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Luppolo in rock: le nostre impressioni

L’ultima giornata del festival Luppolo in Rock, domenica 17 luglio, è stata una full immersion nelle sonorità metal più classiche e ortodosse. Direttamente dalla Bay Area di San Francisco, si sono esibiti infatti sul palco Cremonese TestamentExodus e Heathen, ovvero tre dei nomi più rappresentativi della scena thrash metal californiana per anzianità di carriera e repertorio. Purtroppo, a causa di ritardi accumulati alla partenza perdiamo l’esibizione dei nostrani Skanners ed Extrema, giungendo al Parco delle Colonie Padane giusto in tempo per lo show degli Heathen.

Il concerto degli Heathen è un evento nell’evento. La band suona per la prima volta in Italia dopo più di un decennio, ma il tempo non sembra aver infiacchito i musicisti, protagonisti di uno show all’altezza delle aspettative. Gli Heathen non sono di certo una band prolifica in termini di repertorio (hanno all’attivo solo quattro dischi in più di trentacinque anni di carriera), tuttavia la qualità dei brani in scaletta, uniti ad una prova energica e chirurgica hanno portato alla giusta temperatura il pubblico. Come ci si poteva immaginare è stato dato ampio spazio alle canzoni di Empire of The Blind, ultimo lavoro in studio del gruppo uscito nel 2020 e che solo ora sta avendo modo di essere testato in sede live a causa della pandemia. Le canzoni tengono assolutamente testa ai classici più datati, come per esempio l’eccellente singolo incalzante e massiccio “Blood To Be let”. Ovviamente però sono i cavalli di battaglia “Goblin’s Blade”, “Death By Hanging” e “Hypnotized” a fare sfaceli tra il pubblico, che entusiasta innesca i primi poghi della giornata. L’affiatamento della band è evidente e a livello puramente tecnico e di esecuzione non ci sono sbavature di alcun tipo da segnalare. Al contrario, nonostante i volumi non ottimali per la resa delle chitarre -da sempre perno e valore aggiunto della proposta degli Heathen – bisogna dire che il gruppo ha saputo dare prova del proprio valore dimostrando di meritare lo status di cult band conquistato negli anni. Bravi!

 Quando gli Exodus salgono sul palco si scatena il finimondo. Il pubblico, già caldo dopo la prova degli Heathen e per la temperatura rovente, implode in un circle pit ininterrotto ed alimentato a birra e thrash metal. È l’atmosfera ideale per assistere al concerto del gruppo, noto sin dagli esordi per le esibizioni energiche e la capacità di coinvolgere la folla. C’è un vero e proprio scambio di energie tra l’audience e gli Exodus e tanto più il pogo diventa scalmanato, tanto più la band suona inferocita. E tutto questo è possibile per pochi, semplici motivi. In primo luogo la scaletta molto intensa e piena di classici come “Bonded By Blood”, “A Lesson In Violence”, “And Then There Were None”, “Strike of the Beast”, “Deathamphetamyne” e l’inno da moshpit per eccellenza The Toxic Waltz da un lato e gli affilatissimi brani estratti dagli ultimi lavori Bood In Blood Out (2014) e Persona Non Grata (2022) che altro non fanno che gettare ulteriore benzina sul fuoco. Oltre ai brani, la band può vantare nel suo organico membri carismatici: il frontman dalla voce alta e strozzata Steve “Zetro” Souza, vero animale da palco e capace di cantare testi chilometrici con un flow quasi rap. O il chitarrista Gary Holt dallo stile tagliente e precisissimo, era molto atteso dal pubblico sia perché le canzoni le ha scritte lui, sia perché era assente dal palco da troppi anni con gli Exodus poiché in prestito ai colleghi Slayer. O ancora il batterista Tom Hunting, autore di una prova maiuscola per cattiveria e precisione nonostante sia reduce da una serie di gravi problemi di salute. E infine perché gli Exodus incarnano l’idea platonica della violenza. Non una violenza gratuita e banale, bensì organizzata, ordinata e perfettamente oliata nella sua cinica efficienza. La loro è un’esibizione che mira alla pancia e all’istinto dell’ascoltatore invitandolo a sfogare catarticamente le sensazioni negative accumulate nel tempo pogando, facendo crowd surfing e l’immancabile wall of death. Al tempo stesso però gli Exodus sanno essere in qualche modo distaccati da tutto ciò sottolineando ironicamente quanto sia solo “a good friendly violent fun in store for all” (da “The Toxic Waltz”).

