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Binarism is for computers: i Queen of Saba in concerto all’Hiroshima Mon Amour

Nella classifica dei singoli usciti a febbraio avevamo consigliato i Queen of Saba, duo veneto fondato nel 2019 dalla cantante Sara Santi e il producer Lorenzo Battistel. La loro musica si contraddistingue per l’attivismo queer che partendo dai loro testi si allarga ad altre dinamiche che ruotano attorno agli artisti, come i concerti dal vivo. Non abbiamo perso occasione e siamo andati a sentirli venerdì 21 marzo all’Hiroshima Mon Amour per la prima data del loro nuovo tour CIRCOMEDUSA

Entrando nel club si percepisce subito un’intenzione diversa dal solito. All’ingresso troviamo un breve manifesto che ci invita ad avere cura degli spazi e dei corpi che ci circondano, a comunicare eventuali disagi o malesseri, a scambiarci un semplice sorriso e dare un senso all’esserci nel qui e ora di questo concerto. La sala si riempie in fretta: in apertura siamo travolti dall’esibizione del gruppo di drag queen TheNerve, con un piacevole spettacolo di cabaret, tra canzoni e piccoli sketch.

Salgono sul palco i Queen of Saba, vestiti entrambi da circensi. Sara porta attorno al collo una kefiah, il simbolo della solidarietà nei confronti del popolo palestinese, mentre Lorenzo siede lateralmente alla batteria elettronica. Attacca il primo pezzo e il pubblico subito salta e canta come la tribù arcaica di “Principe Regina”. 

Foto a cura di Alessandro Aimonetto per polveremag.it

Si passa poi a un vero e proprio momento karaoke: Sara ci invita a cantare tutti insieme un paio di brani del primo album del duo, Fatamorgana, mentre sugli schermi scorrono i testi. Si crea così uno scambio costante di battute tra artisti e spettatori, viene chiesto ad esempio di alzare il volume della voce, che a volte risulta poco comprensibile. 

Inoltre il pubblico in modo spontaneo urla spesso slogan dei cortei pro Palestina, come «Torino lo sa da che parte stare…» o «Tout le monde déteste la police», ma è l’arrivo sul palco di alcuni ospiti a trasformare il concerto in un vera manifestazione. Il primo a sorpresa – ma è pur sempre di casa a Torino – è Willie Peyote, che col brano “ACAB” ci trasporta in val di Susa tra lacrimogeni e cariche della polizia. La seconda già annunciata è la drag Ava Hangar che insieme a Lorenzo al charango (strumento a corde tipico dell’America latina) canta “El pueblo unido jamás será vencido”. Si aggiungono poi La Qualunque e il producer torinese Ale Bavo, che insieme al duo creano una festa sempre più collettiva e intersezionale. 

Foto a cura di Alessandro Aimonetto per polveremag.it

Per concludere Sara invita il pubblico a far spazio in sala per l’esibizione del gruppo torinese Folamurga, che sfila tra tamburi e danze circensi ispirati al carnevale di Buenos Aires. I Queen of Saba sono riusciti a manifestare dal vivo tutto ciò che contiene la loro musica: un megafono per cause sociali reali che raggiunge una connessione vitale col pubblico e dà la forza di sopravvivere e lottare sempre in direzione ostinata e contraria.

Alessandro Camiolo

GNUT in concerto: un viaggio intimo tra chitarra, archi e amore

È iniziato, giovedì 20 marzo presso lo sPAZIO211, il nuovo tour di Claudio Domestico, alias GNUT. Il cantautore napoletano sceglie Torino come luogo di debutto del suo ultimo progetto live, caratterizzato da un trio composto dalla chitarra del cantante e da una coppia d’archi, suonati da Marco Sica (violino) e Mattia Boschi (violoncello). 

L’artista, con il piccolo ensemble, ripercorre la sua carriera mantenendo il focus sul suo stile legato al folk anglofono attraverso arrangiamenti che ampliano l’ambiente sonoro con i temi lenti e i numerosi pizzicati sviluppati dai due archi.

Questi si mantengono distanti dall’impronta classica e creano un “non-luogo”, dove il pubblico può seguire i passi da ballad tracciati dal trio strumentale, che accompagna GNUT nel suo tragitto autoriale.

Il percorso definito rimane fedele a se stesso, in una coerenza che non è solo sonora ma che è anche garantita dal tema universale dell’amore: amore che viene messo sotto la lente d’ingrandimento, e che GNUT indaga nella sua molteplicità.

È quello  spensierato in “Se cucini tu” e in “Semplice”, malinconico in “Dimmi cosa resta”, quello da dimenticare e da abbandonare centrale in “Luntano ‘a te”, ultimo inedito pubblicato a febbraio, nel quale GNUT si mette a nudo e racconta della sua personale esperienza con un «amore tossico che – dice il cantante – mi ha sconvolto».  

La libertà espressiva di GNUT, oltre alla scelta del trio sul palco, si vede anche nel modo in cui alterna canzoni in italiano e in napoletano. Ogni lingua porta con sé un’emozione diversa, e GNUT sa come usarla per raccontare le sue storie in modo autentico. Non è solo una questione di parole, ma di sensazioni che si mescolano e prendono vita, in modo unico ma al contempo universale. 

Foto da cartella stampa

Durante un momento strumentale apparentemente transitorio GNUT cattura l’attenzione degli ascoltatori emettendo con la sua voce un suono soffiato simile a un flauto, sollevando gli occhi dagli schermi di chi dopo un’ora di live iniziava a sentirsi, evidentemente, affaticato. Il suono, lontano e misterioso, ha creato un’atmosfera rituale, richiamando tutti i presenti in uno spazio fuori dal tempo.

