La Posa Bulb, band emergente di Civitavecchia, debutta sulla scena musicale italiana il 21 marzo 2025 con il singolo “Fine del mondo” che anticipa l’uscita del loro primo album. Il nome della band richiama una tecnica fotografica che cattura il soggetto in movimento mantenendo lo sfondo fisso, un concetto che si riflette perfettamente nella loro musica.
Il gruppo è composto da Lorenzo Ceccarelli, Diego Tranquilli e Fabrizio Campogiani: personalità differenti che arricchiscono il progetto con influenze che spaziano dal rock all’indie, riuscendo a creare un sound originale.
Il singolo non racconta di una fine catastrofica, ma propone una riflessione sulla consapevolezza della realtà. Sebbene il titolo evochi l’idea di un epilogo, in realtà è una «presa di coscienza» di fronte ad un presente incerto, come la definiscono gli stessi membri della band.
Nel verso «E anche se domani tutto finirà, no non sarà per colpa tua» emerge il tema della disillusione e dello smarrimento vissuto da molti giovani. La struttura musicale caratterizzata da un inizio delicato che sfocia in un crescendo, rappresenta un viaggio nell’emotività umana, simboleggiando il confronto con la realtà.
“Fine del mondo” è solo un assaggio del loro primo album, ma già mette in luce una band capace di esplorare temi profondi. Chi si avvicina a loro troverà una voce distintiva nella scena musicale italiana.
Nella serata del 24 marzo la Filarmonica TRT ha proposto sul palco del Teatro Regio un programma raffinato e avvincente, con un ospite, Fabio Biondi, che ha offerto un’esperienza intensa, nelle vesti sia di direttore, sia di solista. Biondi è il Fondatore di Europa Galante, un ensemble italiano che grazie ad un’intensa attività concertistica ha ottenuto fama e riconoscimenti a livello internazionale.
Al momento dell’ingresso in sala il pubblico ha trovato l’orchestra già sistemata sul palco, con i musicisti che accordavano i loro strumenti, rivedevano qualche passaggio impegnativo, o riordinavano le parti. Tutto molto naturale: un ingresso all’americana, utile per far mettere il pubblico a più stretto contatto con l’orchestra. La sala in poco tempo si è riempita totalmente.
Allo spegnimento completo delle luci entra il primo violino che fa accordare gli orchestrali, per poi far entrare il direttore Biondi. Il concerto inizia con l’Overture in do maggiore, op. 24 di Fanny Mendelssohn, un tenero omaggio a una compositrice che dovette usare la musica solo come ornamento della sua vita: le convenzioni sociali dell’epoca non le permisero di intraprendere una carriera da compositrice. L’attacco è stato molto dolce: fin dalle prime note si è colta tutta la finezza di questo direttore, ma anche la bravura del primo violino, che è riuscito, nell’inizio di questa Overture, a ‘trainare’ per qualche secondo i violini che stavano rallentando. Biondi unisce controllo e scioltezza: tiene d’occhio tutti (perfino i contrabassi, che di solito vengono praticamente ignorati!), e molleggia a tempo, trasmettendo tutta la propria energia.
Foto da gallery di «Europa Galante»
Conclusa l’Overture, il direttore esce, seguito dai fiati, per poi rientrare da solo con il suo violino, per suonare da solista il Concerto in re minore per violino e archi, MWV 03 di Felix Mendelssohn-Bartholdy (lui sì che, a differenza della sorella, poté dedicare tutta la propria vita alla musica!). Inusuale scegliere questo concerto rispetto a quello in mi minore op. 64, spesso eseguito anche per concorsi e recital solistici; ma questa scelta è piaciuta molto, proprio perché è più raro ascoltarlo. Fabio Biondi con l’archetto dà il via all’orchestra, che esegue la piccola introduzione dell’Allegro: è sempre bello sentire gli archi uniti che danno corposità al movimento, e anche qui nella dolcezza della sua entrata si percepisce come Biondi si sia perfettamente sintonizzato con il mondo sonoro ed espressivo del compositore.