Il concerto dei Testament è certamente meno irruente rispetto a quello degli Exodus, ma ugualmente valido perché vede protagonista quella che è attualmente e probabilmente la migliore formazione thrash metal sulla piazza. Chuck Billy (voce), Alex Skolnick ed Eric Peterson (chitarre), Steve Di Giorgio (basso) e Dave Lombardo (batteria) dominano la scena potendo contare esclusivamente sull’altissima padronanza tecnica dei rispettivi strumenti, sull’estrema nonchalance con cui eseguono i brani impegnativi per chiunque e su un’intesa reciproca sul palco derivata da anni di tour. Personalmente avevo già avuto modo di vedere i Testament nel 2017 quando al posto di Dave Lombardo suonava Gene Hoglan e le impressioni sono grossomodo le stesse, con la differenza che con l’ex Slayer dietro le pelli i nostri hanno guadagnato in termini di groove e potenza. Le rullate e i fill di Lombardo sono sempre nervosi e venati da un approccio hardcore che rende le canzoni vibranti, energiche, vive. Per carità, Gene Hoglan gli è probabilmente superiore tecnicamente, ma nei Testament si è sempre limitato ad essere un turnista di lusso perfetto per macinare le ritmiche senza cedimento alcuno e nulla di più. Lombardo è il batterista metal per eccellenza ed è perfetto in questo contesto perché, oltre ad essere impeccabile, riesce in qualche modo a personalizzare ciò che suona col suo particolare stile esecutivo. E si sente. Soprattutto quando i Testament si lanciano a testa bassa sull’esecuzione dei loro classici da “The New Order” a D.N.R (Do Not Resuscitate), a “Souls of Black” fino alle acclamate e conclusive “Over the Wall” e “Alone in the Dark” riproposta in una versione allungata pensata appositamente per far cantare l’ultimo coro del festival al pubblico.

Nel complesso l’ultima giornata del Luppolo in Rock è trascorsa in modo molto piacevole e per una volta, ci è sembrato quasi di non essere ad un tipico festival musicale italiano. L’ottima selezione musicale unita all’offerta gastronomica e alle buone birre artigianali vendute a prezzi onesti ci hanno fanno intendere che eventi di questo tipo possono svolgersi anche nel Belpaese, dando ai metallari tricolori un modello di festival di cui andare finalmente orgogliosi. 

A cura di Stefano Paparesta

La Pianura Pagana: Luppolo in Rock 2022

Martedì 12 luglio ha avuto inizio la terza edizione del Luppolo in Rock, festival all’insegna del rock e del metal che si tiene nel cuore della Pianura Padana, all’interno della cornice naturalistica del Parco delle Colonie Padane di Cremona, e che nel corso del tempo è distinto nel corso del tempo per la qualità della proposta musicale offerta. 

All’organizzazione del Luppolo in Rock paice descriversi come «un gruppo di amici, una passione comune il rock e l’heavy metal ed una birreria», ovvero il cuore pulsante di un  festival capace, già nelle precedenti edizioni,  di eccellere nel panorama italiano per la qualità della proposta musicale: nel tempo si sono susseguite le apparizioni di Geoff Tate ( ex Queensrcyche), Primal Fear, ma anche Dark Tranquillity, Evergrey, Armored Saint, Flotsam & Jetsam e i Metal Church, Fredoom Call Kamelot, nomi particolarmente  importanti nel panorama dell’hard rock e del metal in Italia.