E poi, c’è stato il momento finale con “Nu poco ‘e bene”, la canzone che tutti conoscono e che il pubblico ha cantato in coro, in un momento comunitario e intimo che ha fatto da perfetta chiusura alla serata. 

Un live che ha dimostrato, ancora una volta, come la musica di GNUT sappia toccare le corde più profonde dell’animo umano, mescolando folk, emozioni e parole in un viaggio che promette di continuare a incantare nelle prossime tappe del tour.

Marco Usmigli

Intervista a Gnut

Claudio Domestico, in arte Gnut, classe ‘81, è un cantautore, chitarrista e produttore napoletano.

Con uno stile intimista e influenze che spaziano dal folk alla tradizione napoletana, Gnut riesce a trasmettere emozioni profonde attraverso testi sinceri e arrangiamenti raffinati. La sua musica è un viaggio tra sentimenti universali e radici culturali, capace di creare un’autentica connessione con il pubblico. Amato per la sua autenticità e sensibilità è un artista che parla al cuore di chi lo ascolta. 

In occasione della prima data del nuovo tour, svoltasi giovedì 20 marzo allo Spazio211, abbiamo avuto modo di incontrarlo e fargli alcune domande.

Per iniziare ti chiedo come stai e come ti senti per questa sera? Hai aspettative riguardo al pubblico torinese, che ha avuto più occasioni di vederti suonare negli ultimi anni?

Sto bene, è un periodo molto bello artisticamente perché sto lavorando ai provini del nuovo disco.

Questo tour, con il pretesto del nuovo inedito, “Luntano ‘a te”, pubblicato il 28 febbraio, è un giro di boa in cui, con dei vecchi amici musicisti, Mattia Boschi e Marco Sica, vado a rivisitare un paio di canzoni che toglierò dalla scaletta con l’uscita del nuovo progetto. È un modo per salutare questo repertorio che mi ha accompagnato negli ultimi anni, rivedere vecchi amici e dare un suono diverso a quello che ho proposto negli ultimi anni.

È sempre bello tornare a Torino, ho lavorato anni fa con un’etichetta torinese, mi sentivo parte della scena torinese per una parte della mia vita (ride ndr), è sempre una grande emozione.

Questa volta hai deciso di presentarti sul palco con altri due musicisti, curioso peraltro che abbia scelto violino e violoncello, solitamente associati al mondo della musica classica.

L’idea iniziale era quella di realizzare un mio vecchio sogno: realizzare un tour con un quartetto di archi solo che, dopo una serie di esperimenti e prove, il risultato era troppo classicheggiante quindi ho lavorato di sottrazione coinvolgendo questi due vecchi amici che hanno un approccio poco classico allo strumento e hanno un suono molto moderno.

È interessante che usiamo degli strumenti classici, come violino e violoncello, ma lo faremo in una chiave molto distante dalla musica classica.

“Luntano ‘a te” è il tuo ultimo inedito, prodotto da Piers Faccini con cui da molti anni collabori, pezzo che annuncia l’uscita di un nuovo album. In diverse occasioni hai affermato che per te i dischi sono come dei diari, nei quali riassumi la tua vita. Sorge spontaneo chiederti di che cosa racconterà il disco? Musicalmente quali influenze avrà?

Il prossimo album sarà diverso rispetto a quelli pubblicati fino ad adesso sia nei testi che nelle sonorità. Rispecchia una fase particolare della mia vita, tutto è nato da una canzone che poi ha creato il percorso da seguire per tutte le altre.

I testi sono di matrice spirituale…dal punto di vista musicale le ispirazioni arrivano dai mantra, dalla musica africana, da quella popolare del Settecento, la taranta… Sarà un disco molto percussivo.

Sarà vicino a quell’approccio di quando non esisteva l’industria musicale e la musica era una cura per la mente e per il corpo. Credo che sia la forma d’arte migliore per metterci in contatto con tutte le entità che esistono, ma che non possiamo percepire con i nostri sensi. Questo disco parlerà di questo.

Ieri, 19 marzo, sarebbe stato il compleanno di Pino Daniele, il quale diceva «Napoli è un modo di essere».  Quanto è importante Napoli nelle tue canzoni? Che rapporto hai con la città e come la tradizione napoletana influisce sulla tua musica?

In realtà io sono quello che sono, sia come persona sia come musicista, perché sono nato e ho vissuto a Napoli. Quando ho iniziato a suonare ero adolescente ed ero affascinato dalla musica che arrivava da lontano, erano gli anni ’90, c’era il grunge; quindi, non mi interessava molto la tradizione.

Poi, crescendo, mi sono reso conto dell’importanza delle radici, credo che valga per ogni forma d’arte.

Confrontarsi con le proprie radici, con il percorso storico del posto in cui sei nato diventa una chiave molto interessante nel momento in cui lo vai a fondere con quello che ti piace e con quello che arriva da molto lontano.

Da qualche anno ho fatto pace con il repertorio della tradizione napoletana, è una cosa che ho iniziato a studiare negli ultimi anni e, diciamo, ha chiuso un cerchio facendomi trovare una direzione più consapevole artisticamente.