La nota dolente di questo concerto è stato il pubblico: non preparato, non “educato” ai concerti sinfonici. Applaudendo a sproposito dopo ogni movimento ha rotto la concentrazione del solista, che infatti nel secondo tempo non ha dato il massimo come prima. Il concerto è comunque proseguito, ovviamente, e si è notata la perfetta intesa fra Biondi e l’orchestra che lo ha ospitato, un’intesa che traspariva dal gioco di sguardi, dalla direzione sempre precisa impartita con i movimenti del corpo e dell’archetto, e perfino dal suo avvicinarsi ai leggii delle prime file per dare gli attacchi con ancora più chiarezza. Alla fine dei tre movimenti il pubblico scoppia in un applauso (finalmente al momento giusto!), e Biondi si volta a godersi i battimani. Nella breve pausa prima della seconda parte del concerto, va detto, il pubblico dà nuovamente il meglio di sé: cosa mai vorrà dire l’abbassarsi delle luci, se non che bisogna tornare ai propri posti, ma soprattutto fare silenzio?
Foto da gallery di «Europa Galante»
La chiusura del concerto è affidata alla Sinfonia n°6 in fa maggiore op. 68 “Pastorale” di Ludwig Van Beethoven, una delle sue opere più evocative. Avevo grandi aspettative per questa parte del programma, e devo dire che sono state più che soddisfatte. Tutta l’orchestra era perfettamente connessa: impeccabili nelle dinamiche, hanno fatto sentire benissimo ogni singola sfumatura di crescendo, invitandoci a entrare nel paesaggio sonoro beethoveniano con “un’espressione di sentimenti” che ha fatto commuovere.
(Purtroppo ci risiamo, con una parte del pubblico che rompe l’incanto applaudendo dopo il primo movimento: qualcuno però intima il silenzio, e forse stavolta il messaggio arriva a destinazione…).
La sinfonia procede in modo eccellente: davvero bello vedere come il direttore e l’orchestra fossero fusi insieme. Biondi imperversa: balza sul posto, incita le viole, e porta la serata a una conclusione trionfale. Nessun bis, purtroppo, probabilmente per la grande concentrazione che questo programma ha richiesto. In ogni caso, nonostante le piccole disavventure con il pubblico, è stato un concerto memorabile: vedere un musicista che combina ai massimi livelli il ruolo di direttore e quello di solista è sempre un’esperienza speciale!
“Puzzolente” non è l’aggettivo più comune per descrivere una composizione musicale, ma fu proprio così che il celebre musicologo Eduard Hanslick descrisse il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op.35 di Pëtr Il’ič Čajkovskij (1878) dopo aver assistito alla prima esecuzione viennese nel 1881. L’opera in questione ha inaugurato la serata del 20 marzo 2025 all’Auditorium “Arturo Toscanini” di Torino: sul palco a dirigere l’Orchestra sinfonica nazionale della Rai, per la terza volta quest’anno, Robert Treviño e, al violino solista, un entusiasmante Augustin Hadelich. A seguire l’orchestra ha eseguito la Sinfonia n°2 in mi♭ maggiore, op.63 di Edward Elgar: sinfonia composta nel 1911 ma non molto conosciuta, tanto che l’Orchestra Rai (allora ancora Orchestra Sinfonica di Torino della Radio Italiana) non la eseguiva dal lontano 22 maggio 1953.
Il Concerto in re maggiore op.35, è l’unico concerto per violino e orchestra di Čajkovskij. Questa composizione non ebbe un facile lancio: stroncata dai critici appunto come Hanslick, la consideravano musica rozza, vede il violino quasi provare a contorcersi per esprimere emozioni intense attraverso suoni non prettamente puri e puliti. Oggi questa caratteristica, tanto criticata all’epoca, viene considerata proprio come un tratto distintivo e di grande interesse dell’opera. Oltre a problemi con la critica, il compositore russo ebbe difficoltà a trovare un interprete solista che accettasse il lavoro. Dopo molti rifiuti da parte di grandi violinisti del calibro di Josif Kotek, Čajkovskij riuscì, nel 1881, a fare eseguire la composizione da un giovane Adol’f Brodskij.
