipiche del tamburello. L’Aria è un brano molto brillante che Stravinskij comincia con una serie di pizzicati massicci che evocano un senso di ruvidità, per poi passare al tipico suono dell’arco. L’ultimo brano è la Tarantella ed è particolarmente complesso in quanto caratterizzato da un estremo virtuosismo. L’esibizione colpisce gli spettatori ipnotizzandoli e termina con qualche esclamazione relativa alla bravura dei due interpreti.

La lezione-concerto si conclude con Le grand Tango di Piazzolla, il quale reinventò il tango in chiave colta e contemporanea. Valentino ha spiegato come il tango sia sorto a fine Ottocento tra la capitale dell’Argentina, Buenos Aires, e quella dell’Uruguay, Montevideo, due città molto vicine unite dal Rio de la Plata. Il genere aveva radici profonde nel ceto popolare portuale e veniva ballato soprattutto nei bordelli, per cui suscitò fin da subito scandalo. 

Il brano è eseguito secondo la versione originale, senza necessità di arrangiamenti. 
Piazzolla, per mantenere alto l’interesse, trasforma la ripartizione binaria tipica del tango in una suddivisione più intrigante e frammentata, la quale viene diretta dal pianoforte e seguita dal violoncello, che si unisce seguendone il ritmo oscillatorio.
Durante l’esecuzione, il ritmo ossessivo tiene agganciato il pubblico, soprattutto nel finale, quando diventa sempre più tormentato, strappando un grande applauso, seguito da un’acclamazione collettiva.

La sesta lezione-concerto giunge al termine. Dopo un paio di domande relative all’esibizione, assistiamo alla conclusione, per quest’anno, del progetto “Solo per le tue orecchie” che, giunto alla terza edizione, è apprezzato più che mai.

A cura di Maria Scaletta

Viva la musica e viva lo screamo: i Distorsione Armonica Totale e i Fangosberla per Turin Moving Parts

Il 7 marzo lo Ziggy Club ospita nuovamente, dopo sole due settimane dall’ultima serata, un concerto organizzato da Turin Moving Parts. Le porte aprono alle 21:00 ma per la prima ora e mezza non c’è musica: il pubblico arriva poco alla volta riempiendo la sala di volti noti e nuovi.

Alle 22:45 iniziano i Distorsione Armonica Totale (DAT), che unendo screamo a rap e trap portano qualcosa di diverso da ciò che solitamente ci aspetteremmo da queste serate. Il trio è formato da un batterista, due voci e talvolta una chitarra, utilizzata nei pezzi con una strumentale più classicamente emo, alternati da altri retti da basi registrate.

Foto di Simone Cossu

La presenza di basi probabilmente ha fatto sì che il pubblico non fosse coinvolto appieno. Tuttavia, questa mancanza è stata compensata dalla sfrontata stage presence dei cantanti, uno dei quali arriva a buttarsi a terra durante l’ultimo pezzo e lanciare l’ultimo urlo accasciato ai piedi della batteria.

Foto di Simone Cossu

I Fangosberla invece rappresentano un ritorno a casa, nonostante la loro provenienza sarda: screamo, shoegaze e influenze math rock sono ciò che serviva per concludere la serata al meglio. I cinque suonano il loro recentissimo EP: Tutto è bene quel che finisce. Ci hanno fatto urlare, pogare ed emozionare, dal brano che apre l’EP, “Fango”, al brano conclusivo “Sberla”.

Foto di Simone Cossu

Degna di nota la presenza di non una, ma ben due donne nella formazione, cosa ancora troppo rara all’interno della scena ma che rappresenta un respiro di sollievo per tutte coloro che ne fanno parte.

Alla fine del set, la loro musica ci ha convinti che forse non è “tutto bene quel che finisce” e questo concerto ne è la prova.

Foto di Simone Cossu

Ancora una volta il Turin Moving Parts ci ha regalato una serata all’insegna dell’emo e dell’amore per la musica («viva la musica!», qualcuno ha gridato alla fine del set dei Fangosberla), da cui non si può che uscire soddisfatti, rimanendo in attesa della prossima serata.

A cura di Enea Timossi

Emma Nolde all’Hiroshima Mon Amour: un fuoco incandescente che torna a illuminare Torino

L’artista pop-alternative Emma Nolde, già esibitasi tre volte nel capoluogo piemontese nel corso degli ultimi quattro anni, torna all’Hiroshima Mon Amour il 7 marzo con il suo nuovo album NUOVOSPAZIOTEMPO, pubblicato l’8 novembre del 2024.