Anche quest’anno la kermesse si preannuncia assai ricca e variegata, con un cartellone fitto d’impegni lungo i sei giorni della manifestazione. Le prime tre serate (12/13/14 luglio), tutte ad ingresso gratuito, saranno infatti totalmente dedicate al metal nostrano, mentre il week-end vedrà un fine settimana ricco di ospiti internazionali di grande rilievo in un pot-pourrì che spazierà dall’hard rock, al progressive metal, al metal estremo sino al thrash metal old school.

Si alterneranno sul palco le seguenti band:

Martedì 12 luglio: Snei Ap, Goldunk, Umbria Noctis e Brutt Oss;
Mercoledì 13 luglio: Mortado, Gunjack, Chrysarmonia, Forevermore;
Giovedì 14 luglio: Old Bridge, Dark Quarterer, Rain, Tossic;
Venerdì 15 luglio: Jorn, Moonsorrow, Jesper Binzer Band, Furor Gallico e Scala Mercalli;
Sabato 16 luglio: Katatonia, Leprous, Moonspell e Shores of Null;
Domenica 17 luglio: Testament, Exodus, Heathen, Extrema e Skanners.

Per acquistare i biglietti: https://www.luppoloinrock.com/biglietterie

Immagine in evidenza: https://www.luppoloinrock.com/

A cura di Stefano Paparesta

Torino esoterica: Messa + Ponte del Diavolo

Chi abita a Torino sa del suo particolare legame con la magia bianca e nera, essendo essa il punto condiviso tra i due triangoli formati rispettivamente con Praga e Lione per la prima, mentre per la seconda troviamo Londra e San Francisco. Questa manichea opposizione che idealmente divide bene e male troverebbe nella città una sorta di equilibrio in cui queste due forze coesistono pacificamente. Ora, volendo compiere un salto logico abbastanza articolato e astratto, persino forzato se vogliamo, ritroviamo questa contrapposizione anche in campo artistico: l’esempio recente più evidente della scorsa settimana. Infatti, mentre il capoluogo piemontese era sotto i riflettori internazionali dalle luci sgargianti, colorate e gaie dell’Eurovision, altrove – e nello specifico al Bunker – è andata in scena l’oscura e pagana esibizione dei veneti Messa e dei torinesi Ponte del Diavolo.

Il motivo per cui i Messa stanno ottenendo così tanti consensi da pubblico e critica nostrana ed estera è presto detto. Questi quattro ragazzi hanno tutto: atmosfera, potenza, carica emotiva, gusto nella composizione e soprattutto hanno le canzoni, elemento imprescindibile che però molto spesso viene messo in secondo piano per privilegiare – a torto – altri fattori secondari come l’immagine o il gossip. Ecco, con i Messa tutto ciò non avviene e anzi, la musica è davvero la protagonista di un flusso sia fisico che mentale capace di trasportare in luoghi remoti sia geografici che dell’anima. Il loro doom metal è infatti di difficile classificazione e si può ben dire che è solo una componente di uno stile ben più composito e ricercato che ingloba suggestioni dark jazz e lunghe divagazioni strumentali orientaleggianti. C’è un senso rituale, spirituale, trascendentale ed ipnotico nei momenti in cui la musica si fa esclusivamente strumentale, ma anche una componente estremamente d’impatto che fa capolino ogni qual volta la band spinge sulla distorsione e i riff pachidermici. L’atteggiamento sul palco dei musicisti è attitudinalmente vicino allo shoegaze, con i singoli membri concentrati sui rispettivi strumenti ed effetti, ma ciò non toglie che la performance complessiva sia tanto impeccabile tecnicamente quanto sudata e fisica.