Foto di DocServizi-SergioBertani/OSNRai
Se i rifiuti da parte di molti violinisti dell’epoca furono dovuti anche alla difficoltà tecnica del concerto, Hadelich non ne è sembrato per nulla intimidito: ci ha regalato, anzi, un’interpretazione magistrale, con tecnica impeccabile e un suono ammaliante. Alla fine dell’esecuzione, la sua bravura ha scatenato uno scroscio di applausi entusiasti. E così Hadelich ha imbracciato nuovamente lo strumento per eseguire, fuori programma, “Por una Cabeza”, un tango di Carlos Gardel in una versione per violino solo che ha realizzato lui stesso.
Dopo la pausa il concerto riprende con la Seconda di Elgar (1911): meno celebre della sua Prima sinfonia, si articola in quattro movimenti (Allegro vivace e nobilmente, Larghetto, Rondò, Moderato e maestoso) che cercano un equilibrio tra tradizione e innovazione. La sinfonia si sviluppa così in un arco espressivo ampio, che viaggia dal romanticismo alle sperimentazioni novecentesche trasmettendo sbalzi emotivi e sentimenti profondi, ma con i suoi 53 minuti può talvolta risultare alquanto impegnativo per l’ascoltatore. L’interpretazione di Robert Treviño ne enfatizza la complessità, restituendo i contrasti tra lirismo e drammaticità tipici del compositore.
Foto di DocServizi-SergioBertani/OSNRai
Il concerto ha insomma unito capolavori riscoperti e talenti contemporanei, dimostrando come la musica possa ribaltare i giudizi del passato. Per chi se lo fosse perso, è stato registrato e trasmesso in diretta su Rai Radio 3 per Il Cartellone di Radio 3 Suite, quindi è disponibile su RaiPlay Sound. Inoltre la serata è stata ripresa per Rai Cultura e sarà trasmessa il 22 maggio 2025 su Rai 5.
Nella classifica dei singoli usciti a febbraio avevamo consigliato i Queen of Saba, duo veneto fondato nel 2019 dalla cantante Sara Santi e il producer Lorenzo Battistel. La loro musica si contraddistingue per l’attivismo queer che partendo dai loro testi si allarga ad altre dinamiche che ruotano attorno agli artisti, come i concerti dal vivo. Non abbiamo perso occasione e siamo andati a sentirli venerdì 21 marzo all’Hiroshima Mon Amour per la prima data del loro nuovo tour CIRCOMEDUSA.
Entrando nel club si percepisce subito un’intenzione diversa dal solito. All’ingresso troviamo un breve manifesto che ci invita ad avere cura degli spazi e dei corpi che ci circondano, a comunicare eventuali disagi o malesseri, a scambiarci un semplice sorriso e dare un senso all’esserci nel qui e ora di questo concerto. La sala si riempie in fretta: in apertura siamo travolti dall’esibizione del gruppo di drag queen TheNerve, con un piacevole spettacolo di cabaret, tra canzoni e piccoli sketch.
Salgono sul palco i Queen of Saba, vestiti entrambi da circensi. Sara porta attorno al collo una kefiah, il simbolo della solidarietà nei confronti del popolo palestinese, mentre Lorenzo siede lateralmente alla batteria elettronica. Attacca il primo pezzo e il pubblico subito salta e canta come la tribù arcaica di “Principe Regina”.
Foto a cura di Alessandro Aimonetto per polveremag.it
Si passa poi a un vero e proprio momento karaoke: Sara ci invita a cantare tutti insieme un paio di brani del primo album del duo, Fatamorgana, mentre sugli schermi scorrono i testi. Si crea così uno scambio costante di battute tra artisti e spettatori, viene chiesto ad esempio di alzare il volume della voce, che a volte risulta poco comprensibile.