Continuando a citarlo, Pino Daniele, cantava: «E si chest nunn è ammore ma nuje che campamme a fa’». Penso che l’amore abbia la capacità di influenzare non solo la musica ma anche il modo in cui percepisci il mondo. Nel corso della tua carriera hai sempre cercato di raccontare l’amore nelle sue diverse sfumature. Non si può dare una definizione ma, se dovessi chiederti cos’è oggi l’amore per Gnut cosa risponderesti? 

È difficile non rispondere in modo banale… Posso citare John Lennon: quando gli chiesero perché scrivesse solo canzoni d’amore, lui disse «perché cosa c’è più importante di cui parlare?»

L’amore un argomento così ampio che effettivamente quando poi ci si allontana dal racconto del classico amore da coppia ma si va ad indagare in tutte le forme dell’amore diventa un campo universalmente enorme. È il motore che fa girare il mondo nonché il sentimento più importante tra quelli che esistono, quindi per un autore è fonte di ispirazione totale.

La tua musica ha un tono molto intimo e personale, ho sempre pensato che tu riuscissi a trovare poche e semplici parole per descrivere qualcosa di grande, riesci a creare immagini nelle quali le persone si rispecchiano. Come vivi il rapporto con il pubblico durante i concerti? Lo vedi come osservatore della tua arte o, in qualche modo, influenza il tuo modo di scrivere e fare musica?

Non credo ci sia molta influenza. Il mio approccio alla musica è un percorso personale di ricerca.

Il rapporto con il pubblico è di condivisione che si crea soprattutto durante i concerti. Io la chiamo selezione naturale. Quando fai un determinato tipo di musica, in un determinato modo, è come se selezionassi un pubblico con una sensibilità simile alla tua. Si crea una condivisione reale dove nelle canzoni, nate in maniera sincera e spontanea, qualcuno si può riconoscere. 

È un incontro tra spiriti affini.

Qual è stato il momento che ti fatto capire che valeva la pena inseguire i tuoi sogni?

Ci sono stati diversi momenti quando ho dovuto approcciarmi al mondo del lavoro facendone alcuni che non mi interessavano.  Avendo coltivato sempre la passione della musica ho sempre confidato nel fatto che insistere su quello che ti piace, sulle tue passioni, su quello che ami fare fosse importante. Quando poi riesci a trasformarlo in un lavoro è la vittoria più grande.

C’è stato un momento, intorno al 2009-2010, dove ho lasciato tutti i lavori che stavo facendo e mi sono impegnato solo nella musica, da là la mia vita è migliorata.

Viviamo in un paese e in una società in cui è quasi impossibile lavorare con quello che ti appassiona. Che consiglio daresti ai ragazzi, come noi, che si assumono il rischio di seguire il proprio sogno e la propria passione?

È complicato perché ogni vita ha un universo di esperienze diverse… il consiglio che posso dare è di non farsi ossessionare dall’idea del successo, ma cercare di trovare una strada che porti alla serenità.

Si può fare musica senza stare in classifica o nelle radio, anche se non ne parlano. Non serve per forza mirare al successo commerciale: si può sempre fare la musica che ti interessa, usarla come una tua forma di espressione, l’importante è che ti faccia stare bene. 

È complicato però si può fare. (ride ndr)

Sofia De March

Marta Del Grandi in concerto a sPAZIO211

È una cantautrice, è in tour da un anno e mezzo, canta in inglese e suona la chitarra… potrebbe essere Taylor Swift, ma si tratta di Marta Del Grandi, che ha infine concluso la sua ​​tournée sabato 15 marzo allo sPAZIO211. L’esibizione, inizialmente in programma a fine febbraio e poi rimandata per motivi di salute, è diventata l’ultima tappa di un lungo giro tra nazioni e continenti diversi con al centro lo stesso viaggio interno, quello dentro il suo album Selva, pubblicato nel 2023 e già candidato alla targa Tenco opera prima.

Apre la serata Giulia Impache, compositrice e cantante torinese, che lo scorso gennaio ha pubblicato IN:titolo, il suo primo disco. L’artista, in compagnia del chitarrista Jacopo Acquafresca, ha presentato i brani principali dell’album in versione ridotta in un palco illuminato di viola psichedelico che ben si coniuga con la sua musica intima, sorprendente e accidentale.

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Rapido cambio di scena e vediamo subito salire Marta e i musicisti Vito Gatto al violino e Gabriele Segantini alle percussioni. Il pubblico tende ad avvicinarsi per trovare un punto di vista migliore, il chiacchiericcio di fondo svanisce, nel silenzio inizia la magia. La presenza sul palco di Marta è magnetica, il suo lungo abito verde si staglia tra i fumi leggeri del palco/selva, tra il pubblico c’è chi canta a memoria i versi delle canzoni e chi si abbandona al ritmo ammaliante dei primi brani.

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Ma a un certo punto Marta libera il microfono dall’asta e inizia a muoversi con gesti rigidi e spezzati, si volta continuamente da parti opposte e ci fissa sempre di più.

Con le esecuzioni di “Good Story” e “First Swim, A Water Chant” riesce a esprimere al massimo le sue doti vocali e l’ottima sinergia con i musicisti. Ripesca anche alcuni brani dal suo primo EP Untile We Fossilize, per poi dedicare “Stay” a una donna del pubblico, su una richiesta fatta via Instagram dalla fidanzata. Marta interagisce in modo spontaneo col pubblico, con battute che creano un clima amichevole: si scherza sul cantare in inglese in Italia, d’altronde Elisa lo fa da sempre. C’è anche tempo per reinterpretare da capo a coda un classico di De Andrè come “Hotel Supramonte” senza avere nostalgia dei tempi passati, ma in modo semplice e libero. 