Nel parterre dell’Hiroshima si riconoscono diverse tipologie di fan, molto diversi tra di loro: alcuni affermano di conoscere Emma dai suoi primi progetti, come l’album Respiro del 2022 oppure i suoi singoli di esordio risalenti alla quarantena quali Nero Ardesia e Male, e di starla seguendo in tour dall’estate scorsa, che è stata una stagione molto proficua e ricca di festival per la giovane artista; altri affermano di non conoscerla affatto ma di essere molto incuriositi dalla sua personalità.

Il marcato accento toscano di Emma si fa immediatamente sentire dal momento in cui mette piede sul palco. I brani con cui si esibisce alternano atmosfere dalla forte carica emotiva e dal ritmo accelerato, a momenti più placidi ma comunque molto intensi che, per certi versi, ricordano ballate di Brunori Sas, molto amato e per questo spesso citato dall’artista.

In molti sembrano apprezzare l’alternarsi di strumenti classici, quali la chitarra e il piano, a un sound più techno e, in questo senso, le sue canzoni, così come anche il suo allestimento molto minimal sul palco, ricordano molto la cantautrice statunitense Ethel Cain. A differenza dello sfarzo scenotecnico che solitamente contraddistingue gli artisti pop, Nolde e Cain prediligono un set nel quale vi sono solo gli strumenti musicali essenziali e una bandiera arcobaleno.

La varietà di fan si riconosce anche alla lunga distanza, durante tutto il concerto un gruppetto di studenti fuori sede toscani ha ballato tutta la sera, sentendosi in qualche modo più vicini a casa, mentre molte coppie, perlopiù genitori o accompagnatori, hanno ascoltato impassibili, come se stessero prendendo nota dei costanti cambiamenti ed evoluzioni della wave pop rock italiana.

La vivace presenza scenica di Emma e il suo coinvolgimento con il pubblico fa attendere gli ammiratori, e non solo, i suoi futuri progetti… e un ennesimo ritorno nella città di Torino.

a cura di Martina Vergnano

Primo concerto di Rai NuovaMusica

«La musica contemporanea mi butta giù» cantava Battiato, criticando un sistema compositivo che separava la produzione musicale di consumo dalle sperimentazioni più estreme. Quarant’anni dopo noi viviamo in un vortice musicale che contiene tutto e di più, con sempre meno distinzioni. L’evoluzione della musica classica o colta contemporanea ne è un fatto esemplare: da decenni si scardinano le regole interne, esplorando timbri sonori anomali e strutture compositive atipiche, ma tutto questo avviene dentro istituzioni tradizionali che da tempo ormai promuovono e stimolano l’interesse verso qualcosa di diverso. 

È questo il caso della rassegna Rai NuovaMusica, dedicata interamente all’esecuzioni di brani contemporanei. Il primo appuntamento di questa stagione si è svolto giovedì 6 marzo presso l’Auditorium Rai “Arturo Toscanini”: un lungo concerto dal programma variegato che ha visto sul podio il direttore francese Pascal Rophé e l’esibizione del violoncellista Mario Brunello. Il primo è un allievo di Pierre Boulez e direttore musicale dell’Orchestre national des Pays de la Loire, il secondo invece è stato il primo europeo a vincere il concorso Čaikovskij a Mosca e vanta un vasto repertorio, dal barocco al jazz.

In apertura si viene avvisati di un’inversione dell’ordine dei brani rispetto a quello indicato sul programma di sala, probabilmente dettata dai necessari cambi dell’organico orchestrale. Si inizia quindi con un brano del 2016, Dialog mit Mozart di Peter Eötvös, compositore ungherese scomparso lo scorso anno. Una sorta di intervista impossibile che punta a rielaborare frammenti di temi mozartiani in modo personale. L’esecuzione ci restituisce in modo preciso e scorrevole tutte le sottili evoluzioni di questa composizione ciclica.

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Dopo una breve pausa sale sul palco Mario Brunello, che prende subito un microfono in mano e ci introduce al brano T.S.D., composto nel 2018 dal georgiano Giya Kancheli. Si rimane impietriti di fronte all’abisso e ai silenzi in cui ci immerge il suono del violoncello. Tutto si svolge lentamente, Brunello segue la sua partitura scorrere su un tablet, Rophé dirige senza bacchetta e con gesti enfatici i momenti più contemplativi e spirituali della composizione. Le accensioni sonore sono ben ponderate con frammenti più semplici e statici. Brunello conclude l’esecuzione con calma e malinconia, prendendosi tutto il tempo per abbassare l’arco prima degli applausi che incitano subito all’encore. Al secondo rientro sul palco, il violoncellista esegue il terzo movimento della Sonata per violoncello di George Crumb, un breve saggio di tecniche esecutive non convenzionali. 