Inoltre il pubblico in modo spontaneo urla spesso slogan dei cortei pro Palestina, come «Torino lo sa da che parte stare…» o «Tout le monde déteste la police», ma è l’arrivo sul palco di alcuni ospiti a trasformare il concerto in un vera manifestazione. Il primo a sorpresa – ma è pur sempre di casa a Torino – è Willie Peyote, che col brano “ACAB” ci trasporta in val di Susa tra lacrimogeni e cariche della polizia. La seconda già annunciata è la drag Ava Hangar che insieme a Lorenzo al charango (strumento a corde tipico dell’America latina) canta “El pueblo unido jamás será vencido”. Si aggiungono poi La Qualunque e il producer torinese Ale Bavo, che insieme al duo creano una festa sempre più collettiva e intersezionale.
Foto a cura di Alessandro Aimonetto per polveremag.it
Per concludere Sara invita il pubblico a far spazio in sala per l’esibizione del gruppo torinese Folamurga, che sfila tra tamburi e danze circensi ispirati al carnevale di Buenos Aires. I Queen of Saba sono riusciti a manifestare dal vivo tutto ciò che contiene la loro musica: un megafono per cause sociali reali che raggiunge una connessione vitale col pubblico e dà la forza di sopravvivere e lottare sempre in direzione ostinata e contraria.
È iniziato, giovedì 20 marzo presso lo sPAZIO211, il nuovo tour di Claudio Domestico, alias GNUT. Il cantautore napoletano sceglie Torino come luogo di debutto del suo ultimo progetto live, caratterizzato da un trio composto dalla chitarra del cantante e da una coppia d’archi, suonati da Marco Sica (violino) e Mattia Boschi (violoncello).
L’artista, con il piccolo ensemble, ripercorre la sua carriera mantenendo il focus sul suo stile legato al folk anglofono attraverso arrangiamenti che ampliano l’ambiente sonoro con i temi lenti e i numerosi pizzicati sviluppati dai due archi.
Questi si mantengono distanti dall’impronta classica e creano un “non-luogo”, dove il pubblico può seguire i passi da ballad tracciati dal trio strumentale, che accompagna GNUT nel suo tragitto autoriale.
Il percorso definito rimane fedele a se stesso, in una coerenza che non è solo sonora ma che è anche garantita dal tema universale dell’amore: amore che viene messo sotto la lente d’ingrandimento, e che GNUT indaga nella sua molteplicità.
È quello spensierato in “Se cucini tu” e in “Semplice”, malinconico in “Dimmi cosa resta”, quello da dimenticare e da abbandonare centrale in “Luntano ‘a te”, ultimo inedito pubblicato a febbraio, nel quale GNUT si mette a nudo e racconta della sua personale esperienza con un «amore tossico che – dice il cantante – mi ha sconvolto».
La libertà espressiva di GNUT, oltre alla scelta del trio sul palco, si vede anche nel modo in cui alterna canzoni in italiano e in napoletano. Ogni lingua porta con sé un’emozione diversa, e GNUT sa come usarla per raccontare le sue storie in modo autentico. Non è solo una questione di parole, ma di sensazioni che si mescolano e prendono vita, in modo unico ma al contempo universale.
Foto da cartella stampa
Durante un momento strumentale apparentemente transitorio GNUT cattura l’attenzione degli ascoltatori emettendo con la sua voce un suono soffiato simile a un flauto, sollevando gli occhi dagli schermi di chi dopo un’ora di live iniziava a sentirsi, evidentemente, affaticato. Il suono, lontano e misterioso, ha creato un’atmosfera rituale, richiamando tutti i presenti in uno spazio fuori dal tempo.
E poi, c’è stato il momento finale con “Nu poco ‘e bene”, la canzone che tutti conoscono e che il pubblico ha cantato in coro, in un momento comunitario e intimo che ha fatto da perfetta chiusura alla serata.
Un live che ha dimostrato, ancora una volta, come la musica di GNUT sappia toccare le corde più profonde dell’animo umano, mescolando folk, emozioni e parole in un viaggio che promette di continuare a incantare nelle prossime tappe del tour.
È una cantautrice, è in tour da un anno e mezzo, canta in inglese e suona la chitarra… potrebbe essere Taylor Swift, ma si tratta di Marta Del Grandi, che ha infine concluso la sua tournée sabato 15 marzo allo sPAZIO211. L’esibizione, inizialmente in programma a fine febbraio e poi rimandata per motivi di salute, è diventata l’ultima tappa di un lungo giro tra nazioni e continenti diversi con al centro lo stesso viaggio interno, quello dentro il suo album Selva, pubblicato nel 2023 e già candidato alla targa Tenco opera prima.