Discorso a parte per Sara Bianchin, la cantante, autrice di una performance di altissimo livello pur rimanendo praticamente ferma innanzi al microfono a occhi chiusi, totalmente concentrata e assorta nell’interpretazione dei brani. Bianchin ha una grande potenza, tecnica e un timbro che a tratti ricorda le grandi interpreti femminili di certa black music, che immersa in questo contesto estremo impreziosisce i brani addolcendoli e dando loro un’ulteriore eleganza. Quando non canta, sa mettersi in disparte, accovacciandosi tra le due spie in mezzo al palco per bere e far riposare le corde vocali, lasciando lo spazio ai suoi sodali di portare avanti la liturgia doom. Il paradosso, nonché peculiarità diffusa tra molti metallari è che, se da un lato la cantante mostra un evidente talento, carisma da vendere e una voce notevole e penetrante, dall’altro sembra essere altrettanto timida, specialmente quando mormora i titoli dei brani al microfono. Eppure al pubblico questo sembra quasi non importare tanto è assorto dalla musica. Tolte le giuste ovazioni tributate tra una canzone l’altra, il Bunker cala in un silenzio innaturale, concentrandosi nell’ascolto dei Messa come se fosse in trance. Insomma, se non c’eravate, vi siete realmente persi qualcosa.

Una menzione d’onore va sicuramente ai Ponte del Diavolo, che avevano il difficile compito di scaldare la platea. Missione che può dirsi compiuta in virtù dell’interessante miscellanea metal derivata dall’improbabile, ma azzeccata, unione di doom e black metal, voci femminili e scorie grunge: in altre parole una vera e propria riscoperta degli anni novanta aggiornata in chiave moderna. L’aspetto più interessante del gruppo è senz’altro la presenza di ben due bassisti in formazione votati a sovvertire il più rassicurante dominio della doppia chitarra. Una scommessa vinta perché le frequenze dei due bassi non si sovrappongono e l’equalizzazione dei rispettivi strumenti, uniti all’unica chitarra ritmica presente nel quintetto, crea un muro sonoro di tutto rispetto dalla pasta densa, plumbea, asfittica. L’esecuzione dei brani – tutti estratti dei due EP Mystery of Mystery (2020) e Sancta Mentuis (2022) – ha il giusto tiro e trasporto e sopperisce una presenza scenica a tratti un po’ statica, ma che nel complesso ha intrattenuto a dovere il pubblico fungendo da ottimo antipasto prima della portata principale.

Immagine in evidenza: Sergio Bertani de Lama

A cura di Stefano Paparesta

Viaggi psichedelici al Bunker di Torino: Bongzilla + Tons

Nell’aprile del 2021 l’album Weedsconsin aveva puntato i riflettori sui Bongzilla, tornati sulle scene dopo una pausa di ben sedici anni dalla pubblicazione di Amerijuanican, ma le imposizioni legate alla pandemia hanno di fatto impedito la possibilità di festeggiare l’occasione adeguatamente con un tour celebrativo.

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Canadesi un po’ pazzerelli: Voivod – Synchro Anarchy

Accantonati finalmente le opinioni, più o meno deliranti a seconda dei casi, sul Festival di San Remo e passato il quarto d’ora mediatico conseguente alla kermesse musicale, giungiamo ora al primo, vero piatto forte di questo 2022.  Synchro Anarchy dà il titolo al quindicesimo album dei Voivod, una delle più uniche, imprevedibili, anticonformiste, innovative e assolutamente sottovalutate band della storia del metal tutto. Descriverli a chi non li conosce è alquanto difficile vista la camaleontica capacità del quartetto di mutare costantemente negli anni: si parte dal thrash grezzo e dalla forte vena punk di War and Pain (1984) al thrash tecnico e futuristico di Killing Technology (1987) e Dimension Hatross (1988), sino alle sonorità visionarie e di stampo progressive metal acidissimo e talvolta dissonante dei meravigliosi Nothingface, Angel Rat The Outer Limits usciti nei primi anni novanta. In molti ne hanno apprezzato la musica, pochissimi l’hanno capita e fatta propria a causa della sua natura sfuggente e di difficile interpretazione. La musica dei Voivod si è affinata perfezionandosi negli anni e rimanendo sempre fresca e immediata da una parte, quanto altrettanto ostica, surreale e stramba dall’altra.