Foto a cura di Michela Talamucci per polveremag.it

Gli applausi si fanno sempre più lunghi e calorosi, il pubblico, nonostante la lunga giornata di pioggia, è qui per farle sentire un affetto sincero. Marta conclude con un breve discorso di ringraziamento e un invito a sostare dopo la fine del concerto, un buon modo per confrontarsi e dialogare tutti insieme. La conclusione di un capitolo, speriamo che il prossimo inizi prima possibile.

Alessandro Camiolo

Anastacia celebra alle OGR i 25 anni di “Not that kind”

Anastacia torna in Italia, alle OGR di Torino il 19 marzo, per celebrare il venticinquesimo anniversario dell’album Not that kind. È, infatti, solo dopo 25 anni dal suo esordio – dopo una pausa dovuta a problematiche di salute – che la cantante può finalmente portare in tour il lavoro che l’ha resa una delle icone pop degli anni duemila.

Da cartella stampa, foto di Giorgio Perottino

Se aveste la possibilità di viaggiare nel tempo per 90 minuti dove scegliereste di andare? Forse “i primi anni del 2000″ non sarebbe la risposta più comune, eppure vi perdereste una gran bella vibe. Nessun timore però, potete recuperarla al prossimo live di Anastacia. Nessuna nota negativa in ciò, che sia chiaro. La carica e la potenza vocale di Anastacia non lasciano spazio a momenti di tentennamento scenico e la performance risulta impeccabile. Ciò che è inaspettato è invece il pubblico; si passa da ragazze che commentano gli outfit delle sciure glitterate e paragonano l’ambiente a quello del kappa, a signore e signori di una certa età che probabilmente vogliono rivivere la loro gioventù. Il multiverso? Sicuramente un bel confronto generazionale.

Da cartella stampa, foto di Giorgio Perottino

Andando nel vivo dello show: Anastacia fa capolino sul palco sbucando dalla porta, parte della scenografia essenziale insieme a quattro finestre, cantando “One day in your life”. Continua poi, dopo dei brevi ringraziamenti iniziali, cantando altri brani celebri affiancata da due coristi/ballerini/intrattenitori con i quali si cimenta in brevi e semplici coreografie sulle note di “Paid my dues” e “Staring at the sun” scaldando il pubblico, ormai pronto ad urlare “Sick and tired”. A riempire invece i momenti di cambio abito ci pensa la sua band formata da percussioni varie e batteria, chitarra, tastiera e basso. I musicisti si cimentano in assoli strumentali e omaggi ad altre icone pop degli anni duemila. Sarà poi invece la stessa Anastacia ad omaggiare i Guns N’ Roses con “Sweet Child o’ Mine”, brano presente nel suo album di cover It’s a Man’s world. Il concerto volge al termine poi con i brani più celebri: “Not that kind”, “I’m Outta Love” e “Left outside the love” cantata a cappella insieme al pubblico. 

Ciò che rimane di questo concerto è sicuramente la semplicità e il divertimento di Anastacia, che regge il palco e intrattiene il pubblico con lo stesso entusiasmo e la stessa carica di una ventenne, ma con un’esperienza ventennale che le permette di non sbagliare una virgola. 

Claudia Meli

Viva la musica e viva lo screamo: i Distorsione Armonica Totale e i Fangosberla per Turin Moving Parts

Il 7 marzo lo Ziggy Club ospita nuovamente, dopo sole due settimane dall’ultima serata, un concerto organizzato da Turin Moving Parts. Le porte aprono alle 21:00 ma per la prima ora e mezza non c’è musica: il pubblico arriva poco alla volta riempiendo la sala di volti noti e nuovi.

Alle 22:45 iniziano i Distorsione Armonica Totale (DAT), che unendo screamo a rap e trap portano qualcosa di diverso da ciò che solitamente ci aspetteremmo da queste serate. Il trio è formato da un batterista, due voci e talvolta una chitarra, utilizzata nei pezzi con una strumentale più classicamente emo, alternati da altri retti da basi registrate.

Foto di Simone Cossu

La presenza di basi probabilmente ha fatto sì che il pubblico non fosse coinvolto appieno. Tuttavia, questa mancanza è stata compensata dalla sfrontata stage presence dei cantanti, uno dei quali arriva a buttarsi a terra durante l’ultimo pezzo e lanciare l’ultimo urlo accasciato ai piedi della batteria.

Foto di Simone Cossu

I Fangosberla invece rappresentano un ritorno a casa, nonostante la loro provenienza sarda: screamo, shoegaze e influenze math rock sono ciò che serviva per concludere la serata al meglio. I cinque suonano il loro recentissimo EP: Tutto è bene quel che finisce. Ci hanno fatto urlare, pogare ed emozionare, dal brano che apre l’EP, “Fango”, al brano conclusivo “Sberla”.

Foto di Simone Cossu

Degna di nota la presenza di non una, ma ben due donne nella formazione, cosa ancora troppo rara all’interno della scena ma che rappresenta un respiro di sollievo per tutte coloro che ne fanno parte.

Alla fine del set, la loro musica ci ha convinti che forse non è “tutto bene quel che finisce” e questo concerto ne è la prova.

Foto di Simone Cossu

Ancora una volta il Turin Moving Parts ci ha regalato una serata all’insegna dell’emo e dell’amore per la musica («viva la musica!», qualcuno ha gridato alla fine del set dei Fangosberla), da cui non si può che uscire soddisfatti, rimanendo in attesa della prossima serata.