Apre la serata Giulia Impache, compositrice e cantante torinese, che lo scorso gennaio ha pubblicato IN:titolo, il suo primo disco. L’artista, in compagnia del chitarrista Jacopo Acquafresca, ha presentato i brani principali dell’album in versione ridotta in un palco illuminato di viola psichedelico che ben si coniuga con la sua musica intima, sorprendente e accidentale.
Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it
Rapido cambio di scena e vediamo subito salire Marta e i musicisti Vito Gatto al violino e Gabriele Segantini alle percussioni. Il pubblico tende ad avvicinarsi per trovare un punto di vista migliore, il chiacchiericcio di fondo svanisce, nel silenzio inizia la magia. La presenza sul palco di Marta è magnetica, il suo lungo abito verde si staglia tra i fumi leggeri del palco/selva, tra il pubblico c’è chi canta a memoria i versi delle canzoni e chi si abbandona al ritmo ammaliante dei primi brani.
Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it
Ma a un certo punto Marta libera il microfono dall’asta e inizia a muoversi con gesti rigidi e spezzati, si volta continuamente da parti opposte e ci fissa sempre di più.
Con le esecuzioni di “Good Story” e “First Swim, A Water Chant” riesce a esprimere al massimo le sue doti vocali e l’ottima sinergia con i musicisti. Ripesca anche alcuni brani dal suo primo EP Untile We Fossilize, per poi dedicare “Stay” a una donna del pubblico, su una richiesta fatta via Instagram dalla fidanzata. Marta interagisce in modo spontaneo col pubblico, con battute che creano un clima amichevole: si scherza sul cantare in inglese in Italia, d’altronde Elisa lo fa da sempre. C’è anche tempo per reinterpretare da capo a coda un classico di De Andrè come “Hotel Supramonte” senza avere nostalgia dei tempi passati, ma in modo semplice e libero.
Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it
Gli applausi si fanno sempre più lunghi e calorosi, il pubblico, nonostante la lunga giornata di pioggia, è qui per farle sentire un affetto sincero. Marta conclude con un breve discorso di ringraziamento e un invito a sostare dopo la fine del concerto, un buon modo per confrontarsi e dialogare tutti insieme. La conclusione di un capitolo, speriamo che il prossimo inizi prima possibile.
Il 9 marzo 2025, al Teatro Fonderie Limone di Moncalieri, la musica d’autore ha trovato il suo palcoscenico ideale con la serata finale della Quinta edizione del Premio Testa – Parole e Musica. Un evento intenso e ricco di emozioni, che ha visto giovani talenti omaggiare l’indimenticabile cantautore Gianmaria Testa, attraverso esibizioni originali e reinterpretazioni vibranti, sotto lo sguardo attento di una giuria prestigiosa e accompagnati da ospiti d’eccezione: Stefano Bollani e Valentina Cenni. La serata prevedeva la consegna di due premi: il premio Testa per la miglior canzone inedita e il premio per la miglior esecuzione di un brano di Testa selezionata da una giuria autorevole diretta da Eugenio Bennato.
A dare inizio alle esibizioni è stato Manuel Apice,cantautore liguregià vincitore di premi come il Fabrizio De André o il Bindi. Per inaugurare la serata ci presenta prima una cover del brano “Biancaluna” di Testa che dà il via alle esibizioni. A seguire Alessandro Sipolo, artista lombardo spesso in viaggio per il mondo, fa riemergere uno stile musicale che ci trasporta nel continente americano da nord a sud: un vero e proprio viaggio musicale estremamente coinvolgente. ll terzo cantautore presentato è Fabio Schember, classe ‘98, ci presenta delle interpretazioni tipicamente Mediterranee. Con l’uso di strumenti come l’oud turco o i tamburi muti propone una fusione tra la musica delle sponde nord del mediterraneo con quelle del sud-est, ricreando sonorità veramente interessanti. Alessio Alì, cantautore calabrese, è il più giovane tra i candidati e predilige la semplicità rispetto alla ricerca musicale presente nei cantautori precedenti, caratteristica che lo accomuna con l’ultimo candidato: Mizio Vilardi, unico artista ad esibirsi senza band, accompagnato solo dalla sua chitarra. Omaggia le sue origini pugliesi cantando metà in italiano e metà in dialetto molfettese.