Volendo semplificare di molto, potremmo dire che Synchro Anarchy prosegue sulle stesse coordinate creative del precedente The Wake (2018) in quanto scioltezza e urgenza espressiva, ma allo stesso tempo aggiorna al 2022 le scorribande psichedeliche e futuristiche – sia nelle sonorità che nelle tematiche fantascientifiche – di Nothingface. Una volta premuto il tasto play si viaggia nello spazio profondo perdendosi nelle labirintiche ritimiche imbastite da Away (batteria), Chewy (chitarra) e Rocky (basso), ora più punkeggianti e vicine ai primi The Killing Joke, ora caratterizzate da quel thrash metal pieno di cambi tempo, dissonante e bislacco che ha fortemente caratterizzato la cifra stilistica dei canadesi. E in tutto questo l’unico appiglio certo sono le linee vocali spiritate e dalle tematiche super nerd cantate da Snake, che potremmo definire come il Syd Barrett del thrash old school, con meno LSD in corpo ma altrettanto visionario. La grandezza dei Voivod sta nell’inserire sonorità e soluzioni nuove ed inaspettate all’interno di uno stile già di per sé unico, senza ribadire mai lo stesso concetto e senza essere dispersivi e logorroici. In termini pratici per farsi un’idea più precisa – anche perché quanto detto fino ad ora è un insieme di suggestioni più o meno accurate vista la proposta alquanto singolare – basterà ascoltare “Paranormalium”, la titletrack, “Planet Eaters” la delirante “Mind Clock” o i viaggi sonori “Quest For Nothing” e “Memory Failure”.

Nonostante siano passati più di trent’anni dal loro debutto, nonostante le quattordici uscite discografiche precedenti a Synchro Anarchy e nonostante siano orfani da, qualche anno a questa parte, del genio compositivo dell’ex chitarrista Piggy, i Voivod si riconfermano una solida realtà pubblicando un disco contenente semplicemente belle canzoni efficaci e immediate, ma anche opportunamente strutturate e piene di idee interessanti e fresche che si pongono in continuità col sound del quartetto canadese rivedendolo, riplasmandolo e  svecchiandolo. Da avere, senza se e senza ma.

Il risveglio dei maestri: A View From the Top of the World – Dream Theater

I Dream Theater sono artisticamente morti dopo l’uscita di Kevin Moore

“Sono noiosi, didiscalici e freddi.”

“Esagerano con la componente tecnica. Sembra di sentire una serie di esercizi per i rispettivi strumenti”

“James LaBrie è bollito. Un cantante così dovrebbe ritirarsi.”

“Mike Mangini è una drum machine. Quanto ci manca Mike Portnoy.”

Ecco, questi sono i commenti ricorrenti che puntualmente affollano le sezioni commenti dei principali social network e nelle discussioni inerenti i Dream Theater. Ed è giunto il momento di scrollarsi di dosso tali giudizi preconfezionati e frutto di una generazione ingrata di pseudo intenditori musicofili da cameretta, che dopo aver abbondantemente mangiato dal succulento piatto offerto dal quintetto statunitense nel corso degli anni, ha evidentemente deciso di tornare sui propri passi risputandolo, per bollarlo come per spacciato. Pura ipocrisia da leoni da tastiera sempre più diffusa nel mondo metal, e specialmente in Italia, dove si fa a gara a chi denigra i nomi storici che hanno contribuito a delineare i connotati di questa musica, sparando giudizi lapidari e spregiativi a raffica, spesso senza aver ascoltato a dovere il disco in questione. In un clima odierno in cui la vita media di un album nuovo al momento dell’uscita è piuttosto breve oltre che affollata ed oscurata da centinaia di uscite analoghe, sembra sempre più evidente la tendenza ad un ascolto superficiale, distratto e di contorno rispetto alla vera cosa importante: dare il proprio giudizio prima di qualunque altro, ponendosi in modo quanto più assolutistico possibile, badando bene a non ascoltare una singola parola detta da chi la pensa diversamente.