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Intervallo. Ritornati in sala vediamo molti più musicisti sul palco. Si passa a Gli occhi che si fermano, composizione del 2009 di Francesco Antonioni, che ascolta seduto in platea. “Canzone mononota tutta giocata sul re in una combinazione di timbri e durate che creano quasi un effetto magico di messa a fuoco uditiva dei singoli suoni. L’energia interna viene sprigionata dall’intera orchestra in modo graduale. La direzione di Rophé è severa e marcata su ogni cambio di dinamica e ritmo. Tutto diventa metafora sonora di un viaggio che sembra infinito ma dura solo pochi minuti. Applausi ripetuti anche per Antonioni, che viene richiamato sul palco dal direttore.

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Gran finale. Si aggiungono altri strumenti, tra cui chitarra elettrica, organo Hammond e cimbalon. Si chiude il cerchio ritornando al punto di partenza con Eötvös e una sua composizione del 2018, Reading Malevich: una rilettura musicale divisa in due parti, orizzontale e verticale, del quadro Composizione suprematista N° 56, realizzato nel 1916 dal pittore Kazimir Malevich. Il tempo diventa impulso sospeso, e ancora una volta Rophé è preciso nei suoi gesti, che si fanno energici nell’abbracciare ogni sfumatura timbrica e armonica. Così il concerto finisce, non con un botto ma con un lamento. Seguono numerosi applausi: il direttore viene richiamato più volte sul palco, fino a quando decide di prendere la partitura dal leggio, mostrarla al pubblico e congedarsi definitivamente. 

Credits: DocServizi-SergioBertani/OSNRai

Col senno di poi l’ordine iniziale sarebbe stato più coerente per sonorità e stili compositivi, ma il risultato musicale è stato comunque di grande coinvolgimento uditivo ed emotivo. Merito di un’orchestra che si dimostra ancora una volta versatile e aperta a nuove sfide, che il pubblico accoglie con entusiasmo. 

A cura di Alessandro Camiolo

IL CORSO DI STORIA DELLA MUSICA INCONTRA LA CORALE UNIVERSITARIA 

Martedì 4 febbraio si è tenuta a Palazzo Nuovo un’insolita lezione di Storia della Musica: se normalmente le due macro-classi del DAMS svolgono i loro corsi separatamente, questa volta si sono unite in aula 3 per assistere alla lezione concerto tenuta dai professori Malvano e Filippi e con la presenza della Corale Universitaria, capitanata dal maestro Zaltron. La Corale Universitaria di Torino è la più longeva d’Italia. 

Il maestro ha ribadito in apertura che vi è ancora la possibilità di unirsi ad un’altra iniziativa canora, ovvero il Coro del DAMS, dove studenti e studentesse di tutte le età sono ben accolti, anche coloro che non hanno grande esperienza nell’ambito musicale. Per chi fosse interessato, il ritrovo è presso lo Studium Lab di Palazzo Nuovo (Torino), ogni mercoledì sera dalle ore 18:00 alle 19:30. Per ulteriori informazioni il contatto è paolozaltron.acp@gmail.com.

La lezione è cominciata con un esercizio di gruppo. I membri del coro hanno spiegato in che cosa consiste il loro riscaldamento, che non richiede solo uno sforzo vocale bensì anche uno fisico: agli studenti è stato chiesto di alzarsi in piedi e di eseguire il brano “Fra’ Martino campanaro”, abbinando alla voce movimenti delle braccia, battiti di mani e altri gesti di body-percussion. Questa azione coreografica-vocale ha voluto dimostrare quanto sia importante, nella disciplina del canto, la coordinazione psicofisica.

Successivamente i professori del corso si sono avvalsi dell’aiuto del coro per spiegare La Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach, intervallando commenti di natura teorica alla vera e propria esecuzione di alcuni corali: veniva infatti prima letto e commentato il testo, in questo caso di natura religiosa, e poi si ascoltava l’esecuzione del coro per mettere in risalto emozioni e aspetti tecnici. 