Foto dal profilo Instagram @premiogianmariatesta , foto di Elisabetta Canavero
Dopo le esibizioni dei finalisti, la giuria si è riunita per decretare i vincitori, mentre il pubblico attendeva con trepidazione. A intrattenere gli spettatori è arrivato Stefano Bollani (che ha collaborato con Gianmaria Testa nel celebre spettacolo Guarda che luna) accompagnato dalla sua compagna Valentina Cenni. La loro performance ha preso avvio riprendendo lo stile della trasmissione Via dei matti n. 0, presentando reinterpretazioni di canzoni di Testa e altri brani internazionali, tutti legati alla sua vita. Le esibizioni di Bollani, intervallate da momenti di pura improvvisazione pianistica jazz, hanno messo in luce la sua straordinaria abilità al pianoforte, permettendo al musicista di esprimersi liberamente. Per concludere, Bollani e Cenni hanno omaggiato le origini piemontesi di Gianmaria Testa con “La mia mama a veul ch’i fila”, una canzone ironica che ha suscitato ilarità e applausi entusiasti dal pubblico.
La serata finale del Premio Testa si è conclusa in un’atmosfera di festa e celebrazione, con i vincitori che hanno portato a casa il riconoscimento per il loro talento e la loro creatività. Mizio Vilardi, con la sua originale interpretazione di “Nuovo” tradotta per metà in dialetto molfettese, ha conquistato il premio per la miglior cover, mentre Alessio Alì ha brillato con la sua canzone inedita, “Paura di cambiare”, aggiudicandosi il premio principale.
Foto dal profilo Instagram @premiogianmariatesta , foto di Elisabetta Canavero
Il presidente di giuria, Eugenio Bennato, ha chiuso l’evento con due brani che hanno riempito il teatro di energia e ritmo con “Il mondo corre” e il celeberrimo “Ritmo di contrabbando”, salutando il pubblico a ritmo di taranta. Questa edizione del Premio Gianmaria Testa non solo ha messo in luce nuovi talenti, ma ha anche reso omaggio a un grande artista che continua a ispirare generazioni. La serata si è rivelata un successo, promettendo un futuro luminoso per la musica d’autore italiana.
Sabato 8 marzo, si è tenuta al Teatro Vittoria l’ultima lezione-concerto“Solo per le tue orecchie”, un progetto interattivo pensato per guidare un pubblico di appassionati verso un ascolto più consapevole della musica classica. Matteo Borsarelli e Eugenio Catale (al pianoforte e al violoncello) sono stati gli interpreti della serata, insieme ad Antonio Valentino, docente al Conservatorio Verdi di Torino e direttore artistico di Unione Musicale. Valentino, con la sua competenza tecnica e storica, ha illustrato le particolarità di compositori che hanno assorbito le tradizioni musicali della loro terra trasformandole in musica colta. Il programma è stato suddiviso in tre sezioni: le Danze popolari rumene di Béla Bartók, la Suite Italienne di Igor’ Stravinskij e Le Grand Tango di Astor Piazzolla.
Foto da ufficio stampa Unione Musicale
Valentino ha dapprima introdotto Béla Bartók, compositore ungherese, pioniere dell’etnomusicologia che realizzò una quantità incredibile di raccolte di musiche popolari soprattutto della Transilvania. Le Danze popolari rumene sono suddivise in sei danze, caratterizzate da tratti peculiari che Valentino ha descritto dando chiare spiegazioni tecniche, affiancate dagli esempi musicali dei due interpreti.