In questo contesto, i Dream Theater pubblicano il  sostanzioso A View From the Top of the World, quindicesimo lavoro in studio in oltre trent’anni di onorata carriera. Le sette lunghe tracce in esame testimoniano la volontà da parte della band di scrollarsi di dosso questi giudizi grossolani andando a costituire una prova di forza inaspettata, ponendosi come una netta inversione di tendenza rispetto al ben più lineare e di facile presa Distance Over Time  (2019). Non dovendo più dimostrare niente e forti di uno stile consolidato nel tempo e sempre coerente in termini di tecnica, melodia, pomposità epica ed emotività, i Dream Theater costruiscono nota su nota della musica che esplora abbondantemente le sfumature più heavy metal della loro gamma sonora, intessendoci sopra elaborate divagazioni e variazioni sul tema che dal progressive traggono il gusto per il virtuosismo estremamente melodico unito ad una disinibita sperimentazione sui tempi dispari, le poliritmie e controtempi senza soluzione di continuità. Ci troviamo idealmente in un crocevia che fa eco al repertorio più oscuro e pesante della band, prendendo a riferimento le atmosfere algide di Awake, lo shredding tamarro di Train of Thought ed il gusto per repentini ammiccamenti orecchiabili presi da Dream Theater. Ed è così che si viene travolti dall’isterico vortice sonoro di “The Alien”, che per quanto canonica e vicina alle ultime cose fatte dai Dream Theater negli ultimi anni vanta un’ottima coda strumentale in levare sul finale, mentre “Answering the Call” e “Invisible Monster” sono gradevoli numeri a tratti vicini a certo power-progressive moderno.

Il meglio però arriva con la bislacca “The Sleeping Giant” dal riff portante tanto heavy quanto trascinante, alla quale segue il tributo ai Rush di “Trascending Time”. Le due suite finali, ovvero “Awaken the Master” e la title track, che coprono la mezzora finale del disco, alzano ulteriormente l’asticella introducendo alcune novità che fanno ben sperare per il futuro e lasciano intravedere interessanti sviluppi in territori djent. “Awaken the Master” è infatti il brano più aggressivo dell’intero lavoro e vede John Petrucci sfoderare per la prima volta la sua nuova Music Man a otto corde. Nel complesso, si tratta di un bel pezzo dinamico dall’andamento tempestoso che riesce ad essere coerente con il consolidato stile dei Dream Theater pur non rinunciando all’influenze derivate dalle frange più moderne del metal attuale. “A View From the Top of the World” merita un discorso a sé. Se infatti “Octavarium” era una lucida dichiarazione d’amore verso il progressive rock ispiratore della band che però precisava anche la volontà di distaccarsi dagli stilemi dei padri fondatori del genere ricercando uno stile personale, così questa suite è una dichiarazione d’intenti di un gruppo mai domo che, nonostante non debba per forza dimostrare il proprio valore, mira a raggiungere nuovi ed ambiziosi risultati. 

Nel complesso dunque, il songwriting dell’album risulta più curato ed ispirato che in passato, complice anche la lunga pausa forzata dovuta alla pandemia che ha permesso forse più tempo per riflettere ed elaborare le numerose idee messe in campo. Soprattutto James LaBrie, che negli ultimi anni è stato oggetto di pesanti critiche sul rendimento altalenante dal vivo e per le performance sempre più arrancanti in studio rispetto ai colleghi sembra, pur avendo fisiologicamente perso lo smalto di una volta, aver ritrovato parte di quell’espressività che a detta di molti è svanita. Certamente non può più far leva sull’estensione vocale per cui è noto, ma a conti fatti è ancora l’unico cantante adatto per i Dream Theater. Ha ancora senso ascoltare materiale inedito dei Dream Theater nel 2021? Sì perché A View From the Top of the World rielabora con opportuni ammodernamenti una visione, un’idea, un approccio personale e ormai ben delineato e coerente d’intendere la musica nel corso del tempo. 