Chiacchierando a fine lezione, abbiamo riscontrato che molti tra noi hanno ritenuto che un approccio di questo genere, meno frontale e più interattivo, abbia facilitato la comprensione degli argomenti della lezione, chiarendo alcuni dubbi che erano emersi; anche coloro che normalmente hanno difficoltà di concentrazione hanno giudicato positivamente l’esperienza. Qualcuno ha anche affermato che gli argomenti trattati durante le lezioni-concerto rimangono più impressi nella memoria e agevolano lo studio per l’esame finale. 

a cura di Benedetta e Martina Vergnano 

“Rigoletto” va in carcere

Questa stagione del Teatro Regio è all’insegna del teatro per tutti. Un principio che si concretizza con un progetto straordinario: portare l’opera all’interno della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, dove il 10 marzo 2025 andrà in scena una speciale rappresentazione di Rigoletto.

L’iniziativa, curata da Vittorio Sabadin, nasce con l’obiettivo di contribuire alla formazione e riformazione dei ragazzi della struttura, offrendo loro un’esperienza nuova e rigenerante. Non si tratta solo di uno spettacolo, ma di un percorso formativo che ha coinvolto attivamente la comunità carceraria: i detenuti hanno collaborato alla realizzazione delle scenografie, costruendo praticabili, sgabelli, pedane e dipingendo i periacti: unendo così arte e partecipazione attiva.

Durante la conferenza stampa, è stato ribadito quanto possa essere emozionante sentire le arie e le musiche del Rigoletto risuonare nei corridoi della struttura, un momento in cui la bellezza dell’opera si fa ponte tra “dentro” e “fuori”, tra il carcere e la città. Un progetto pilota che il Teatro Regio, in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo e il Teatro Stabile di Torino, auspica possa consolidarsi e crescere nel tempo.

Il sindaco di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio, Stefano Lo Russo, ha sottolineato come questa iniziativa incarni l’idea di una città dove la cultura è accessibile a tutti, ribadendo il ruolo educativo e riabilitativo che il carcere dovrebbe avere, oltre alla sua funzione punitiva.

Un’occasione, quindi, non solo per portare l’opera in un contesto inedito, ma per offrire un’opportunità di crescita e riscatto personale ai partecipanti. Il teatro diventa così strumento di dialogo e formazione, testimoniando ancora una volta la sua forza trasformativa.

A cura di Joy Santandrea

Intervista ai mezzaestate

Cosa c’è di meglio di una serata a casa di amici, con la musica che si mescola al tintinnio di bicchieri e al sapore delle patatine? Probabilmente nulla!

Infatti, l’1 marzo i mezzaestate hanno trasformato una semplice serata in un’esperienza unica. Immaginate una casetta accogliente, intima, un tavolo con bevande e stuzzichini, amici, conoscenti, sconosciuti e un gatto nero che si nasconde tra amplificatori e strumenti musicali. In questo ambiente, dall’atmosfera calda, i mezzaestate si sono raccontati, condividendo il loro percorso musicale tra brani da loro composti, in versione unplugged, e alcune cover.

Il loro stile musicale sfugge a una definizione precisa: combinano generi che spaziano dal pop al rock, passando per il punk e il cantautorato italiano. Questa versatilità riflette le diverse provenienze geografiche e le esperienze di vita dei cinque ragazzi che compongono la band.

Il concerto si è trasformato in un abbraccio, un’occasione per conoscersi tra chiacchiere, risate e la magia della musica.
Occasione migliore per porre qualche domanda al gruppo e conoscerlo meglio non ci poteva essere.

Questa serata ci ha dato l’opportunità di conoscervi, osservare i vostri video di backstage che avete realizzato durante le vostre sessioni di brainstorming musicale. Ci raccontate chi siete?

Stefano Calzolari: Noi siamo i mezzaestate e siamo cinque ragazzi che si sono incontrati qua a Torino a partire da background molto diversi. Principalmente ci siamo incontrati per motivi di studio: io vengo da Ferrara, Brando da Imperia, Cesare da Trani, Mattia da Lanciano e Gabriele da Torino. La cosa interessante di questo progetto è che la metà di noi ha studiato ingegneria (ride, ndr). Essendo un progetto che non ha assolutamente nulla di scientifico, abbiamo anche i nostri umanisti: Gabriele studia filosofia […] e Mattia studia al CAM. 

Nonostante molti di voi siano ingegneri di “professione”, avete coltivato un animo musicale. La passione per la musica quando è nata?