La prima, La Danza del Bastone, ha un ritmo fortemente irregolare. Il nome proviene da una danza tradizionale eseguita da uomini con un bastone in mano che si sfidavano in movimenti coreografici. Segue La Danza della Fascia, di origine serba, in cui la pulsazione regolare del pianoforte si mantiene mentre il tempo si fa più brillante. La terza danza è La Danza sul Posto: il movimento dei ballerini infatti è particolarmente limitato, perciò il suono del pianoforte diventa ipnotico e statico, mentre il violoncello si inserisce con piccole fioriture arabeggianti. La quarta danza è detta LaDanza del Corno ed è di stampo tradizionale e pastorale, con un carattere lirico e contemplativo. La quinta danza è una polka, danza tradizionale polacca che qui assume un carattere allegro e spensierato. La danza conclusiva risulta inizialmente lenta per poi diventare più rapida e affine alla danza precedente. Dopo aver suonato degli estratti per integrare le spiegazioni del relatore, Borsarelli e Catale hanno eseguito per intero le Danze popolari rumene, con qualche applauso nel mezzo e una grande ovazione finale.
La seconda parte della serata è stata dedicata a Igor’ Stravinskij, compositore che per la prima parte della sua carriera si dedicò alla composizione di brani per balletti sotto ingaggio di Sergei Diaghilev, impresario che rese noti i Balletti Russi a Parigi. Ne nacquero capolavori come L’uccello di fuoco, Petrushka e La sagra della primavera (quest’ultima fece scalpore per la sua modernità ‘primitiva’).
La Suite Italienne proviene dalla tradizione della musica antica italiana, in particolare dalle opere di Pergolesi, che portarono Stravinskij a un nuovo periodo stilistico, caratterizzato da una sperimentazione basata, fra altre cose, su un utilizzo apparentemente incongruo degli strumenti.
L’estratto è estrapolato dalla Serenata, seguito dall’Aria e dalla Tarantella. La rapidità del pianoforte nella Serenata rimanda al mandolino mentre il violoncello riprende le sonorità tipiche del tamburello. L’Aria è un brano molto brillante che Stravinskij comincia con una serie di pizzicati massicci che evocano un senso di ruvidità, per poi passare al tipico suono dell’arco. L’ultimo brano è la Tarantella ed è particolarmente complesso in quanto caratterizzato da un estremo virtuosismo. L’esibizione colpisce gli spettatori ipnotizzandoli e termina con qualche esclamazione relativa alla bravura dei due interpreti.
La lezione-concerto si conclude con Le grand Tango di Piazzolla, il quale reinventò il tango in chiave colta e contemporanea. Valentino ha spiegato come il tango sia sorto a fine Ottocento tra la capitale dell’Argentina, Buenos Aires, e quella dell’Uruguay, Montevideo, due città molto vicine unite dal Rio de la Plata. Il genere aveva radici profonde nel ceto popolare portuale e veniva ballato soprattutto nei bordelli, per cui suscitò fin da subito scandalo.
Il brano è eseguito secondo la versione originale, senza necessità di arrangiamenti. Piazzolla, per mantenere alto l’interesse, trasforma la ripartizione binaria tipica del tango in una suddivisione più intrigante e frammentata, la quale viene diretta dal pianoforte e seguita dal violoncello, che si unisce seguendone il ritmo oscillatorio. Durante l’esecuzione, il ritmo ossessivo tiene agganciato il pubblico, soprattutto nel finale, quando diventa sempre più tormentato, strappando un grande applauso, seguito da un’acclamazione collettiva.
La sesta lezione-concerto giunge al termine. Dopo un paio di domande relative all’esibizione, assistiamo alla conclusione, per quest’anno, del progetto “Solo per le tue orecchie” che, giunto alla terza edizione, è apprezzato più che mai.
Il 7 marzo lo Ziggy Club ospita nuovamente, dopo sole due settimane dall’ultima serata, un concerto organizzato da Turin Moving Parts. Le porte aprono alle 21:00 ma per la prima ora e mezza non c’è musica: il pubblico arriva poco alla volta riempiendo la sala di volti noti e nuovi.