Iron Maiden – Senjutsu

L’heavy metal è il genere musicale, che per sua natura intrinseca, vive grazie alla fusione di tre elementi irrinunciabili: 1) la potenza e l’orecchiabilità del riff, che deve essere incisivo e pesante al punto giusto seppur relativamente semplice da memorizzare; 2) sulla cantabilità delle linee vocali e l’interpretazione del cantante; 3) sui ritmi sostenuti e possibilmente veloci delle ritmiche al fine di donare impeto e irruenza alla musica. 

Ecco, ora prendete questi tre aspetti e metteteli da parte, anzi dimenticateli proprio. Senjutsu infatti non è nulla di tutto questo per nessuno degli ottanta, pachidermici, minuti nei quali si dilunga, indugiando oltremodo su una formula di scrittura sempre più scricchiolante e traballante, nonché conferma di una tendenza ad una certa ripetitività di fondo che gli Iron Maiden si portano dietro almeno dai tempi di A Matter of Life and Death.Prevalgono infatti tempi perlopiù lenti e dilatati seguiti a ruota da un riffing a tre chitarre che mai come prima d’ora in questo evitano di proporre riff ed armonizzazioni vincenti e concise – aspetto in cui la band inglese era assolutamente maestra – prediligendo al contrario lunghe sezioni arpeggiate a inizio brano facenti da preludio ai crescendo d’intensità in ostinato. Buona parte dei pezzi contenuti in Senjutsu procede col pilota automatico reiterando questa modalità di scrittura in una continua ed impercettibile variazione sul tema che si ripete all’infinito, giocando di tanto in tanto la carta dell’autocitazione con evidenti rimandi a Dance of Death, Somewhere in Time, Virtual XI Seventh Son of a Seventh Son. Detta così sembrerebbe l’ennesimo, conclamato caso di album riciclato ed effettivamente la sensazione di deja-vù fa capolino qua e là durante l’ascolto.

Eppure, nonostante i difetti, i conti non tornano. Troppo semplice bollare Senjutsu come l’ennesimo delirio pseudo progressive ridondante di Steve Harris bocciando tutto senza appello. Infatti questo doppio album, esattamente come per il precedente The Book of Souls, tende a crescere esponenzialmente con gli ascolti differenziandosi però da quest’ultimo per il fatto che i pezzi nel complesso iniziano a decollare nel momento in cui si tengono in considerazione due aspetti. Il primo è immaginare le stesse canzoni eseguite dal vivo, nell’habitat naturale degli Iron Maiden, là dove i sei ultrasessantenni vincono per manifesta superiorità nel saper far scatenare con le loro melodie folle oceaniche. Senjutsu è infatti pieno zeppo di questi ammiccamenti melodici, che però vanno decifrati rispetto ai classici a presa rapida alla The Trooper. Il secondo aspetto focale è senza dubbio la volontà di mettersi in gioco da parte dei Maiden seppur in una veste più matura e decisamente meno irruenta rispetto ai tempi d’oro degli anni ottanta. Bruce Dickinson ad esempio si è egregiamente reinventato sfruttando al meglio l’espressività del proprio timbro medio basso, evitando di affaticarsi inutilmente con gli acuti come in The Book of Souls e, allo stesso tempo a livello strumentale la band si è definitivamente assestata sui mid tempos dall’atmosfera epica, ormai conscia del fatto di non poter caricare a testa bassa.  I pezzi migliori, se proprio si volesse procedere con un ascolto a campione, sono Lost in a Lost Word, Days of a Future Past, l’elegantissima ed emozionante Darkest Hour, Death of the Celts, Hell on Hearth. Nel complesso dunque ci si può ritenere soddisfatti, premettendo però che bisogna approcciarsi a questi Iron Maiden con cognizione di causa.