A cura di Enea Timossi

Emma Nolde all’Hiroshima Mon Amour: un fuoco incandescente che torna a illuminare Torino

L’artista pop-alternative Emma Nolde, già esibitasi tre volte nel capoluogo piemontese nel corso degli ultimi quattro anni, torna all’Hiroshima Mon Amour il 7 marzo con il suo nuovo album NUOVOSPAZIOTEMPO, pubblicato l’8 novembre del 2024.

Nel parterre dell’Hiroshima si riconoscono diverse tipologie di fan, molto diversi tra di loro: alcuni affermano di conoscere Emma dai suoi primi progetti, come l’album Respiro del 2022 oppure i suoi singoli di esordio risalenti alla quarantena quali Nero Ardesia e Male, e di starla seguendo in tour dall’estate scorsa, che è stata una stagione molto proficua e ricca di festival per la giovane artista; altri affermano di non conoscerla affatto ma di essere molto incuriositi dalla sua personalità.

Il marcato accento toscano di Emma si fa immediatamente sentire dal momento in cui mette piede sul palco. I brani con cui si esibisce alternano atmosfere dalla forte carica emotiva e dal ritmo accelerato, a momenti più placidi ma comunque molto intensi che, per certi versi, ricordano ballate di Brunori Sas, molto amato e per questo spesso citato dall’artista.

In molti sembrano apprezzare l’alternarsi di strumenti classici, quali la chitarra e il piano, a un sound più techno e, in questo senso, le sue canzoni, così come anche il suo allestimento molto minimal sul palco, ricordano molto la cantautrice statunitense Ethel Cain. A differenza dello sfarzo scenotecnico che solitamente contraddistingue gli artisti pop, Nolde e Cain prediligono un set nel quale vi sono solo gli strumenti musicali essenziali e una bandiera arcobaleno.

La varietà di fan si riconosce anche alla lunga distanza, durante tutto il concerto un gruppetto di studenti fuori sede toscani ha ballato tutta la sera, sentendosi in qualche modo più vicini a casa, mentre molte coppie, perlopiù genitori o accompagnatori, hanno ascoltato impassibili, come se stessero prendendo nota dei costanti cambiamenti ed evoluzioni della wave pop rock italiana.

La vivace presenza scenica di Emma e il suo coinvolgimento con il pubblico fa attendere gli ammiratori, e non solo, i suoi futuri progetti… e un ennesimo ritorno nella città di Torino.

a cura di Martina Vergnano

Intervista ai mezzaestate

Cosa c’è di meglio di una serata a casa di amici, con la musica che si mescola al tintinnio di bicchieri e al sapore delle patatine? Probabilmente nulla!

Infatti, l’1 marzo i mezzaestate hanno trasformato una semplice serata in un’esperienza unica. Immaginate una casetta accogliente, intima, un tavolo con bevande e stuzzichini, amici, conoscenti, sconosciuti e un gatto nero che si nasconde tra amplificatori e strumenti musicali. In questo ambiente, dall’atmosfera calda, i mezzaestate si sono raccontati, condividendo il loro percorso musicale tra brani da loro composti, in versione unplugged, e alcune cover.

Il loro stile musicale sfugge a una definizione precisa: combinano generi che spaziano dal pop al rock, passando per il punk e il cantautorato italiano. Questa versatilità riflette le diverse provenienze geografiche e le esperienze di vita dei cinque ragazzi che compongono la band.

Il concerto si è trasformato in un abbraccio, un’occasione per conoscersi tra chiacchiere, risate e la magia della musica.
Occasione migliore per porre qualche domanda al gruppo e conoscerlo meglio non ci poteva essere.

Questa serata ci ha dato l’opportunità di conoscervi, osservare i vostri video di backstage che avete realizzato durante le vostre sessioni di brainstorming musicale. Ci raccontate chi siete?

Stefano Calzolari: Noi siamo i mezzaestate e siamo cinque ragazzi che si sono incontrati qua a Torino a partire da background molto diversi. Principalmente ci siamo incontrati per motivi di studio: io vengo da Ferrara, Brando da Imperia, Cesare da Trani, Mattia da Lanciano e Gabriele da Torino. La cosa interessante di questo progetto è che la metà di noi ha studiato ingegneria (ride, ndr). Essendo un progetto che non ha assolutamente nulla di scientifico, abbiamo anche i nostri umanisti: Gabriele studia filosofia […] e Mattia studia al CAM. 

Nonostante molti di voi siano ingegneri di “professione”, avete coltivato un animo musicale. La passione per la musica quando è nata?

Brando Ramello: Ho imbracciato la chitarra per la prima volta in quinta elementare. In casa mia c’è sempre stata musica, principalmente classica perché i miei ascoltano sempre Radio3, […] ma non l’ho mai ascoltata davvero, l’ho sempre assorbita passivamente. In casa c’è sempre stata una chitarra, […] mio papà è lo strimpellone classico che sa quattro accordi, col giro di DO ti fa tutto il repertorio italiano anni ’60. Poi ho iniziato anch’io ad appassionarmi e interessarmi alla chitarra. Ho fatto tre anni di lezione, poi ho smesso per un periodo perché non mi piaceva molto l’impostazione teorica che mi stavano dando. Ho ripreso da solo, da autodidatta, dai 15-16 anni fino ad oggi.