Alle 22:45 iniziano i Distorsione Armonica Totale(DAT), che unendo screamo a rap e trap portano qualcosa di diverso da ciò che solitamente ci aspetteremmo da queste serate. Il trio è formato da un batterista, due voci e talvolta una chitarra, utilizzata nei pezzi con una strumentale più classicamente emo, alternati da altri retti da basi registrate.
Foto di Simone Cossu
La presenza di basi probabilmente ha fatto sì che il pubblico non fosse coinvolto appieno. Tuttavia, questa mancanza è stata compensata dalla sfrontata stage presence dei cantanti, uno dei quali arriva a buttarsi a terra durante l’ultimo pezzo e lanciare l’ultimo urlo accasciato ai piedi della batteria.
Foto di Simone Cossu
I Fangosberla invece rappresentano un ritorno a casa, nonostante la loro provenienza sarda: screamo, shoegaze e influenze math rock sono ciò che serviva per concludere la serata al meglio. I cinque suonano il loro recentissimo EP: Tutto è bene quel che finisce. Ci hanno fatto urlare, pogare ed emozionare, dal brano che apre l’EP, “Fango”, al brano conclusivo “Sberla”.
Foto di Simone Cossu
Degna di nota la presenza di non una, ma ben due donne nella formazione, cosa ancora troppo rara all’interno della scena ma che rappresenta un respiro di sollievo per tutte coloro che ne fanno parte.
Alla fine del set, la loro musica ci ha convinti che forse non è “tutto bene quel che finisce” e questo concerto ne è la prova.
Foto di Simone Cossu
Ancora una volta il Turin Moving Parts ci ha regalato una serata all’insegna dell’emo e dell’amore per la musica («viva la musica!», qualcuno ha gridato alla fine del set dei Fangosberla), da cui non si può che uscire soddisfatti, rimanendo in attesa della prossima serata.
L’artista pop-alternative Emma Nolde, già esibitasi tre volte nel capoluogo piemontese nel corso degli ultimi quattro anni, torna all’Hiroshima Mon Amour il 7 marzo con il suo nuovo album NUOVOSPAZIOTEMPO, pubblicato l’8 novembre del 2024.
Nel parterre dell’Hiroshima si riconoscono diverse tipologie di fan, molto diversi tra di loro: alcuni affermano di conoscere Emma dai suoi primi progetti, come l’album Respiro del 2022 oppure i suoi singoli di esordio risalenti alla quarantena quali Nero Ardesia e Male, e di starla seguendo in tour dall’estate scorsa, che è stata una stagione molto proficua e ricca di festival per la giovane artista; altri affermano di non conoscerla affatto ma di essere molto incuriositi dalla sua personalità.
Il marcato accento toscano di Emma si fa immediatamente sentire dal momento in cui mette piede sul palco. I brani con cui si esibisce alternano atmosfere dalla forte carica emotiva e dal ritmo accelerato, a momenti più placidi ma comunque molto intensi che, per certi versi, ricordano ballate di Brunori Sas, molto amato e per questo spesso citato dall’artista.
In molti sembrano apprezzare l’alternarsi di strumenti classici, quali la chitarra e il piano, a un sound più techno e, in questo senso, le sue canzoni, così come anche il suo allestimento molto minimal sul palco, ricordano molto la cantautrice statunitense Ethel Cain. A differenza dello sfarzo scenotecnico che solitamente contraddistingue gli artisti pop, Nolde e Cain prediligono un set nel quale vi sono solo gli strumenti musicali essenziali e una bandiera arcobaleno.
La varietà di fan si riconosce anche alla lunga distanza, durante tutto il concerto un gruppetto di studenti fuori sede toscani ha ballato tutta la sera, sentendosi in qualche modo più vicini a casa, mentre molte coppie, perlopiù genitori o accompagnatori, hanno ascoltato impassibili, come se stessero prendendo nota dei costanti cambiamenti ed evoluzioni della wave pop rock italiana.
La vivace presenza scenica di Emma e il suo coinvolgimento con il pubblico fa attendere gli ammiratori, e non solo, i suoi futuri progetti… e un ennesimo ritorno nella città di Torino.
a cura di Martina Vergnano
La webzine musicale del DAMS di Torino
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