Smentito dai fatti: Helloween-Helloween

Helloween è probabilmente il disco power metal più atteso dell’anno e non ci vuole uno sforzo d’immaginazione immane a capire che, per la maggior parte dei metallari sparsi sul globo terracqueo, questo disco finirà direttamente ai piani alti dell’ipotetica chart personale che si è soliti stilare nei confronti rituali con gli amici per stabilire il bilancio complessivo dell’annata corrente. Le aspettative dopotutto erano altissime sin dall’inizio visto la trionfale reunion di qualche anno fa che ha visto il ritorno nei ranghi di Mikael Kiske e Kai Ansen e il simpatico singolo celebrativo “Pumpkins United” che aveva preannunciato l’imminente materializzarsi del disco di cui oggi trattiamo.

Helloween ha mietuto vittime entusiaste ovunque e non a torto: i singoli estratti fino ad ora, ovvero “Indestructible”, “Fear of the Fallen” e la versione tagliata di “Skyfall” avevano lasciato presagire infatti un ritorno in grande stile che si può definire come effettivamente avverato. È infatti l’amalgama tra Mikael Kiske e Andi Deris il maggior punto di  forza capace di rendere l’album  superiore alla media.  Grandi strofe, grandi melodie e ritornelli memorabili permettono all’album di reggere perfettamente l’ora e un quarto di disco, coi due cantanti che alternano da sapienti mattatori le proprie linee vocali tra il cantato cristallino di Kiske e quello più sporco e gracchiante di Deris. Forti di questo aspetto, i restanti membri degli Helloween lavorano di cesello inanellando una serie di canzoni che ripercorrono nostalgicamente il meglio della propria carriera flirtando con le giocose melodie dei due Keeper of the Seven Keys e le trame più cupe ed aggressive dell’era Deris richiamando i riusciti Time of the Oath, Master of the Rings, Better Than Raw. Si passa così agilmente tra ottimi pezzi come “Out for the Glory” e le già citate “Fear of the Fallen”, “Indestructible” e i dodici minuti di “Skyfall” con un Kai Hansen in grande spolvero in fase di scrittura come non lo si sentiva da anni.  Gli ascolti ripetuti cementano l’impressione che questi brani siano davvero ispirati, spontanei e suonati da maestri che hanno ancora parecchi concetti da insegnare agli allievi (vedasi le due spettacolari bonus track “Golden Times” e “Save my Hide”).

Da questo punto di vista, Helloween è praticamente un miracolo inaspettato, anche se non esente da qualche difetto che inizialmente ha frenato gli entusiasmi. Gli aspetti meno riusciti della release sono due, legati l’un l’altro ed entrambi più o meno opinabili. Helloween prosegue infatti sulla falsariga del percorso tracciato dalle Zucche d’Amburgo negli ultimi anni costellato da album gradevoli, ma tutti limitati dal presentare autentiche hit a pezzi riempitivo. Ne consegue pertanto che una volta scemato l’entusiasmo e la gergale “presa bene” della novità e del primo ascolto con orecchie vergini da preconcetti, è sopraggiunta la fase di down rivelatrice limiti del lavoro, che alterna picchi altissimi a pezzi meno riusciti come “Best Time”, “Mass Pollution” o “Robot King”. Ciò nonostante, alla luce di quanto detto, era praticamente impossibile chiedere di meglio al gruppo tedesco e tolto qualche calo fisiologico invitabile, possiamo ben dire che questo disco post reunion è assolutamente riuscito e sarà senz’altro ben accolto da chi fino a ieri si esaltava alle note di “Eagle Fly Free”.

Sodom – Genesis XIX

Il ritorno dei panzer tedeschi

Di tanto in tanto si deve avere il coraggio rinnovarsi, resettare le proprie abitudini e iniziare da capo. È proprio quello che ha fatto Tom Angelripper, leader dei Sodom, band che assieme ai Tankard, i Kreator e Destruction costituisce il formidabile poker d’assi del thrash metal tedesco.

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