Mattia Caporella: Io suono la batteria fin dall’infanzia, ho studiato sempre, continuativamente. C’è stata una pausa di attività dal vivo per via del Covid e degli studi, però in questo periodo mi sono ridato da fare con diversi gruppi, tra cui questo che mi ha accolto in corso d’opera. Sono stato un nuovo acquisto, oltre a lui (indicando Gabriele, ndr). È bello perché situazioni come queste sono molto particolari, cerco di variare sempre i miei impieghi […]. Tutto ciò che faccio è sempre molto legato alla musica.

Gabriele Scotto: Anch’io sono nato con la musica, nel senso che mio padre metteva sempre qualunque disco, anni ‘60 e ‘70, ma anche anni ‘80, come i The Cure […]. In realtà io avevo iniziato cantando, avevo fatto un corso di coro. Poi l’anno successivo non c’era più posto (per fare lezioni, ndr) e io volevo fare anche altre cose nel frattempo. Fatalità in un giorno in cui ero disponibile, davano lezioni di basso, e allora ho detto «Perché no?». Ho fatto un anno di basso jazz, cosa che ovviamente per ora è sospesa lì, nell’Iperuranio e magari un giorno si paleserà in qualche maniera (ridono, ndr). Ora faccio il basso “simpy”, carino, con questi ragazzi (Stefano gli manda un bacio, ndr). 

Cesare Piemontese: Ho sempre suonato la chitarra fin da quando ero piccolo, un po’ come Matti con la batteria. Ho studiato la chitarra classica tanti anni e poi, siccome sono un “giovane” e facciamo il “maledetto rock”, mi sono innamorato della chitarra elettrica. Ho sempre avuto il sogno di avere un piccolo gruppo. Da me in Puglia non sono mai riuscito a crearlo ma, quando sono arrivato qui per motivi di studio, mi sono reso conto che qui (a Torino, ndr) girava molto meglio la scena, c’era tanta vitalità e poi era solo questione di tempo prima che ci incontrassimo e che nascesse il progetto mezzaestate.

Perché vi chiamate mezzaestate?

Stefano Calzolari: Il nome mezzaestate, almeno per come lo interpreto io, per il significato che gli ho voluto dare […] è questo senso di notti estive leggere in cui magari sei al liceo, stai andando in giro in bici di notte con la brezza che ti accarezza la pelle, sei magari innamorato, sei emozionato, sei spensierato perché sai che il giorno dopo non hai un cazzo da fare, sei tranquillo e non ti fai troppi problemi […].

Come vi siete conosciuti?

Stefano Calzolari: Io e Brando abbiamo studiato insieme alla laurea magistrale al Politecnico e ci siamo ritrovati anche a fare la tesi nello stesso laboratorio. Io continuavo a dirgli: «Dai Brando mettiamo su una band!».

Brando Ramello: Io ricordo che quando ho comprato la scheda audio per registrare qualcosa mi sono detto: «Ma sì, quasi quasi mi rimetto ad utilizzare Reaper». Quindi ci siamo proprio alimentati a vicenda in questa cosa.

Stefano Calzolari: Questa cosa è cresciuta sempre di più fino a quando non abbiamo detto «Cazzo facciamolo, buttiamoci! Servivano però altri componenti» (ridono, ndr). C’è questa mia cara amica che mi ha detto un giorno «Guarda che c’è Cesare, questo ragazzo che conosco e boh, suona la chitarra». Quindi io vado a vedere cosa pubblica, cosa fa e cosa suona su Instagram […] e sento questo qua che fa di tutto.

Brando Ramello: come mi disse Stefano in chat (a proposito di Cesare, ndr): «è un manico!» (ridono, ndr). 

Stefano Calzolari: Cesare ha tutte queste registrazioni dove fa queste cose super mega virtuosistiche da chitarrista. Avete presente lo stereotipo del chitarrista iper mega nerd? Cesare incarnava questa cosa e io ho detto: «È un fenomeno, abbiamo il nostro chitarrista».

Cesare Piemontese: Matti l’ho portato dentro io, andava alle scuole medie con il mio coinquilino e quindi ci ha presentato lui. Mi ha detto «Tu suoni? Ah, suono anch’io. Allora suoniamo insieme!».
È entrato in sostituzione della nostra vecchia batterista (la salutano tra il pubblico, ndr).
Per Gabriele è successa una cosa simile: quando il nostro vecchio bassista è ritornato in Francia perché aveva finito l’Erasmus, abbiamo pensato a lui (Gabriele, ndr). Giravamo negli stessi ambienti e concerti, ci conoscevamo anche perchè avevamo amici in comune.

In questa serata ci avete raccontato e mostrato con video autoprodotti quale è la genesi dei vostri brani. Da dove traete ispirazione per far nascere le vostre canzoni? Quale è il processo con cui date vita ai brani?

Stefano Calzolari: Le nostre canzoni nascono probabilmente da questo clima di leggerezza che è in un certo senso anche ostentata in alcuni momenti. Si sente che le nostre canzoni sono intrise potenzialmente di sensi di colpa, nostalgia, errori che abbiamo fatto nel passato o comunque riflessioni profonde. Io credo di essere molto emotivo da questo punto di vista ma vedo anche negli altri, qui intorno a me, questa cosa (ridono, ndr) e credo che si senta molto in queste canzoni. Nascono da riflessioni […], personali, cantautorali. Mi ritrovo a fare dei ragionamenti su cose che non vanno o cose che vanno nella mia vita, nei miei rapporti interpersonali con ragazze o con amici. C’è un amico che viene nominato in “Notti estive”  […], uno degli amici probabilmente più importanti che ho nella mia vita. È stata una figura di riferimento molto importante per me (si emoziona, ndr). Le cose che scrivo vengono da qui.