Brando Ramello: Ho imbracciato la chitarra per la prima volta in quinta elementare. In casa mia c’è sempre stata musica, principalmente classica perché i miei ascoltano sempre Radio3, […] ma non l’ho mai ascoltata davvero, l’ho sempre assorbita passivamente. In casa c’è sempre stata una chitarra, […] mio papà è lo strimpellone classico che sa quattro accordi, col giro di DO ti fa tutto il repertorio italiano anni ’60. Poi ho iniziato anch’io ad appassionarmi e interessarmi alla chitarra. Ho fatto tre anni di lezione, poi ho smesso per un periodo perché non mi piaceva molto l’impostazione teorica che mi stavano dando. Ho ripreso da solo, da autodidatta, dai 15-16 anni fino ad oggi.

Mattia Caporella: Io suono la batteria fin dall’infanzia, ho studiato sempre, continuativamente. C’è stata una pausa di attività dal vivo per via del Covid e degli studi, però in questo periodo mi sono ridato da fare con diversi gruppi, tra cui questo che mi ha accolto in corso d’opera. Sono stato un nuovo acquisto, oltre a lui (indicando Gabriele, ndr). È bello perché situazioni come queste sono molto particolari, cerco di variare sempre i miei impieghi […]. Tutto ciò che faccio è sempre molto legato alla musica.

Gabriele Scotto: Anch’io sono nato con la musica, nel senso che mio padre metteva sempre qualunque disco, anni ‘60 e ‘70, ma anche anni ‘80, come i The Cure […]. In realtà io avevo iniziato cantando, avevo fatto un corso di coro. Poi l’anno successivo non c’era più posto (per fare lezioni, ndr) e io volevo fare anche altre cose nel frattempo. Fatalità in un giorno in cui ero disponibile, davano lezioni di basso, e allora ho detto «Perché no?». Ho fatto un anno di basso jazz, cosa che ovviamente per ora è sospesa lì, nell’Iperuranio e magari un giorno si paleserà in qualche maniera (ridono, ndr). Ora faccio il basso “simpy”, carino, con questi ragazzi (Stefano gli manda un bacio, ndr). 

Cesare Piemontese: Ho sempre suonato la chitarra fin da quando ero piccolo, un po’ come Matti con la batteria. Ho studiato la chitarra classica tanti anni e poi, siccome sono un “giovane” e facciamo il “maledetto rock”, mi sono innamorato della chitarra elettrica. Ho sempre avuto il sogno di avere un piccolo gruppo. Da me in Puglia non sono mai riuscito a crearlo ma, quando sono arrivato qui per motivi di studio, mi sono reso conto che qui (a Torino, ndr) girava molto meglio la scena, c’era tanta vitalità e poi era solo questione di tempo prima che ci incontrassimo e che nascesse il progetto mezzaestate.

Perché vi chiamate mezzaestate?

Stefano Calzolari: Il nome mezzaestate, almeno per come lo interpreto io, per il significato che gli ho voluto dare […] è questo senso di notti estive leggere in cui magari sei al liceo, stai andando in giro in bici di notte con la brezza che ti accarezza la pelle, sei magari innamorato, sei emozionato, sei spensierato perché sai che il giorno dopo non hai un cazzo da fare, sei tranquillo e non ti fai troppi problemi […].

Come vi siete conosciuti?

Stefano Calzolari: Io e Brando abbiamo studiato insieme alla laurea magistrale al Politecnico e ci siamo ritrovati anche a fare la tesi nello stesso laboratorio. Io continuavo a dirgli: «Dai Brando mettiamo su una band!».

Brando Ramello: Io ricordo che quando ho comprato la scheda audio per registrare qualcosa mi sono detto: «Ma sì, quasi quasi mi rimetto ad utilizzare Reaper». Quindi ci siamo proprio alimentati a vicenda in questa cosa.

Stefano Calzolari: Questa cosa è cresciuta sempre di più fino a quando non abbiamo detto «Cazzo facciamolo, buttiamoci! Servivano però altri componenti» (ridono, ndr). C’è questa mia cara amica che mi ha detto un giorno «Guarda che c’è Cesare, questo ragazzo che conosco e boh, suona la chitarra». Quindi io vado a vedere cosa pubblica, cosa fa e cosa suona su Instagram […] e sento questo qua che fa di tutto.

Brando Ramello: come mi disse Stefano in chat (a proposito di Cesare, ndr): «è un manico!» (ridono, ndr). 