Brando Ramello: A livello un po’ più pratico, invece, per questa prima fase compositiva – che a me piace chiamare la Fase 1, come la Marvel, e che comprende “Stella”, “Notti estive”, “Iper compresso”, “Mezz’ora” e “In ogni gesto” – è una fase in cui principalmente nascono delle idee a qualcuno, musicali o di testo, vengono portate agli altri e ognuno cerca di metterci il suo per poter riarrangiare i brani e ottenere una quadra. […] La prima canzone per cui abbiamo collaborato più seriamente è […] “Dolci sirene”, la più nuova, in cui c’è stato un processo collaborativo totale […]. Stiamo cercando di andare più verso questa direzione, una collaborazione più completa nello scrivere le canzoni.

Avete dei progetti per il futuro?

Brando Ramello: Abbiamo in programma di far uscire un altro singolo, si chiama “Mezz’ora”. Secondo noi è un passettino in avanti anche dal punto di vista compositivo rispetto a “Stella” (primo singolo pubblicato, ndr). Dovrebbe uscire fra poco, non sappiamo ancora di preciso la data, ma sicuramente è il secondo singolo che andrà ad anticipare l’uscita dell’EP completo di cinque brani che riassume la Fase 1 compositiva del nostro gruppo. Poi da lì è molto delicata la situazione. Siamo ragazzi che stanno facendo svariate cose: c’è chi lavora, c’è chi sta studiando, chi sta finendo di studiare e c’è chi sta facendo il dottorato (indicando Stefano che ride, ndr). Quindi, da settembre in poi vediamo… «solo il tempo svelerà» (citazione tratta da “Mezz’ora”, ndr).

C’è qualche data in programma in cui possiamo venire ad ascoltarvi nuovamente?

Cesare Piemontese: Il 4 aprile partecipiamo ad un contest che si chiama Emergenza al Barrio, qui a Torino […]. Sarà un bell’evento, speriamo di riuscire ad andare avanti, più gente viene più siamo contenti.
Il 26 aprile suoniamo a Ciriè al Capolinea. È un bel palco, passa molta gente da lì e siamo molto contenti di poterci andare insieme ad altre band amiche come Gtt, Supernova… andateli a sentire.
E poi altre cose che sveleremo piano piano, seguiteci e rimanete aggiornati!

A cura di Roberta Durazzi e Ottavia Salvadori

Musidams consiglia : i 10 migliori singoli di febbraio

Smaltito Sanremo… e ora qualcosa di completamente diverso, ecco i nostri suggerimenti musicali divisi tra uscite italiane e estere.

Laura Agnusdei – “The Drowned World”
Artista bolognese, sassofonista a metà tra sperimentazione e underground. Il singolo è estratto dal nuovo album, Flowers Are Blooming In Antarctica, che riflette sull’emergenza climatica. Il brano scelto prende ispirazione dall’omonimo romanzo fantascientifico di J.G. Ballard. Inizia come una marcia jazz standard, per poi rallentare e virare in atmosfere elettroniche oniriche e post-apocalittiche. Ci si sente storditi, si percepisce il caldo asfissiante di un mondo sommerso, non da immondizie musicali, ma da desolazione.

Voto 30/30

Francesco Di Bella feat. Colapesce – “Stella che brucia”
Dal nord si passa al sud, ma al centro c’è sempre il sax, che questa volta ci trasporta in una lunga notte solitaria. Il ritorno dell’artista napoletano con l’album Acqua Santa, che in questo brano insieme a Colapesce descrive la fatica («sagliuta appesa») e il coraggio («vedimmo ‘e cammenà») dell’amore in modo poetico. La iacuvella, il tira e molla, i dispiaceri, le aspettative, tratti rilevanti che ci fanno bruciare e ci fanno vivere. L’unione dei due funziona, soprattutto a livello vocale, mentre la musica firmata da Marco Giudici riecheggia le ballad di Pino Daniele.

Voto 26/30

Jake La Furia – “64 no brand“
Dopo la reunion dei Club Dogo, Jake e Guè hanno pubblicato a distanza di poche settimane i loro nuovi progetti solisti. In questo caso si tratta del suo quarto album Fame, interamente prodotto da The Night Skinny. Il singolo, meta-promozionale, punta il dito contro le collaborazioni tra industria musicale e brand, usando la stessa forma, le 64 barre, con in mezzo un cambio di beat. Una radiografia critica e personale sullo stato del rap italiano. Jake si definisce nomade, integrato nel sistema, ma ostinatamente contro chi vorrebbe cambiarlo o cancellarlo. Ancora una volta cronaca di resistenza di un successo costruito da zero.

Voto 27/30

Teamcro feat. 72-Hour Post Fight – “Salomon”
Giovane collettivo di Parma, quattro rapper e produttori che mescolano in modo tagliente trap, elettronica noise e jazz nel loro nuovo progetto teamcro tape. In questo singolo, non a caso insieme a una band altrettanto sperimentale, sentiamo nu-jazz puro. L’approccio creativo è libero, non segue regole prefissate, sicuramente una proposta fuori dagli schemi che se ne frega delle classifiche.

Voto 28/30

Queen of Saba – “CAGNE VERE” (odioeffe remix)
Il duo veneto affida la propria canzone manifesto a un trattamento techno hardstyle. Un remix non scontato che potenzia l’incisività del brano originale, trovando un aggancio interessante tra sfondo elettronico e voce in primo piano. Pop LGBT che oltre ai contenuti cerca di spingersi verso angoli nuovi, meno accomodanti, senza compromessi di facciata.

Voto 25/30

Oklou – “blade bird”
Artista francese figlia delle sperimentazioni musicali di PC Music, tra hyperpop e R&B. Il singolo chiude l’album d’esordio choke enough parlando di relazioni tossiche, controllo, autolesionismo. La voce esprime tutto il dolore interiore con un tono dolce mentre la musica si frammenta sempre di più tra chitarre acustiche e suoni sintetici. La ricerca di libertà, metafora dell’uccello che scappa dalla gabbia, va di pari passo con la sua carriera personale, sempre oltre i confini imposti.

Voto 27/30

John Glacier – “Home”
Al di là della Manica, dall’underground londinese esce Like A Ribbon, un altro debutto molto atteso. In questo brano mix di rap, elettronica e post-punk, Glacier ci consegna versi d’amore ipnotici, naturali e spontanei. In alcuni aspetti potrebbe ricordare M.I.A. o Dean Blunt, ma l’eccitazione calda che ci trasmette è sicuramente un tratto personale.

Voto 28/30

Doechii – “Nosebleeds”
Brano pubblicato a sorpresa per festeggiare la vittoria di Alligator Bites Never Heal come miglior album rap ai Grammy. Un freestyle che vuole essere un discorso di ringraziamento in musica. La rapper si focalizza sulla sua carriera, le difficoltà che ha attraversato e le persone che l’hanno spronata a crescere. Lei rimane comunque seduta sui gradini più economici (i nosebleeds), senza vantarsi, il suo talento adesso è visibile a tutti, anche da molto lontano.

Voto 26/30

Panda Bear – “Ends Meet”
Ultimo di tre singoli, in attesa dell’uscita del nuovo album Sinister Gift. Panda Bear in questo brano insieme ai membri degli Animal Collective, crea un viaggio psichedelico al termine di un incontro con una donna ma, forse, anche con una sostanza. La concretizzazione musicale è sempre notevole, tra un groove che si fa quasi ossessivo, chitarre dilatate e frammenti corali. Premesse di un insieme che speriamo sia altrettanto compatto e definito.

Voto 29/30

Saya Gray – “Shell (Of a Man)”
Musicista nippo-canadese che ha da poco pubblicato Saya, il suo secondo album. Ascoltando il singolo principale entriamo nel guscio non di un uomo ma di una relazione spinosa e piena di crepe. La donna minacciosa è pronta a fare di tutto, ma la voce soffice e carezzevole nasconde dell’altro. Chitarre fingerpicking e batteria leggera creano un accompagnamento che scivola bene sulla costruzione del brano, tra momenti più oscuri e altri lirici e luminosi.

Voto 30/30

         A cura di Alessandro Camiolo

Pasta, coccole e nostalgia allo Ziggy Club: Gordonzola e i SAAM per Turin Moving Parts

Chiacchiere, birra e vecchi amici: è così che, ancora prima che la musica inizi, la seconda serata dell’anno organizzata dal collettivo Turin Moving Parts si scalda e ci fa sentire a casa. Entrare nello Ziggy Club è come entrare in un mondo a parte: suoni il campanello di una scura porta in via Madama Cristina, sali due rampe di scale poco illuminate, apri un pesante portone e ti ritrovi catapultato in un ambiente accogliente, tranquillo ma sempre in fermento.

Primi sul palco i Gordonzola, che ci fanno ingrassare con il loro sound saturo di colesterolo e schitarrate, tale che forse neanche con il pogo durante i SAAM siamo riusciti a smaltire tutto. Il trio suona in perfetta sintonia sul palco dello Ziggy davanti a uno sfondo formaggioso che recita il loro nome, e senza difficoltà fanno muovere tutte le teste e saltellare tutte le gambe.

Foto di Simone Cossu (@key_pov)

La loro bio su Instagram li presenta come “Instrumental power trio from Turin – devoted to food”, devozione che hanno saputo trasmettere con simpatia ma senza risultare troppo immaturi. Highlights del loro set sono stati “Rigaton”, un punk-reggaeton dedicato all’omonima pasta, “Tomino Banfi”, autoesplicativo, e “Anguria”, in chiusura, un pezzo lungo diversi minuti dal tono più serio: il frutto è simbolo della resistenza palestinese, a cui la canzone è dedicata. 

I SAAM invece con il loro emo-punk ci portano da Genova tenerezza e nostalgia, in un turbine di emozioni accolte e sudate con entusiasmo dal pubblico. Dall’apertura con “Pesca”, singolo del 2020, fino a “Grondaia”, pezzo finale dell’ultimo album Per ogni caduta una terra amata, ogni persona nella sala sembra essere coinvolta in un abbraccio continuo, anche durante i poghi molto partecipati, addirittura dai musicisti stessi.

Foto di Simone Cossu (@key_pov)

L’attaccamento e la reciproca ammirazione tra band e pubblico sono stereotipicamente emo, e hanno il loro momento massimo durante “Sandro”, pezzo richiamato tramite un grande lenzuolo con il titolo scritto in azzurro, sbandierato dai più vicini al palco.

Foto di Simone Cossu (@key_pov)

Una buona serata ha bisogno di pochi ingredienti: divertimento, rispetto, emozione e amore per la musica e per le persone che abbiamo intorno. Venerdì sera i Gordonzola e i SAAM, grazie all’importantissimo lavoro del Turin Moving Parts e della scena che stanno crescendo e mantenendo in vita, hanno portato un evento che ha decisamente avuto successo.

A cura di Enea Timossi