Stefano Calzolari: Cesare ha tutte queste registrazioni dove fa queste cose super mega virtuosistiche da chitarrista. Avete presente lo stereotipo del chitarrista iper mega nerd? Cesare incarnava questa cosa e io ho detto: «È un fenomeno, abbiamo il nostro chitarrista».

Cesare Piemontese: Matti l’ho portato dentro io, andava alle scuole medie con il mio coinquilino e quindi ci ha presentato lui. Mi ha detto «Tu suoni? Ah, suono anch’io. Allora suoniamo insieme!».
È entrato in sostituzione della nostra vecchia batterista (la salutano tra il pubblico, ndr).
Per Gabriele è successa una cosa simile: quando il nostro vecchio bassista è ritornato in Francia perché aveva finito l’Erasmus, abbiamo pensato a lui (Gabriele, ndr). Giravamo negli stessi ambienti e concerti, ci conoscevamo anche perchè avevamo amici in comune.

In questa serata ci avete raccontato e mostrato con video autoprodotti quale è la genesi dei vostri brani. Da dove traete ispirazione per far nascere le vostre canzoni? Quale è il processo con cui date vita ai brani?

Stefano Calzolari: Le nostre canzoni nascono probabilmente da questo clima di leggerezza che è in un certo senso anche ostentata in alcuni momenti. Si sente che le nostre canzoni sono intrise potenzialmente di sensi di colpa, nostalgia, errori che abbiamo fatto nel passato o comunque riflessioni profonde. Io credo di essere molto emotivo da questo punto di vista ma vedo anche negli altri, qui intorno a me, questa cosa (ridono, ndr) e credo che si senta molto in queste canzoni. Nascono da riflessioni […], personali, cantautorali. Mi ritrovo a fare dei ragionamenti su cose che non vanno o cose che vanno nella mia vita, nei miei rapporti interpersonali con ragazze o con amici. C’è un amico che viene nominato in “Notti estive”  […], uno degli amici probabilmente più importanti che ho nella mia vita. È stata una figura di riferimento molto importante per me (si emoziona, ndr). Le cose che scrivo vengono da qui.

Brando Ramello: A livello un po’ più pratico, invece, per questa prima fase compositiva – che a me piace chiamare la Fase 1, come la Marvel, e che comprende “Stella”, “Notti estive”, “Iper compresso”, “Mezz’ora” e “In ogni gesto” – è una fase in cui principalmente nascono delle idee a qualcuno, musicali o di testo, vengono portate agli altri e ognuno cerca di metterci il suo per poter riarrangiare i brani e ottenere una quadra. […] La prima canzone per cui abbiamo collaborato più seriamente è […] “Dolci sirene”, la più nuova, in cui c’è stato un processo collaborativo totale […]. Stiamo cercando di andare più verso questa direzione, una collaborazione più completa nello scrivere le canzoni.

Avete dei progetti per il futuro?

Brando Ramello: Abbiamo in programma di far uscire un altro singolo, si chiama “Mezz’ora”. Secondo noi è un passettino in avanti anche dal punto di vista compositivo rispetto a “Stella” (primo singolo pubblicato, ndr). Dovrebbe uscire fra poco, non sappiamo ancora di preciso la data, ma sicuramente è il secondo singolo che andrà ad anticipare l’uscita dell’EP completo di cinque brani che riassume la Fase 1 compositiva del nostro gruppo. Poi da lì è molto delicata la situazione. Siamo ragazzi che stanno facendo svariate cose: c’è chi lavora, c’è chi sta studiando, chi sta finendo di studiare e c’è chi sta facendo il dottorato (indicando Stefano che ride, ndr). Quindi, da settembre in poi vediamo… «solo il tempo svelerà» (citazione tratta da “Mezz’ora”, ndr).

C’è qualche data in programma in cui possiamo venire ad ascoltarvi nuovamente?

Cesare Piemontese: Il 4 aprile partecipiamo ad un contest che si chiama Emergenza al Barrio, qui a Torino […]. Sarà un bell’evento, speriamo di riuscire ad andare avanti, più gente viene più siamo contenti.
Il 26 aprile suoniamo a Ciriè al Capolinea. È un bel palco, passa molta gente da lì e siamo molto contenti di poterci andare insieme ad altre band amiche come Gtt, Supernova… andateli a sentire.
E poi altre cose che sveleremo piano piano, seguiteci e rimanete aggiornati!

A cura di Roberta Durazzi e Ottavia Salvadori

La webzine musicale del DAMS di Torino